Tiziano Cerulli - Psicologo ad approccio Archetipico Immaginale

Tiziano Cerulli - Psicologo ad approccio Archetipico Immaginale "Ogni psicologia che sceglie come sua meta l'anima deve parlare in termini immaginativi" James Hillman
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Psicologo e Counsellor Immaginale
Istruttore Mindfulness Educators®
Trainer in Compassion Focused Therapy

Ti guido a costruire relazioni più sicure e autentiche trasformando ansia, vergogna e autocritica in maggiore consapevolezza e autocompassione.

29/08/2026

PERCHE' PENSARE (TROPPO) AMPLIFICA L'ANSIA

"Sul piano teorico lo so, ma poi non riesco a smettere di pensarci".

Questa frase racconta come spesso non riusciamo a smettere di pensare a un problema credendo così di poter trovare una soluzione. Questo succede perché la nostra mente entra in una modalità automatica chiamata DMN..

Il Default Mode Network (DMN) è una delle reti cerebrali più studiate degli ultimi vent’anni: una sorta di modalità interna del cervello, attiva quando non siamo impegnati in compiti esterni e l’attenzione si rivolge verso il mondo interno.

È la base neurale del sé narrativo, della memoria autobiografica, della riflessione su di sé e sugli altri, del vagabondaggio mentale.

Il DMN è una rete di aree cerebrali che mostrano aumentata attività durante il riposo mentale e diminuita attività durante compiti esterni e attentivi. Non è “il cervello che si spegne”, ma il cervello che lavora su contenuti interni: ricordi, scenari futuri, identità, significati.

Il DMN è la rete che ci permette di essere qualcuno anche quando non stiamo facendo nulla.

La meditazione, soprattutto quella focalizzata sull’attenzione al presente, tende a ridurre l’attività del DMN, diminuendo il vagabondaggio mentale, il rimuginare e il ruminare, aumentando la regolazione dell’attenzione.

La differenza tra ruminare e rimuginare è sottile e spesso usata in modo intercambiabile, ma può essere utile distinguerli così:

Il rimuginare è un orientamento cognitivo caratterizzato da pensieri ricorrenti focalizzati sui propri problemi, spesso negativi, con attenzione su cause, colpe, responsabilità.

Questo processo ha come conseguenze un carico emotivo intenso; può portare a ansia, senso di perdita di controllo.

Sono coinvolti i seguenti processi: cicli mentali autosufficienti che non cercano soluzioni concrete e meno azione esterna.

Il ruminare è un orientamento mentale caratterizzato da pensieri ripetitivi e continuati, ma spesso associati a una ripetizione interna che “mastica” le stesse preoccupazioni. Può diventare cronicamente negativo, con un tono auto-critico.

Si basa su processi come la tendenza a fissarsi su dettagli o scenari futuri senza movimento verso un cambiamento e può includere auto-svalutazione.

In pratica, entrambi indicano una tendenza a "pensare troppo" a ciò che è stato o potrebbe accadere, ma il rimuginare è spesso più legato all’elaborazione compulsiva di un problema senza azione, mentre il ruminare è una ripetizione continua di pensieri simili che nutre un malessere persistente.

Chi soffre di disturbi d'ansia o depressivi tende spesso a un eccesso di pensiero diretto al futuro o al passato.

Il rimuginare è spesso una trappola invisibile: più ci etichettiamo come “problemi irrisolti” e più la mente continua a fissarsi su di essi, senza trovare una via d’uscita. Questo circolo può aumentare l'ansia e fornire una visione distorta di noi stessi e delle nostre possibilità.

Ma i problemi, il più delle volte, si ripetono fino a quando non siamo disposti a capire dove vogliono portarci per diventare finalmente noi stessi.

Se i pensieri e le emozioni di oggi sono uguali a quelli di ieri probabilmente i problemi di oggi saranno gli stessi di domani.

Come uscirne?

Riconosci quando stai rimuginando e prova una pausa consapevole: respirazione lenta, centrare l’attenzione sul presente. La mindfulness e le tecniche di defusione tipiche dei processi meditativi sono utili per non identificarsi nei pensieri.

Metti nero su bianco: annota cosa temi, quale è la paura fondante e quale impatto ha sulle tue azioni. Chiediti: qual è l’origine di questo pensiero? Quale scelta potrei fare per cambiare rotta oggi?

