Anna Rossi Psicologa e Psicoterapeuta

Anna Rossi Psicologa e Psicoterapeuta Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Anna Rossi Psicologa e Psicoterapeuta, Psicoterapeuta, Via Loreto n. 92, Reggio Di.

🪷Psicoterapeuta Sensomotoria Certificata
🧠 Psicoterapeuta CBT/TMI Expert/EFT
🪟 Esperta in Teoria Polivagale
🎶 Provider Safe and Sound Protocol
🌳Trauma/Disturbi di personalità/Regolazione emotiva
🧘🏻‍♀️ A casa nel mondo
🌊 Il flusso che trasforma

Ogni volta che leggo un articolo o vedo immagini che raccontano una bellezza della Calabria — un angolo nascosto, una tr...
13/08/2026

Ogni volta che leggo un articolo o vedo immagini che raccontano una bellezza della Calabria — un angolo nascosto, una tradizione, il volto di chi vive qui — mi accorgo di una cosa. A volte mi sorprendo persino a cercare queste notizie di proposito, come se ne avessi bisogno. E quando le trovo sorrido. Forse di felicità, certo, ma soprattutto provo sorpresa.

Mentre leggo quegli elogi, una voce dentro suggerisce cautela: "Questo posto meraviglioso... è effettivamente qui? Questa cultura siamo davvero noi?" Razionalmente so che ci appartengono, ma emotivamente avviene un cortocircuito, un passo indietro dello stomaco. Serve una garanzia assoluta, una prova inconfutabile, prima di abbassare le difese ed evitare l'illusione.

Mi chiedo perché senta questa scissione tra il sollievo per un "permesso" dall'esterno e un'ostinata diffidenza. Ho trovato risposta in Frantz Fanon: il colonialismo più spietato ti si annida nella testa, facendoti guardare casa tua con gli occhi di chi ti ha sempre svalutato. Ci hanno raccontati così male che il nostro sguardo si è educato a cercare il brutto, percependo il bello come un'anomalia da guardare con cautela.

Questa scissione la vedo materializzarsi nei commenti. Da una parte chi fa un tifo da stadio, affamato di un riscatto che arrivi dall'alto, come da un padre burbero diventato indulgente; dall'altra chi si difende con un cinico "sì, ma...", i guardiani della rassegnazione. Lo fanno per proteggersi: ammettere che quella bellezza esiste significa sperare e rischiare di illudersi. O peggio, significa perdere il comodo alibi che "tanto qui non cambierà nulla" e prendersi la responsabilità di proteggerla.

Non posso spegnere la mente e far finta di non vedere le ferite di questa terra. Eppure, vorrei tornare a guardare questi posti come i bambini che d'estate fanno i tuffi da una zattera.
Loro non hanno una mente spaccata a metà, non cercano garanzie assolute per crederci. Vedono solo il mare, il gioco, lo stare insieme. Vivono in un mondo che basta a se stesso, senza il peso di dover dimostrare nulla a chi sta fuori.

Vorrei imparare di nuovo a tuffarmi così.

È da un po’ che Sciùmare sembra fermo. Ma, proprio come una fiumara in secca, l'acqua non è sparita: sta scorrendo sotto...
11/08/2026

È da un po’ che Sciùmare sembra fermo. Ma, proprio come una fiumara in secca, l'acqua non è sparita: sta scorrendo sottotraccia, scavando in profondità nel letto del fiume, lì dove non si vede.

In questo periodo di silenzio apparente ho riflettuto molto su concetti che all’apparenza potrebbero sembrare avulsi da ciò di cui si occupa Sciùmare. Primo tra tutti: il colonialismo.

Che cosa c’entra una parola così ingombrante con la cura, la memoria e l'identità dei nostri territori? C’entra moltissimo. Perché il dominio più duraturo non è fatto solo di confini o mappe del passato, ma lavora in silenzio attraverso il linguaggio: stabilisce la norma, decide le parole "giuste" e cancella la complessità delle storie locali, facendoci credere di non avere le parole per raccontarci da soli.

Comprendere queste dinamiche non è un mero esercizio accademico, ma un vero e proprio atto di cura. Significa iniziare a togliere, uno ad uno, gli strati di fango, di pregiudizio e di rassegnazione che nel tempo si sono sedimentati sulle nostre vite. Perché solo quando impariamo a riconoscere le parole e gli sguardi che non ci appartengono, possiamo finalmente cominciare a cercare i nostri. Ed è esattamente questo lo scavo lento a cui si sta dedicando Sciùmare: preparare il terreno affinché la fiumara possa tornare a scorrere in superficie, trovando il coraggio di nominare il mondo con una voce finalmente e totalmente sua.

