Dott.ssa Anna Scaglione, psicoterapeuta cognitivo comportamentale

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Dott.ssa Anna Scaglione, psicoterapeuta cognitivo comportamentale Fai una cosa per volta.

02/09/2026

Le nostre fragilità e le ferite del passato non sono difetti da nascondere, ma il segno tangibile che abbiamo vissuto, lottato e siamo rinati più forti di prima.
E tu, hai mai pensato alle tue cicatrici come valore aggiunto?

07/08/2026

Il tempo delle ferie non è solo una pausa dagli impegni, è lo spazio in cui ci concediamo il permesso di rallentare, abbassare le difese e di ascoltare ciò che il nostro mondo interno sta provando a dirci tra i rumori della routine.
​Vi auguro di trascorrere giorni autentici, fatti di riposo per la mente, leggerezza per il cuore e presenza per ciò che vi fa stare bene.
Staccare è un atto di cura verso se stessi.
​Io mi fermo per ricaricare le energie e tornare con voi a settembre, pronta a riprendere il nostro cammino insieme.
​Un abbraccio, Anna

Il vero lusso non è staccare la spina, ma imparare a ricaricarsi ovunque.​La mindfulness non richiede uno studio yoga pe...
27/07/2026

Il vero lusso non è staccare la spina, ma imparare a ricaricarsi ovunque.
​La mindfulness non richiede uno studio yoga perfetto o il silenzio assoluto di una montagna. A volte basta un angolo di verde nel cuore di un villaggio vacanze, il profumo dei fiori, il calore del sole sulla pelle e la scelta consapevole di essere presenti nel qui e ora.
​Anche in mezzo al caos o al relax frenetico di una vacanza, puoi trovare il tuo centro. Respira, ascolta e riconnettiti con te stessa. Il tuo spazio interiore è sempre con te.
​Ovunque tu sia, quello è il posto giusto per iniziare.
​Qual è il tuo "angolo di pace" insolito in vacanza? Raccontamelo nei commenti!

Nel silenzio interiore, accade qualcosa di straordinario che sfida le leggi di spazio e tempo.Avete mai sentito parlare ...
11/07/2026

Nel silenzio interiore, accade qualcosa di straordinario che sfida le leggi di spazio e tempo.
Avete mai sentito parlare dell'entanglement quantistico? È un fenomeno affascinante della fisica secondo cui due particelle "entangled" rimangono connesse, anche se separate da distanze infinite. Se misuri una particella, l'altra reagisce istantaneamente. Come se la loro essenza fosse una sola, diffusa nel tessuto stesso dell'universo.
​Quando sediamo in meditazione, non stiamo solo placando i nostri pensieri. Stiamo sintonizzando la nostra energia. Stiamo abbassando la frequenza della nostra mente per percepire quelle vibrazioni più sottili.
​In quel momento di profonda connessione con te stessa/o, quel filo invisibile che ti lega a chi ami si illumina. Sentire la loro presenza, anche se sono a migliaia di chilometri di distanza, non è solo immaginazione. È una risonanza. È il tuo cuore che vibra in armonia con il loro, un entanglement d'amore che trascende ogni barriera geografica.
La mindfulness ci insegna che non siamo isole. Siamo parte di un'immensa rete. Quando ti fermi e respiri, non solo ti riconnetti con te stessa/o, ma ti riconnetti con ogni cellula dell'universo che risuona con il tuo essere.
​La prossima volta che senti la mancanza di qualcuno, non cercare di colmare il vuoto con il telefono. Siediti. Respira. Medita. E senti quella connessione quantistica che ti unisce a loro, sempre e per sempre.
​E voi? Avete mai percepito questa connessione invisibile durante i vostri momenti di silenzio interiore?