Considera il supporto di uno psicologo: avere una guida neutra aiuta a rompere schemi ripetitivi e a capire cosa portare avanti.

Trasforma il dialogo interiore in azione concreta: piccoli passi quotidiani che avanzano verso la tua versione migliore.

Non si tratta di smettere di pensare, che tra l'altro è quasi impossibile, ma di darsi un limite, come quando si passa troppo tempo sui social, e poi mettere in moto il corpo e agire.

I problemi si risolvono solamente con le azioni e con le scelte.

28/08/2026

ATTACCAMENTO E ALTA SENSIBILITA': perché alcune persone sentono “troppo” nelle relazioni

Quando parliamo di alta sensibilità non parliamo di fragilità, ma di un tratto temperamentale: un sistema nervoso che registra più segnali, più sfumature, più micro-variazioni emotive.

È come avere un “radar” più fine degli altri.

Lo stile di attaccamento, invece, non è un tratto: è una mappa relazionale appresa, costruita nelle prime esperienze di cura.

Quando questi due elementi si incontrano, possono amplificarsi a vicenda.

In adolescenti e giovani adulti hikikomori, è stata trovata una relazione significativa tra sensibilità ambientale, insicurezza di attaccamento e psicopatologia.

Negli adulti, chi presenta maggiore insicurezza di attaccamento mostra anche maggiore sensibilità sensoriale (misurata con la Highly Sensitive Person Scale).

Nei bambini, la Sensory Processing Sensitivity interagisce con le rappresentazioni di attaccamento.

La ricerca mostra una correlazione chiara: chi ha un attaccamento insicuro tende a riportare livelli più alti di sensibilità emotiva e ambientale.

Non perché la sensibilità “crei” l’insicurezza, ma perché percepisce più segnali, li interpreta più rapidamente e li vive più profondamente. In pratica: la sensibilità aumenta l'intensità dell’esperienza relazionale.

Nell’attaccamento ansioso, l’alta sensibilità può trasformarsi in iper-monitoraggio: un messaggio letto e non risposto, un tono diverso, un micro-ritiro dell’altro diventano indizi di pericolo.

Il radar sensibile registra tutto. La mappa dell’attaccamento interpreta tutto come rischio di perdita.

Nell’attaccamento evitante, la sensibilità può portare a un’altra dinamica: non l’iper-attivazione, ma per il sovraccarico. Anche se può sembrare che una persona evitante sia fredda e non provi emozioni in la realtà è non è capace di regolarle e per paura di essere invasa si sconnette e si chiude.

Troppi stimoli, troppe richieste emotive, troppe vicinanze improvvise. Il sistema sensibile si satura e la strategia diventa: distanza, controllo, autosufficienza.

Nell'attaccamento disorganizzato la sensibilità diventa caos relazionale. Qui la sensibilità incontra un sistema interno che non ha una strategia stabile.

Il risultato può essere un'oscillazione intensa: avvicinamento, paura, ritiro, ricerca, confusione.

La sensibilità amplifica tutto: la paura, il desiderio, la lettura dei segnali, la difficoltà a regolare.

Quando la sensibilità incontra un attaccamento sicuro allora la combinazione è più protettiva. La sensibilità diventa empatia profonda, capacità di cogliere sfumature, regolazione e presenza relazionale.

Il radar non è più una minaccia: è una risorsa.

L’alta sensibilità non determina lo stile di attaccamento ma ne amplifica l’espressione.

È il modello “for better and for worse”: in un contesto relazionale sicuro, la sensibilità diventa forza mentre in un contesto insicuro, diventa fatica.

Per me è stata una scoperta rivoluzionaria sapere di avere uno stile di attaccamento ansioso, tanti anni fa, e di essere una persona altamente sensibile perché mi ha permesso di acquisire maggiore sicurezza e non sentirmi sbagliato ma in "edizione limitata".

27/08/2026

Quando una persona mi chiede sostegno psicologico per la fine di una relazione la frase che sento più spesso é:

"Ho paura che l'investimento e l'impegno che ci ho messo siano stati buttati via, e che abbia perso solamente tempo."

Lascia che ti dica una cosa: il tempo è perso solamente se non hai amato. Se per te era vero amore non è mai un errore.

Quando la smetteremo di vivere le relazioni come "performance"?