Se vi va, scorrete le slide per esplorare la natura politica della "violenza epistemica" (G.C. Spivak) e dell'alienazione culturale (F. Fanon). Prendetevi il tempo per rifletterci e lasciare che questi pensieri sedimentino. 🌊

La verità sul tasso del male: quando l'aggressività è un confine arrivato tardiSu internet è il meme per eccellenza: il ...
01/08/2026

La verità sul tasso del male: quando l'aggressività è un confine arrivato tardi

Su internet è il meme per eccellenza: il "f***e attaccabrighe" che sfida i leoni senza paura, chiamato ironicamente tasso del male. Ma dietro quella fama da "f***e attaccabrighe" c'è una lezione straordinaria.

Il tasso del miele non passa la vita a fare la sentinella all’orizzonte. Caccia con la testa abbassata, immerso e concentrato a scavare per trovare cibo. E scavando, fa così tanto rumore da non accorgersi dell'avvicinamento dei predatori se non quando il pericolo è ormai già addosso. Non essendo un velocista, non prova neanche a darsela a gambe levate. E allora, che fa?

Di fronte a una minaccia schiacciante, l'estrema difesa biologica è il collasso. Ma il sistema nervoso del tasso fa una stima subcorticale delle proprie risorse: "sa" di avere una pelle spessa come un'armatura e artigli potenti. Così la sua neurocezione non attiva la resa, ma un'esplosione immediata di lotta. Una caotica e apparentemente suicida, che invece nasconde genialità: agire come un pazzo sconsiderato disorienta chi attacca e alza così tanto il costo dello scontro da far ritirare il predatore.

In Psicoterapia Sensomotoria possiamo osservare la stessa dinamica nei nostri sistemi nervosi. Quando lavoro sui confini personali e chiedo a una persona di dirmi "Stop" nel momento in cui sente che sto invadendo il suo spazio, capita che il segnale arrivi quando è troppo tardi. Spalle tese, respiro corto, rigidità muscolare segnalano che l'invasione è già oltrepassata ed è insostenibile.

Chi ha passato una vita con la testa abbassata a "scavare e resistere" — ignorando i propri bisogni per sopravvivere— può non sentire i segnali precoci di disagio. E quando l'invasione gli è addosso, senza tempo per negoziare, il corpo può innescare un attacco esplosivo e apparentemente sproporzionato. Ma dietro quell'aggressività reattiva non c'è un brutto carattere, c'è un sistema nervoso che ha intercettato l'invasione troppo tardi e ha sufficiente energia per non scivolare nel collasso.

In terapia possiamo affinare i nostri "sensori di confine", così da proteggerci senza dover necessariamente andare in guerra.

25/07/2026

A settembre parte un percorso davvero speciale: un Laboratorio Psicosartoriale dedicato alle donne che desiderano esplorare e rielaborare i ruoli femminili ereditati, per dare forma e colore a un'identità più autentica, in linea con la propria reale vita psichica.

Un'esperienza unica che intreccia in parallelo due linguaggi:

🧵 Il lavoro sartoriale: per dare forma concreta alla propria espressione.

🧠 Il lavoro psicologico: per esplorare e ridefinire i propri vissuti profondi e, da questi, dare forma a nuovi ruoli.

📌 Info e dettagli:

🗓️ Inizio: Settembre

📍 Organizzato da: Cooperativa Sole Insieme

🎙️ A cura di: Anna Rossi, psicologa e psicoterapeuta

⚠️ Posti limitati: massimo 10 partecipanti, la prenotazione è obbligatoria.

Se senti che è il momento di dismettere vecchi modelli per indossare finalmente chi sei davvero, ti aspettiamo! 🌸✨

Scrivici in DM per avere informazioni o prenotare il tuo posto ☺️

Cosa può insegnarci il gioco del cane sul trauma?Chi ha un cane conosce bene questa scena, e io la osservo ogni volta ch...
23/07/2026

Cosa può insegnarci il gioco del cane sul trauma?

Chi ha un cane conosce bene questa scena, e io la osservo ogni volta che gioco con il mio: gli muovo davanti il suo gioco preferito, lui lo punta, lo insegue, me lo strappa dalle mani, lo scuote con forza a destra e sinistra per poi accucciarsi a masticarlo.

