13/08/2026
Ogni volta che leggo un articolo o vedo immagini che raccontano una bellezza della Calabria — un angolo nascosto, una tradizione, il volto di chi vive qui — mi accorgo di una cosa. A volte mi sorprendo persino a cercare queste notizie di proposito, come se ne avessi bisogno. E quando le trovo sorrido. Forse di felicità, certo, ma soprattutto provo sorpresa.
Mentre leggo quegli elogi, una voce dentro suggerisce cautela: "Questo posto meraviglioso... è effettivamente qui? Questa cultura siamo davvero noi?" Razionalmente so che ci appartengono, ma emotivamente avviene un cortocircuito, un passo indietro dello stomaco. Serve una garanzia assoluta, una prova inconfutabile, prima di abbassare le difese ed evitare l'illusione.
Mi chiedo perché senta questa scissione tra il sollievo per un "permesso" dall'esterno e un'ostinata diffidenza. Ho trovato risposta in Frantz Fanon: il colonialismo più spietato ti si annida nella testa, facendoti guardare casa tua con gli occhi di chi ti ha sempre svalutato. Ci hanno raccontati così male che il nostro sguardo si è educato a cercare il brutto, percependo il bello come un'anomalia da guardare con cautela.
Questa scissione la vedo materializzarsi nei commenti. Da una parte chi fa un tifo da stadio, affamato di un riscatto che arrivi dall'alto, come da un padre burbero diventato indulgente; dall'altra chi si difende con un cinico "sì, ma...", i guardiani della rassegnazione. Lo fanno per proteggersi: ammettere che quella bellezza esiste significa sperare e rischiare di illudersi. O peggio, significa perdere il comodo alibi che "tanto qui non cambierà nulla" e prendersi la responsabilità di proteggerla.
Non posso spegnere la mente e far finta di non vedere le ferite di questa terra. Eppure, vorrei tornare a guardare questi posti come i bambini che d'estate fanno i tuffi da una zattera.
Loro non hanno una mente spaccata a metà, non cercano garanzie assolute per crederci. Vedono solo il mare, il gioco, lo stare insieme. Vivono in un mondo che basta a se stesso, senza il peso di dover dimostrare nulla a chi sta fuori.
Vorrei imparare di nuovo a tuffarmi così.