La paura che esprimiamo non parla del risultato, ma della ferita. È la voce di quella parte che, quando sente che qualcosa non è andato come sperava, non legge l’evento ma legge sé stessa: se è andata male, allora io valgo meno.

Il punto è che questa equazione è falsa. E' la tua parte ferita che parla e non quella razionale. Non stai valutando l’impegno, stai valutando la tua identità in base all'altro.

Quando una persona sente di aver “buttato via tutto”, di solito è per i seguenti motivi:

- Mette in atto un'autocritica punitiva: la mente trasforma un insuccesso in un giudizio globale su di sé. E' la trappola dell'autostima: "solo se ho successo valgo".

- Paura del fallimento: ogni deviazione dal risultato immaginato viene letta come incapacità personale come se l'altro non avesse la sua parte di responsabilità.

- Senso di inadeguatezza: quella sensazione antica di “non essere abbastanza” si riattiva e prende il controllo della narrazione.

- Idealizzazione del risultato: quando l’immagine di come “doveva andare” è troppo rigida, qualsiasi scarto sembra un fallimento totale.

Nessuno di questi elementi riguarda davvero la qualità del tuo impegno.

Riguardano il modo in cui stai interpretando ciò che accade: è il tuo modo di pensare che è disfunzionale e distruttivo.

L’impegno non è mai “buttato via”. L’impegno è un investimento identitario: ti cambia, ti struttura, ti allena, ti rende più competente.

Il risultato è solo una parte della storia, spesso la meno significativa.

Non si diventa “bravi” in assenza di errori, non si impara facendo sempre le cose "giuste" ma attraverso gli errori. E gli esseri umani fanno molti più errori che cose giuste...

Quale voce interna sta parlando quando dici che non sei stata abbastanza brava/o?

La psicologia archetipica non “spiega” una relazione: la legge come un campo di immagini, un teatro psichico dove si muovono figure, miti, parti dell’anima che cercano forma attraverso l’altro.

La relazione non è solo tra due persone: è tra due psiche, due mondi immaginali, due complessi che si incontrano e si attivano.

In psicologia archetipica, una relazione è un luogo di manifestazione degli Dei e delle Dee: Afrodite, Ares, Persefone, Dioniso, Hermes, Demetra non sono metafore: sono modalità dell’anima che prendono corpo nella dinamica relazionale.

Quando una relazione “funziona” o “non funziona”, ciò che accade è che un certo archetipo sta dominando la scena.

Se prevale la fusione, è attivo Dioniso.
Se prevale il controllo, è attivo Ares.
Se prevale la cura, è attiva Demetra.
Se prevale l’idealizzazione, è attiva Afrodite.
Se prevale la distanza, è attivo Hermes.

La psicologia archetipica non chiede: “Chi ha sbagliato?” ma “Quale dio sta parlando attraverso questa relazione?”

Hillman direbbe che la relazione non è un compito da riuscire, ma un’immagine da contemplare.

Quando senti: “Non sono stata abbastanza brava”, stai guardando la relazione dal punto di vista dell’Io. Di quel grande ingannatore che è il nostro Ego.

La psicologia archetipica ti invita a guardarla dal punto di vista dell’Anima.

L’Io chiede: “Ho fallito?”

L’Anima chiede: “Quale immagine si sta tentando di esprimere attraverso questa esperienza?”

La sensazione di “non essere abbastanza” non è un dato oggettivo: è un complesso. Un’immagine psichica che si attiva in presenza di certe dinamiche relazionali.

In una relazione, questo complesso può essere un’eredità della ferita paterna, un movimento di Persefone che teme di non essere vista, un’ombra di Afrodite che si sente non scelta, un eccesso di Demetra che si sacrifica e poi si sente svuotata, un ritorno di Era che vuole stabilità e teme il caos.

Il punto non è “correggere” il complesso psicologico ma dialogarci. Non è la relazione a parlare: è l’immagine che si attiva dentro di te.

Ogni relazione ha una funzione psicologica: l'individuazione.

Attraverso l'altro esploriamo il lato inconscio dell'anima.

27/08/2026

LA SOLITUDINE: UN'EPIDEMIA INVISIBILE O UN RICHIAMO DELL'ANIMA?

La solitudine non è solo "stare da soli", ma sentirsi soli anche in mezzo agli altri. È una condizione sempre più diffusa che può avere gravi conseguenze psicologiche.