Quel buffo scuotimento fa parte della sequenza predatoria iscritta nel suo DNA, è la simulazione dell'atto finale della caccia. Il cane usa il contesto del gioco come una cornice sicura per scaricare un impulso biologico potente senza bisogno di aggredire realmente. Completando un ciclo, il suo sistema nervoso si appaga e torna alla calma.

E noi esseri umani? Funzioniamo in modo incredibilmente simile.

Quando affrontiamo un pericolo, il nostro corpo attiva istantaneamente un'enorme quantità di energia per difendersi: i muscoli si preparano a correre, le braccia a respingere. Ma spesso noi umani blocchiamo questo processo, paralizzati dalla paura o dal contesto.

Il trauma nasce proprio quando questa sequenza viene interrotta. Se non possiamo difenderci, quell'energia di sopravvivenza resta intrappolata nel nostro sistema nervoso. Rimaniamo incastrati in un'azione lasciata a metà, che ci condanna a uno stato cronico di allarme o collasso.

In Terapia Sensomotoria lavoriamo su questo blocco attraverso il Sequenziamento. E lo facciamo partendo dallo stesso principio che permette al cane di giocare: la cornice di sicurezza.

Nella stanza di terapia il corpo non "simula", rivive realmente l'attivazione trattenuta nel passato. Ma lo fa nel qui e ora, in uno spazio protetto. È proprio questa sicurezza relazionale che permette al sistema nervoso di attraversare l'intensità dell'istinto senza esserne sopraffatto.

In terapia sensomotoria non ci limitiamo a parlare dell'evento doloroso, ma lasciamo che il corpo compia finalmente quella difesa di sopravvivenza rimasta in sospeso.

Aiutiamo il corpo a rilasciare quell'energia trattenuta, restituendo al sistema nervoso l'unica informazione di cui ha davvero bisogno: l'azione è completata, la minaccia è passata, sei di nuovo al sicuro!

PS: grazie a Pierino, eccezionale testimonial e mio maestro di neurobiologia🐶❤️

Appena arrivato! 😃 "La presenza del terapeuta", il nuovo libro del mio caro collega e amico Gianpaolo Salvatore.Di front...
21/07/2026

Appena arrivato! 😃 "La presenza del terapeuta", il nuovo libro del mio caro collega e amico Gianpaolo Salvatore.

Di fronte alle complessità e alle difficoltà della clinica, la tentazione — in cui in passato sono caduta anch'io e ancora oggi rischio di ricadere — è quella di rifugiarsi in un nuovo modello, in un altro corso o nell'ennesima tecnica. Ma la verità è che quando ci sentiamo in difficoltà con un paziente, quello di cui abbiamo davvero bisogno non è un altro strumento teorico, ma un lavoro su noi stessi: riconoscere cosa l'altro attiva in noi, come ci attiva, crearci uno spazio comodo abbastanza da permetterci di stare a contatto con quello che si è attivato, per comprenderlo prima e poi muoverci da questo in un modo che ci renda nuovamente presenti a noi stessi.

Se con "La vergogna del terapeuta" l'autore aveva già messo in luce la profonda parità umana tra terapeuta e paziente, demolendo l'illusione di un'invulnerabilità clinica, con questo nuovo lavoro sul concetto di "presenza" ci spingiamo ancora oltre, per capire come la persona stessa del terapeuta, la sua presenza, possa diventare il primario e più autentico strumento di cura.

Non vedo l'ora di immergermi nella lettura nei prossimi giorni. Le cose belle! ✨

𝗟𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝘃𝗶𝘁𝗮Come terapeuta, ma ancora prima come essere umano, credo fermamente che l’arte sia una d...
19/07/2026

𝗟𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝘃𝗶𝘁𝗮

Come terapeuta, ma ancora prima come essere umano, credo fermamente che l’arte sia una delle forze di guarigione più potenti che esistano. Ha un potere bidirezionale immenso: cura chi la crea, traducendo il dolore in bellezza, e cura chi la fruisce, offrendo significato a ciò che dentro di noi è ancora indicibile.

Tante volte l'arte ha celebrato il mare, la sua bellezza, la sua violenza o la sua immensità. Ma c’è un brano di Lucio Dalla che fa qualcosa di diverso, muovendosi su un terreno a me straordinariamente caro: "La casa in riva al mare".

In questo brano, Dalla compie un capolavoro di "ecologia" del dolore. Con delicatezza infinita, ci mostra la sofferenza profonda di un uomo privato della libertà, senza mai banalizzarla, pornografarla o spettacolarizzarla. Ci mostra, con disarmante sensibilità, come gli esseri umani riescano a rimanere in vita quando tutto intorno è privazione. Ci parla del ruolo salvifico della speranza, anche quando dobbiamo ricostruirla interamente con l'immaginazione.

