Cooperativa Sociale Progetto Crescita

Cooperativa Sociale Progetto Crescita Essere accanto alle persone e alle famiglie, dalla tenera età agli anni più maturi, per migliorarne la qualità della vita

La Cooperativa Sociale Progetto Crescita eroga servizi educativi ed animativi per l'infanzia, l'età evolutiva e i diversamente abili.

Un disegno come saluto, come ponte tra ciò che è stato e ciò che continuerà a muoversi dentro Eli.Un piccolo mondo simbo...
02/08/2026

Un disegno come saluto, come ponte tra ciò che è stato e ciò che continuerà a muoversi dentro Eli.
Un piccolo mondo simbolico che racconta la nostra relazione e la sua capacità di portarla con sé, mentre si apre al futuro.

••••••IL VALORE SIMBOLICO DEL SALUTO••••••

LA CONCLUSIONE DI UN PERCORSO PSICOMOTORIO È UN MOMENTO CHE RICHIEDE CURA E STRUMENTI CAPACI DI SOSTENERE L'ELABORAZIONE DELLA SEPARAZIONE.
Eli, bambina di sei anni, oggi ha chiuso il suo cammino psicomotorio: la sua famiglia si trasferirà in un’altra città per motivi professionali.
Al momento del saluto, Eli non sceglie le parole.
Sceglie un disegno.
Un gesto che appartiene profondamente al linguaggio psicomotorio: un modo di rappresentare ciò che è stato, ciò che resta e ciò che si sta trasformando.
Appaiono subito due case, come identità distinte ma in relazione, unite da una stradina che collega le porte.
Entrambe sono dotate di antenna: simboli di comunicazione, strumenti che ricevono e trasmettono, che mantengono un canale aperto anche nella distanza. Le finestre sono occhi: due case che si guardano, che si riconoscono. La collocazione dei nomi è particolarmente significativa, il nome di Eli è sul tetto della sua casa.
Una posizione alta, esposta, orientata verso il cielo.
È il segno di un’identità che si affaccia al futuro, che si prepara al cambiamento, che guarda lontano. Il mio nome è tra le finestre e la porta della mia casa.
Una posizione di soglia, di accoglienza, di relazione.
È il luogo del passaggio, dell’incontro, della presenza che resta disponibile. Tra le due case, la stradina rappresenta un percorso tracciato, percorribile, che racconta la relazione costruita nel tempo.
Proprio sotto la strada che unisce le case, Eli colloca un fuoco.
Non è un dettaglio casuale: è un posizionamento simbolico. Il fuoco diventa la radice della relazione, il centro caldo che sostiene il cammino, la forza trasformativa che ha reso possibile il percorso, il cuore che alimenta la possibilità di incontro. La strada è riscaldata dal fuoco: la relazione poggia sul calore, sulla vitalità, sulla trasformazione condivisa.
Alla base delle case, Eli disegna una chiocciola rivolta a destra, direzione simbolica del futuro. La chiocciola presenta tre elementi rilevanti, una casa/chiocciola nera, che rappresenta profondità, esperienza, zone d’ombra attraversate e parti ancora inesplorate, senza forma e colore. Un viso giallo, colore della luce: un’identità che si mostra, che è presenza viva. Antenne lunghe, sensibili, capaci di percepire e orientate verso ciò che viene, ma pronte a ritrarsi velocemente. Eli dice: «La chiocciola mangia l’insalata.»
Una chiocciola che si nutre di cibo essenziale, vivo, colorato.
È l’immagine di un ritmo personale, di bisogni riconosciuti e soddisfatti, di un corpo che procede con il proprio tempo.
Il cielo è popolato da uccelli che volano.
Sono simboli di pensiero, immaginazione, possibilità.
Rappresentano ciò che continua a muoversi anche quando la relazione si chiude: idee, emozioni, messaggi che restano vivi.
Il momento in cui Eli decide di scrivere il mio nome è un passaggio relazionale di grande valore. Mi chiede di scriverle il nome su un foglietto, per poterlo copiare.
Lo copia sulla casa.
Poi, con un gesto silenzioso e chiarissimo, allunga la mano, prende il foglietto e se lo porta con sé. Questo gesto contiene tre movimenti psicomotori fondamentali:
Riconoscimento, “Ho bisogno del tuo nome per completare il mio disegno.”
Internalizzazione, “Lo copio, lo porto dentro la mia rappresentazione.”
Appropriazione, “Lo prendo con me, lo porto via, lo tengo.” Il foglietto diventa un oggetto transizionale: un frammento della relazione che Eli può portare con sé nel passaggio verso la nuova città. Il disegno è ricco di colori,
la policromia indica un mondo interno vivo, complesso, non polarizzato.
È il segno di una relazione che ha accolto differenze, sfumature, movimenti.
Il disegno di Eli è un dispositivo di chiusura che racconta una relazione che ha avuto: identità riconosciute e posizionate con cura, un canale comunicativo vivo, un ritmo corporeo rispettato, un centro caldo e trasformativo, un cielo pieno di possibilità, una via percorribile tra due mondi, un gesto di appropriazione del nome che garantisce continuità interna.
Eli non ha usato parole.
Ha usato il linguaggio del corpo che disegna, del gesto che narra, del simbolo che custodisce. Il suo saluto è un mondo intero:
un ponte tra ciò che è stato e ciò che continuerà a muoversi dentro di lei

Che festa!
17/06/2026

Che festa!