E' sufficiente uscire da casa per osservare come moltissime persone siano perennemente incollate allo smartphone mentre camminano, mentre sono in compagnia di altre persone, mentre fanno la spesa o, peggio ancora, mentre guidano...

Cosa dicono le statistiche?

- Il 43% di chi si sente solo ha avuto pensieri autolesionistici o suicidari.

- La solitudine cronica aumenta il rischio di depressione, ansia e declino cognitivo.

- Tra gli anziani, oltre il 35% vive solitudine associata a sintomi depressivi.

E le conseguenze psicologiche più comuni sono un calo dell’autostima, stress cronico, paura del rifiuto e ritiro sociale.

Secondo James Hillman, la solitudine è legata al daimon, la voce interiore e la vocazione unica di ogni individuo. La sensazione di solitudine o esclusione può indicare la presenza del daimon, un richiamo a esplorare la propria profonda identità e il proprio "codice dell'anima".

In questo tempo storico, dove le relazioni sono fragili e la solitudine viene spesso idealizzata come “libertà”, l’archetipo che meglio descrive ciò che si muove nella psiche collettiva è l’Archetipo dell’Eremita Ferito.

Non è il semplice Eremita della tradizione junghiana, quello che cerca la verità nel silenzio, ma una sua versione contemporanea, segnata da diffidenza, iper-razionalità e paura del coinvolgimento.

L’archetipo della solitudine e delle relazioni fragili oggi è sostenuto dal Guerriero Difensivo.

Ma la psiche, per guarire, ha bisogno di riattivare l’Innamorato Coraggioso: la parte che non confonde la protezione con la libertà e non ha paura di rischiare, di coinvolgersi, di amare.

Questa forma di solitudine archetipica, non è necessariamente un male ma un invito a riconoscere la propria unicità e a coltivare la ricchezza interiore, distinguendosi dalla mediocrità indifferenziata della società.

Diamo sempre la colpa agli altri o alla tecnologia ma esistono strategie efficaci per uscire dalla solitudine:

1. Coltivare relazioni significative: cerca di stabilire e mantenere relazioni autentiche con amici, familiari o gruppi di interesse.

2. Esplorare nuovi interessi: partecipare a corsi, workshop o attività di volontariato può aiutare a incontrare nuove persone e a sentirsi parte di una comunità.

3. Uscire dalla zona di comfort: fare piccoli passi per interagire con gli altri, come iniziare una conversazione o partecipare a eventi sociali, può ridurre il senso di isolamento.

4. Praticare l'autocompassione: essere gentili con se stessi e riconoscere che la solitudine è un'esperienza umana comune può alleviare il dolore emotivo.

5. Cercare supporto professionale: un terapeuta può aiutare a comprendere le cause profonde della solitudine e a sviluppare strategie personalizzate per affrontarla.

Perché anche se è vero che siamo animali sociali più si è ricchi dentro e meno si soffre la solitudine.

La solitudine è un bene o un male?

26/08/2026

Tendiamo a idealizzare quando non siamo in grado di accettare che le persone non sono come le abbiamo immaginate o per come si sono presentate a noi. Quando il contatto con la realtà aumenta l’idealizzazione inevitabilmente si incrina.

Nella relazione, anche quella virtuale, questo passaggio può essere vissuto come una “caduta dell’immagine”: l’altro, prima percepito come speciale, competente o salvifico, diventa improvvisamente “deludente”, “sbagliato” o addirittura “cattivo”. Lo vediamo continuamente nelle dinamiche innamoramento/disamore.

È un atteggiamento e un comportamento che osservo spesso sui social anche nei miei confronti: persone, soprattutto donne, che lasciano commenti entusiastici e messaggi privati pieni di lodi poi basta mettere un confine, una mancata risposta, un contenuto che non conferma le loro aspettative e la relazione si capovolge. La stessa persona che prima veniva esaltata diventa oggetto di critiche, accuse o svalutazioni.

La dinamica idealizzazione/svalutazione è un meccanismo psicologico tipico di chi ha un sé fragile, uno stile di attaccamento insicuro o una bassa tolleranza alla frustrazione come nelle personalità con tratti borderline o narcisistici.

Lo psicologo e psicoterapeuta John Welwood definisce questo meccanismo la fissazione sul "cattivo altro" come l'immagine interna che abbiamo di colui che non ci ama o non ci tratta come vorremmo.