Il protagonista, un detenuto, osserva da una finestra una piccola casa e una donna cui dà il nome di Maria. Non la conosce, non le ha mai parlato se non dalla sua cella, tra sé e sé. Eppure, quell’appello disperato a un barlume di relazione diventa la sua ancora di salvezza.Gli anni passano, i capelli imbiancano mentre tutto intorno rimane uguale, eppure quel legame invisibile tiene accesa la sua scintilla.

Quell'amore immaginato non è una fuga dalla realtà, non è follia, ma una strategia vitale della mente per non farsi annientare dal vuoto. Così Dalla ci ricorda che per sopravvivere abbiamo drammaticamente bisogno dell'Altro, anche se solo sognato.

La speranza non è un lusso per cuori leggeri, ma l’ultimo strumento di resistenza psicologica che ci permette di guardare oltre le nostre prigioni. Di rimanere vivi prima di "essere soli in mezzo al blu".
E l'arte di Dalla ci permette di toccare questo mistero con mano.

Grazie Lucio 🪟❤️

E se avete voglia di riascoltarla https://youtu.be/bmkljwyfPOw?is=5joAZHaCc3X3RJPt

15/06/2026
Ci sono giorni che il mio studio sembra un porto: persone che arrivano, raccontano un pezzo di viaggio e poi ripartono p...
15/06/2026

Ci sono giorni che il mio studio sembra un porto: persone che arrivano, raccontano un pezzo di viaggio e poi ripartono per nuove destinazioni. E in quei giorni, a me piace rimanere seduta sulla banchina a godermi la bellezza delle navi che salpano 🌊⛵

In terapia capita di ascoltare storie che sembrano uniche, ma che in realtà danno voce a intere generazioni. Come la sto...
06/06/2026

In terapia capita di ascoltare storie che sembrano uniche, ma che in realtà danno voce a intere generazioni. Come la storia di quello che chiamerò Melo, cresciuto in un piccolo paese di provincia.

La sua famiglia, dopo una vita di duro lavoro legato alla terra, desidera vederlo affrancarsi da quella vita, da quelle tradizioni e da quei ritmi che ai loro occhi sono sinonimo di "arretratezza". Quello stigma verso le proprie radici, gli ha consegnato un mandato invisibile ma pesantissimo: "vai via, realizzati altrove, riscattati, riscattaci".

Ma il corpo di Melo sembra dirgli qualcosa di diverso e in modo inequivocabile: lui, lì, ci sta bene. Quando affonda le mani nella terra, quando respira la lentezza di quei luoghi, prova un profondo senso di pace e di appartenenza.

È qui che le cose si complicano per Melo: se lui dà ascolto a ciò che lo fa stare bene (restare, curare la terra, godersi le sue radici), ferisce la sua famiglia; se fa ciò che li renderebbe fieri (andarsene, svalutare il paese), tradisce se stesso e perde il suo luogo sicuro.

Questa non è solo la storia di Melo, ma di tantissimi di noi, e racchiude l'anima di Sciùmare.

È una storia che racconta il modo in cui il dolore delle generazioni che ci hanno preceduto ci abita e ci rende stranieri a noi stessi: abbiamo imparato a guardare alla nostra cultura contadina e ai nostri paesi come luoghi da cui fuggire per poter valere qualcosa. E mentre ci ripetiamo quella storia, istintivamente sentiamo che qualcosa non torna: qualcosa dentro di noi sa che nel contatto con la terra, in quei ritmi lenti, nei riti delle nostre comunità, non c'è "arretratezza", ma risorse che radicano e calmano.

Guarire la nostra eredità culturale significa, quindi, saper sostare in questa ambiguità, comprendere che si possono onorare i sacrifici e il desiderio di emancipazione di chi ci ha preceduto, senza però dover ereditare il loro stigma. Significa darsi il diritto di sentire che in questi luoghi possiamo ritrovarci e reinventarci.

È comprendere che la libertà non è necessariamente fuggire, ma darsi il permesso di restare, e scoprire che ci si può nutrire e che si può fioririe all'ombra delle proprie radici.

Indirizzo

Via Loreto N. 92
Reggio Di
89133

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
Mercoledì 15:00 - 20:00
Giovedì 15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 12:00
15:00 - 20:00
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Telefono

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