Nei giochi dei bambini, la morte appare come un linguaggio simbolico: un modo per esplorare ciò che non si comprende anc...
25/05/2026

Nei giochi dei bambini, la morte appare come un linguaggio simbolico: un modo per esplorare ciò che non si comprende ancora, senza paura.

LÀ, DOVE I BAMBINI TRASFORMANO LA FINE IN UN GIOCO

Nella foto vediamo un piccolo cimitero costruito dai bambini: tombe fatte di cubi e parallelepipedi, sormontate da croci che, poco prima, erano spade.
Due giochi diversi si sono incontrati, contaminati, trasformati.
E da quella contaminazione è nata una storia nuova, dove vita e morte si intrecciano e si esplorano attraverso il linguaggio più naturale per i bambini: il gioco simbolico.
Il gioco è iniziato da Sebastiano, un bambino che porta con sé storie importanti, dense, ancora in cerca di un posto dove potersi appoggiare.
Nel momento iniziale dell’incontro precedente aveva condiviso ricordi legati alla nascita dei suoi fratelli e al ricovero che lui stesso aveva avuto da piccolo per una polmonite. Raccontava che la sua mamma era “quasi morta” quando era nato il fratellino, che aveva perso “tanto sangue, come una bottiglia d’acqua”, e che il fratellino aveva avuto “il sangue nel cervello”. Con l’altro fratello, invece, “era andato tutto bene”.
Gli ho restituito che anche quando è nato lui era andato tutto bene, e ho messo parole su ciò che poteva aver sentito:
“Penso che tu abbia avuto paura. Per fortuna la tua mamma ora sta bene ed è a casa con voi. E per il tuo fratellino vedrai che i tuoi genitori si prenderanno cura di lui.”
Un piccolo gesto di contenimento, per dare forma a un vissuto che rischiava di restare sospeso.
All’incontro successivo, nel tempo dedicato ai patti e alle narrazioni personali, Sebastiano ha portato un’altra notizia difficile: le sue due maestre di prima elementare, per motivi diversi, avrebbero lasciato la classe a fine anno. Lo raccontava sorridendo, ma il dispiacere era evidente.
Un nuovo piccolo lutto, una perdita di continuità e di riferimenti affettivi.

Al via dei giochi, ha chiesto di costruire una tomba.
All’inizio entrava e usciva con timore: un gioco così potente può fare paura. Io ero lì, accanto ma non dentro, per offrirgli presenza e sicurezza, perché il gioco non diventasse troppo grande da sostenere.
La tomba è poi diventata “da due posti”, condivisa con un altro bambino: un gesto che parla di vicinanza, di co-regolazione, di appartenenza.
Il gioco ha attirato gli altri bambini, alcuni stavano giocando a scalare una montagna, altri a combattere con le spade. Hanno chiesto anche loro una tomba, e così è nato un piccolo cimitero.
Le croci che vediamo erano spade fino a pochi minuti prima: simboli che cambiano forma, significato, funzione.
Il tema personale di Sebastiano si è trasformato in un rituale collettivo, un luogo simbolico dove il gruppo ha potuto esplorare insieme emozioni, paure e domande.
Un gioco che non parla di morte, ma di vita che cerca spazio per essere compresa.

PERCHÉ I BAMBINI GIOCANO ALLA MORTE?
1. Per elaborare le perdite
La morte, reale o simbolica, attraversa la loro esperienza: cambi di maestre, traslochi, separazioni, oggetti che si rompono.
Il gioco permette di dare forma a ciò che non è ancora dicibile.
2. Per controllare ciò che spaventa
Nel gioco la morte è reversibile: si muore, si rinasce, si diventa zombie.
L’angoscia diventa narrazione, e quindi affrontabile.
3. Per integrare opposti
Spada e croce, vita e morte, paura e curiosità: i bambini non separano rigidamente i registri.
Il gioco è un laboratorio di integrazione psichica.
4. Per costruire rituali condivisi
Il cimitero costruito insieme diventa un luogo simbolico dove il gruppo elabora emozioni diffuse.
Il gioco collettivo sostiene e amplifica i processi individuali.
5. Per esplorare temi esistenziali
Tra i 5 e gli 8 anni i bambini iniziano a intuire irreversibilità, universalità e imprevedibilità della morte.
Il gioco permette di avvicinarsi a queste domande in modo sicuro.