Questa immagine si forma nella nostra infanzia come non accettazione della rabbia che abbiamo provato quando abbiamo preso atto che nostro padre o nostra madre potevano essere allo stesso tempo "buoni" e "cattivi" come ogni altro essere umano e come il divino stesso perché l'immagine che abbiamo di Dio è condizionata dal rapporto che abbiamo avuto con l'autorità.

Non è cattiveria ma è incapacità di integrare l’altro nella sua complessità: finché confermi la sua immagine sei “buono”. Quando la realtà si sostituisce all'immagine, diventi “cattivo”.

Ma tu non sei cambiato: è cambiata la loro capacità di reggere la realtà dell’altro perché troppo dolorosa o scomoda da accettare.

26/08/2026

SCHEMI RELAZIONALI TIPICI DELL’ATTACCAMENTO ANSIOSO

Riconoscere i propri schemi disfunzionali è un passaggio essenziale per comprendere come funzioniamo nelle relazioni e per iniziare un vero percorso di crescita e cambiamento.

Nelle relazioni abbiamo spesso la tentazione di voler cambiare gli altri ma non ci rendiamo conto che, a volte, il nostro cambiamento produce un piccolo cambiamento anche nell'altro.

Gli schemi sono regole interiori apprese che influenzano il modo in cui interpretiamo noi stessi, gli altri e la realtà. Quando sono rigidi o distorti, generano comportamenti ripetitivi e reazioni emotive che possono condizionare le relazioni.

Rabie Joseph identifica tre schemi ricorrenti nelle persone con attaccamento ansioso.

1) Schema dell’abbandono e della sfiducia

È la sensazione costante che l’altro possa andarsene da un momento all’altro. Lo schema dell’abbandono fa percepire ogni distanza come un segnale di rifiuto; quello della sfiducia costruisce una fortezza emotiva che protegge dal dolore, ma impedisce di sentirsi davvero al sicuro.

La persona vive in allerta, sempre pronta a cogliere il minimo indizio che confermi la paura di essere lasciata anche quando non è così. E spesso questo comportamento allontana le persone soprattutto se hanno uno stile di attaccamento evitante.

2) Schema della dipendenza affettiva

Anche se in ogni relazione esiste una certa quota di dipendenza qui il bisogno di vicinanza diventa centrale: l’altro è percepito come fonte primaria di sicurezza emotiva.

Si ha un forte bisogno di attenzione e conferme, paura intensa dell’abbandono e ricerca continua di rassicurazioni, una difficoltà a stabilire limiti e autostima fragile e dipendente dal giudizio esterno

Questo schema crea un ciclo di soddisfazione breve e insoddisfazione continua: l’approvazione calma per breve tempo, poi l’ansia ritorna perché non c'è una capacità di autoregolazione emotiva interna.

3) Schema del sacrificio di sé

La persona mette i bisogni degli altri davanti ai propri per paura di perdere amore o approvazione. Sviluppa una compiacenza eccessiva, ha difficoltà a dire di no abbandonandosi per prima e alimentando una sensazione di vuoto e insoddisfazione.

Nel tempo, questo schema erode l’autostima e alimenta l’idea di “non meritare” amore senza sacrifici.

Quale schema senti più attivo oggi?

Scrivilo nei commenti e scegli una piccola azione concreta da mettere in pratica questa settimana.

25/08/2026

LA FRAGILITA' DEI RAPPORTI CONTEMPORANEI

"Ho perso la speranza di trovare un partner, credo resterò single per sempre."

Così mi ha detto una persona, sfiduciata, e così anche io ho attraversato, più volte nella mia vita, quella fase di crisi almeno fino ai 40 anni.

C'è una domanda che ricorre nelle sedute: "Ma dipende da me o dalla società?"

C’è un fenomeno che attraversa silenziosamente il nostro tempo: i legami di coppia si stanno facendo sempre più instabili, volubili, spazzati via come rametti al vento, disciolti come neve al sole.

Lo vedo nel lavoro clinico, lo sento nelle storie delle persone, lo percepisco nell’immaginario collettivo: qualcosa si è incrinato nel modo in cui ci avviciniamo all’amore e alla relazione.

Come scrive Roberto Pozzetti, «si incrina la fiducia nella storia d’amore come punto di riferimento eterno, si spera sempre meno nell’incontro con l’uomo o la donna della propria vita, perde credibilità il matrimonio quale luogo d’approdo di un’intesa affettiva».

Questa frase fotografa con precisione chirurgica ciò che accade oggi: la promessa di stabilità non è più un orizzonte condiviso, ma un’eco lontana.

Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere immediato, performante, reversibile e in cui il progetto individuale viene prima del progetto condiviso alimentando egoismo e solitudine.

E così anche le relazioni diventano liquide, provvisorie, consumabili. Appena qualcosa si incrina, il legame viene abbandonato come un oggetto che ha perso il suo valore ed è facilmente sostituibile. Non si ripara, non si attraversa, non si resta. Si cambia.

Ma la verità psicologica è più profonda: non siamo diventati incapaci di amare, siamo diventati spaventati.

Spaventati dalla vulnerabilità, dal conflitto, dal tempo necessario perché un legame maturi.

Spaventati dall’idea di dipendere da qualcuno, di essere visti davvero, di lasciare che l’altro tocchi le nostre parti più fragili.

E così, mentre i legami si indeboliscono, cresce la sensazione di solitudine affettiva: la percezione che l’incontro buono sia raro, che la reciprocità sia un miraggio, che la speranza sia un lusso per pochi.

Spesso sento dire che la maggior parte delle persone ha uno stile di attaccamento insicuro ma dal punto di vista statistico non è questa la realtà oggettiva.

Le ricerche più solide degli ultimi decenni mostrano, a livello mondiale, una distribuzione abbastanza stabile degli stili di attaccamento in età adulta.

Una Meta‑analisi italiana (Cassibba, 2013) su un campione di 2.258 adulti testati con l'Adult Attachment Interviews (AAI) rileva che il 60% della popolazione ha uno stile sicuro e il 40% insicuro complessivo. Questa meta‑analisi è la più autorevole perché aggrega 50 studi italiani.

Uno studio italiano su 260 adulti (Pecci, De Gennaro, Solano, 2002) ha rilevato la distribuzione dei 4 stili attravrso il Relationship Questionnaire:

45% sicuro (117 soggetti)
23% timoroso/disorganizzato (61 soggetti)
21% preoccupato/ansioso (55 soggetti)
10% distanzianti/evitante (25 soggetti)

Quindi la domanda: "ma dipende da me o dal contesto sociale?" non ha una risposta univoca. Non è vero che e' aumentato lo stile evitante ma l’evitamento di ciò che è faticoso e complesso.

La speranza però non muore ma si ritrae. Oggi non manca speranza solo nelle relazioni ma negli esseri umani in generale.

Si nasconde dietro la stanchezza, dietro le ferite, dietro le delusioni. E può tornare solo quando smettiamo di chiedere all’amore di essere perfetto e iniziamo a chiedergli di essere vero.

Perché, nonostante tutto, l’essere umano continua a cercare un legame che non sia un soffio di vento, ma una casa. E quella casa non è fatta di eternità, ma di presenza.

Quella che manca oggi non è solo la speranza ma la presenza.

Siamo troppo distratti da un eccesso di stimoli, di impegni per essere presenti, con la mente e con il cuore, e accorgerci degli altri.

24/08/2026

"Una relazione che nasce impostata su due bambini feriti, se entrambe le persone riconoscono tutto questo e ci lavorano, può diventare una relazione sana?"

Si, due “bambini feriti” possono costruire una relazione sana, ma solo se il lavoro che fanno non è centrato sulla relazione, bensì su di sé. E allo stesso tempo alcune relazioni nascono per farci vedere qualcosa di noi e poi finiscono, perché la funzione simbolica si esaurisce.

Le due possibilità non si escludono. Dipende da come le due persone lavorano sulle loro ferite e da che tipo di legame stanno realmente costruendo. Spesso questo lavoro non può essere fatto da soli ma attraverso un intervento psicologico e/o psicoterapico.

Quando in una relazione una persona è disposta al confronto e l'altra si difende attraverso messaggi o sparendo, a prescindere da chi ha ragione o torto, siamo di fronte a un "test" molto chiaro su come due ferite possono incontrarsi e cosa succede quando una delle due parti non riesce a restare nella parte dell’adulto:

1. Cosa mostra il fatto che l'altro ti abbia lasciato con un messaggio sui social invece di volerti parlare:

Un gesto del genere non è solo “immaturità” ma è un segnale preciso di evitamento del contatto emotivo, paura del confronto, punzione paterna interna fragile (non regge la responsabilità del dolore dell’altro) e funzione materna interna scarsa (non contiene, non accompagna, non chiude con cura).