PERCHÉ È IMPORTANTE CHE GLI ADULTI NON SI SPAVENTINO?
Perché l’adulto che si spaventa chiude il gioco.
E chiudere il gioco significa chiudere la possibilità di elaborazione.
L’adulto che resta presente, curioso e non giudicante permette invece al bambino di:
- attraversare il tema senza esserne travolto
- trasformare la paura in narrazione
- sentirsi accompagnato e non solo
- costruire significati personali e condivisi
L’adulto non deve interpretare, ma tenere lo spazio: essere accanto, osservare, contenere, nominare ciò che accade senza sovraccaricare il gioco di senso adulto.

IN CONCLUSIONE
Il gioco sulla morte non è un gioco “di morte”, ma un gioco sulla vita, sulle sue trasformazioni e sulle sue separazioni.
È un processo di integrazione emotiva e simbolica che merita di essere sostenuto con competenza, presenza e delicatezza.

Fiorenza Paganelli

Alla fine della seduta di psicomotricità, il disegno diventa il luogo in cui il corpo trova parole.   È il passaggio dal...
27/04/2026

Alla fine della seduta di psicomotricità, il disegno diventa il luogo in cui il corpo trova parole. È il passaggio dal sentire al rappresentare: un piccolo atto di costruzione del sé.

Sara, 3 anni, disegna e dice “questa sono io dentro la pancia della mia mamma”.

Il gesto grafico come memoria corporea
A tre anni il disegno non è rappresentazione, ma traccia: un modo di portare fuori ciò che è ancora vissuto nel corpo.
Quando Sara dice “questa sono io dentro la pancia della mia mamma”, non sta raccontando un ricordo narrativo, ma una memoria tonico-emozionale: ritmi, contatti, contenimento, continuità.
Il suo segno è un ponte tra ciò che non può essere ricordato con la mente e ciò che può essere espresso attraverso il gesto.
Il cerchio grande come matrice affettiva
Il grande cerchio che avvolge tutto è un’immagine archetipica: il contenitore.
È la forma primaria del “dentro”, del “protetto”, del “tenuto”.
Nel disegno infantile il cerchio è spesso il primo modo per dire: qui c’è un mondo che mi contiene.
Il cerchio piccolo come sé in formazione
Il piccolo cerchio interno è un “sé” ancora in relazione, non separato.
Non è un individuo isolato, ma un sé che esiste perché è dentro un altro.
È un’immagine potente del tema dell’origine: “io sono nata da te, e questo mi dà forma”.
Il filo che collega: continuità, dipendenza buona, radice
Il tratto che unisce i due cerchi è quasi un cordone ombelicale simbolico.
Non è un dettaglio grafico: è un gesto relazionale.
Dice continuità, dice legame, dice che l’identità non è ancora pensata come separata.
È un modo per affermare: io esisto perché sono stata legata a te.
Il cuore accanto: affetto, riconoscimento, appartenenza
Il cuore non è un ornamento.
È un segno affettivo che completa la scena:
“io dentro di te, e tra noi c’è amore”.
È un modo semplice e diretto per collocare l’origine dentro una relazione buona.
Il disegno come narrazione di sé
Quando Sara dice “questa sono io”, sta facendo un atto identitario.
Quando aggiunge “dentro la pancia della mia mamma”, sta collocando la sua identità dentro una storia.
È un gesto di costruzione del sé:
- io sono stata contenuta
- io sono nata da qualcuno
- io appartengo

Per un bambino di tre anni, questa è una conquista enorme.

Fiorenza Paganelli

A volte, nei disegni dei bambini, affiora ciò che custodiscono più gelosamente: legami, ricordi, presenze che li accompa...
15/04/2026

A volte, nei disegni dei bambini, affiora ciò che custodiscono più gelosamente: legami, ricordi, presenze che li accompagnano.
Nelle sedute di psicomotricità questo accade con una naturalezza sorprendente, trasformando il foglio in un piccolo spazio di verità emotiva.

Ricky dice: "questa è la mia nonna. Ha gli occhiali e i capelli ricci, pochi."

Nelle rappresentazioni finali dell'incontro di psicomotricità accade spesso qualcosa di prezioso: i bambini portano nel disegno i loro affetti più profondi. Come ha fatto Ricky, che ha ritratto la sua nonna con occhiali, capelli ricci e un grande sorriso.
Questo succede perché il disegno, in età evolutiva, è un linguaggio simbolico: attraverso le immagini i bambini trasformano emozioni e vissuti interni in forme visibili e condivisibili. Secondo la psicomotricità, il gesto grafico nasce dal corpo e dalla memoria affettiva, e permette al bambino di raccontare ciò che per lui conta davvero.
Quando un bambino disegna una figura amata, non sta solo “riproducendo” un volto: sta mettendo in scena una storia interna, un legame, un pezzo del suo mondo emotivo.
Fiorenza Paganelli

Indirizzo

Via Oriani 8
Ravenna
48121

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 13:00
14:30 - 17:30
Martedì 08:00 - 13:00
14:30 - 17:30
Mercoledì 08:00 - 13:00
Giovedì 08:00 - 13:00
14:30 - 17:30
Venerdì 08:00 - 13:00

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