Quando ti senti accusato del tuo “bambino ferito”, l'altro sta proiettando la propria ferita sulla tua, così da non dover vedere la sua. Questo è un pattern da bambino ferito che scappa, non da adulto che resta per riparare.

2. La tua parte adulta c’era. La sua no. Tu hai fatto una cosa adulta:
hai nominato un comportamento che ti feriva e lo hai comunicato. L'altro ha avuto una reazione infantile: ha reagito con rabbia, giudizio e fuga.

Questo crea un'asimmetria evolutiva: tu stai lavorando su te stesso mentre l'altro scappa dal lavoro. Quando accade questo, la relazione non può diventare sana, perché uno cresce e l’altro si difende, uno parla e l’altro evita, uno si espone e l’altro attacca.

Non è una colpa. È una differenza di livello di coscienza.

3. Era una relazione tra due bambini feriti? Sì. Ma non allo stesso stadio. Tu avevi già iniziato un percorso di integrazione mentre l'altro era ancora nella fase di identificazione con la ferita.

Quando uno dei due resta nel bambino o nella bambina ferita e si "vittimizza", la relazione diventa instabile, reattiva, piena di difese e incapace di riparare e di restare.

In questi casi la relazione non può diventare sana, perché manca una condizione fondamentale: la reciprocità del lavoro su di sé.

4. Quella relazione aveva una funzione: mostrarti un punto della tua ferita. Il modo in cui l'altro ti ha lasciato ha toccato un punto preciso: il tema dell’abbandono improvviso, la mancanza di cura nella separazione, il sentirsi non visto nel proprio dolore, il sentirsi giudicato proprio quando si prova a comunicare.

Questa relazione ti ha fatto vedere dove sanguini ancora. E questo è il suo valore evolutivo ma non è detto che chi ti mostra la ferita sia anche la persona che può aiutarti a guarirla.

Molto spesso non lo è.

5. Era la persona “sbagliata”? No. Era la persona “funzionale”.

Era funzionale a un passaggio della tua crescita. Ti ha mostrato cosa non devi più accettare, cosa non devi più giustificare, cosa non devi più chiamare “amore”, cosa non devi più permettere alla tua ferita di tollerare.

Era un archetipo di passaggio: non il compagno o la compagna, ma il messaggero.

Una persona che non è pronta a disidentificarsi dalla sua parte ferita porterà quella ferita in tutte le sue relazioni e ripeterà probabilmente sempre lo stesso schema.

Sì, era una relazione tra due bambini feriti ma non era una relazione che poteva diventare sana: la parte adulta dell'altro non c'era.

Sì, aveva una funzione evolutiva: mostrarti un punto della tua ferita ma non era la persona con cui costruire stabilità e reciprocità.

Non era una relazione sbagliata: era una relazione iniziatica.

24/08/2026

IN OGNI ADULTO C’È UN BAMBINO FERITO?

Qualche anno fa una persona scelse di interrompere la nostra relazione, che durava da più di 30 anni, con un messaggio sui social, in un momento già difficile per entrambi.

Dopo averle fatto notare che alcuni suoi comportamenti mi ferivano, la sua reazione fu quella di proiettare su di me la sua rabbia e il suo giudizio, etichettando come “bambino ferito” ciò che in realtà era un mio legittimo bisogno di rispetto e chiarezza.

Quando le comunicai che non usavo i social per discutere e la invitai ad avere un confronto, fuori dai social, sparì come aveva già fatto in passato. Non mi serviva una "diagnosi" ma comprendere perché usava certe modalità relazionali.

Quello che invece feci io, fu prendere atto di come mi sentivo, e del perché inseguivo una persona che non poteva o non voleva esserci nella mia vita e prendermi cura della mia sofferenza.

Quello di cui questa persona non era consapevole, conoscendo la sua storia relazionale, era come la sua "bambina ferita" stava reagendo all'ennesima persona che le faceva notare una mancanza, un difetto, sentendosi giudicata tanto da rispondermi "non permetto a nessuno di giudicarmi".

Solo attraverso il confronto con diversi terapeuti, ho compreso quale parte di me questa persona rappresentava: quella che aveva paura del giudizio, che non sapeva dire "no", che voleva piacere a tutti e nel momento in cui ho iniziato a dare sempre meno peso a quello che pensano gli altri dicendo quello che sento e penso veramente diverse relazioni sono entrate in crisi.

Quasi sempre chi ha attraversato relazioni fatte di abusi, tradimenti, svalutazioni o instabilità porta dentro di sé una parte bambina ferita. Ma non è una colpa, né un difetto: è una ferita relazionale antica che si riattiva nelle relazioni adulte.

Le persone non “si incastrano” con uomini o donne che le feriscono perché sono deboli. Si incastrano perché la loro parte bambina cerca di risolvere un trauma antico attraverso un partner sbagliato.

È la logica della coazione a ripetere freudiana: ripetere ciò che non è stato ancora compreso della propria storia di attaccamento.

Quando viviamo relazioni disfunzionali c'è una parte sensibile, vulnerabile, che porta ancora i segni delle esperienze emotive dei primi anni di vita e le ripete nelle relazioni adulte.

Spesso chi teme di essere rifiutato o abbandonato mette in moto un autosabotaggio, rifiutando o abbandonando gli altri per prima.

Per molti, quelle ferite arrivano proprio da chi avrebbe dovuto proteggerli: una madre invadente, un padre assente, o figure di accudimento che per limiti, inconsapevolezza o sofferenza personale non sono riuscite a offrire ciò di cui avevamo bisogno.

Quando questa parte non viene riconosciuta, le relazioni adulte diventano spesso difficili, conflittuali, cariche di aspettative e delusioni. E chiameremo "sfortuna" qualcosa che invece dipende dalle nostre scelte.

Non perché siamo “sbagliati”, ma perché continuiamo a reagire con le emozioni di allora. E se quelle reazioni non sono accompagnate da un'elaborazione profonda si continuerà a ferire gli altri perché si è feriti per primi. E' una guerra in cui non vince nessuno.

Fare pace con se stessi e con gli altri non significa perdonare tutto.

Fare pace con la propria storia non vuol dire giustificare ciò che è accaduto, né cancellarlo.

Significa permettersi di sentire rabbia, rancore e dolore, fino a quando queste emozioni non si trasformano in qualcosa di diverso:
un gesto di amore verso le parti ferite di noi.

La vera riconciliazione non avviene con i genitori esterni ma con i genitori interni: le immagini psichiche che abbiamo costruito dentro di noi e che continuano a influenzare il modo in cui ci trattiamo e trattiamo gli altri.

Lo stesso vale per amici ed ex partner che rappresentano sempre parti scisse della nostra personalità che non abbiamo integrato.

Dal punto di vista archetipico Jung parlava di funzione materna e funzione paterna:

La funzione materna riguarda il modo in cui ci relazioniamo agli altri ed è stata appresa dalla madre;

La funzione paterna riguarda il modo in cui ci relazioniamo a noi stessi ed è stata appresa dal padre.

Quando queste funzioni sono fragili o ferite, diventiamo adulti che cercano negli altri ciò che non hanno ricevuto, oppure che si puniscono per ciò che non riescono a essere.

Un passaggio fondamentale è riconoscere che anche i nostri genitori, a loro volta, erano bambini feriti.

Non si tratta di assolverli, ma di comprendere che la loro inconsapevolezza non era un attacco personale: era il limite della loro storia.

Quando portiamo rancore per quello che è successo o non è successo rischiamo di portare quella rabbia nelle relazioni con gli altri.

Questa consapevolezza ci permette di smettere di identificarci solo con la ferita e di iniziare a prenderci cura di noi stessi come adulti.

Come scrivono B. Stahl ed E. Goldstein: “Molti di noi hanno imparato a non sentirsi a proprio agio con sé stessi. Sembra insito nella condizione umana essere colpiti, ogni tanto, da una mancanza di auto‑amore e auto‑compassione.”

Tutti abbiamo una parte vulnerabile e fragile, un nucleo narcisistico di personalità: c'è chi se ne prende cura e chi non è capace di farlo.

Ed è proprio qui che inizia il lavoro: ricostruire un rapporto più gentile con noi stessi, imparare a offrirci ciò che non abbiamo ricevuto, diventare i genitori che avremmo voluto avere.

La domanda che ci guida non è: “Perché mi hanno fatto questo?”

La domanda è: “Come posso prendermi cura del bambino o della bambina che vive ancora dentro di me?”

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Quartucciu

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