In Occidente tendiamo a nascondere le lacrime che seguono un fallimento, una sconf***a o un torto subito, considerandole...
02/07/2026

In Occidente tendiamo a nascondere le lacrime che seguono un fallimento, una sconf***a o un torto subito, considerandole un segno di debolezza o immaturità e aggiungendo così la vergogna al dolore. In Giappone, questo stato d'animo ha un nome preciso e dignitoso: Kuyashinamida, le "lacrime della frustrazione".
​Questo termine unisce il bruciore del rimpianto e della rabbia (kuyashii) al pianto (namida). Queste lacrime rappresentano la prova tangibile di quanto tenevamo a un obiettivo e del coraggio che abbiamo avuto nel metterci in gioco.
Accettare il kuyashinamida significa smettere di giudicare il proprio dolore e riconoscerlo per quello che è: l'autentica ricevuta del nostro valore e del nostro impegno.
​Asciugarsi queste lacrime non significa cancellare la ferita, ma guardarla sotto una nuova luce.
Non siamo fatti di cristallo che si frantuma, ma di metallo che si tempra.
La prossima volta che sentirete quel bruciore salirvi agli occhi dopo una caduta, non nascondetelo: quelle lacrime non stanno bagnando il terreno della vostra sconf***a, stanno alimentando il fuoco della vostra prossima rinascita.
Anna

Oggi è successa una cosa. Non so, onestamente, se definirla spiacevole o illuminante.Piangevo. Un misto tra rabbia, dolo...
22/06/2026

Oggi è successa una cosa.
Non so, onestamente, se definirla spiacevole o illuminante.
Piangevo. Un misto tra rabbia, dolore e impotenza.
Piangevo.
Quelle stesse lacrime che invito i miei pazienti a benedire, cercavo di rimandarle giu, perché qualcuno mi ha ricordato che non dovrei avere certe reazioni in quanto terapeuta.
Questa frase, goffamente consolatoria, mi ha fatto riflettere.
Sì. Avrei "dovuto" eccome.
​È paradossale e profondamente ingiusto come il mondo (e a volte quella voce feroce che abbiamo dentro) si aspetti che chi cura le ferite degli altri sia fatto di teflon, immune ai tagli. Come se la laurea e la specializzazione fossero un vaccino contro l'umanità.
Essere una psicoterapeuta non mi rende immune al dolore, alla rabbia, al lutto o agli attacchi di panico. Non sono un algoritmo.
Conoscere la mappa del lutto non rende il viaggio meno doloroso o la nebbia meno f***a. Sapere che la rabbia è una fase fisiologica non la rende meno bruciante
È viscerale, è protettiva, è intermittente. È l'energia che la psiche usa per non farsi schiacciare dal vuoto della perdita.
​È una reazione profondamente umana.
​Non c'è nulla di "sbagliato" in come ci sentiamo.
​So che non posso controllare il comportamento degli altri, ma posso proteggere il mio spazio, senza pretendere da me stessa di essere perfetta.
E se qualcuno non fosse d'accordo, ne prendo atto ma, francamente me ne infischio.
Anna

In Giappone esiste una parola, Ibasho, spesso tradotta come "il posto in cui ti senti a casa", ma la sua sfumatura più p...
15/06/2026

In Giappone esiste una parola, Ibasho, spesso tradotta come "il posto in cui ti senti a casa", ma la sua sfumatura più profonda è"Il posto dove riesci a respirare".
​Quando la vita si fa pesante, quando l'ansia stringe il petto o ci si sente smarriti, la tendenza è chiedersi: «Dove dovrei essere? Cosa dovrei fare? Chi dovrei diventare per andare bene?».
​L'Ibasho cambia la prospettiva. Non ti chiede di performare, di cambiare o di muoverti.
Ti sussurra una domanda più gentile:
​«Dove – o con chi – respiri meglio?»
​Ibasho non è necessariamente un luogo geografico. Può esserlo, certo, ma molto più spesso è fatto di elementi invisibili:
​Può essere una persona: qualcuno davanti alla quale non devi indossare maschere, con cui il tuo sistema nervoso si calma all'istante e le spalle finalmente si abbassano.
​Può essere un tempo: quei dieci minuti al mattino prima che il mondo si svegli, o il momento in cui ti dedichi a una passione dimenticata.
​Può essere un oggetto, un ricordo, un frammento di natura: il rumore delle foglie, una tazza di tè calda tra le mani, una vecchia canzone.
​Quando perdiamo il contatto con noi stessi, il respiro si fa corto, alto, difensivo.
Dimentichiamo chi siamo perché troppo occupati a sopravvivere.
​Trovare (o ritrovare) il proprio Ibasho significa darsi il permesso di esistere senza giustificazioni.
È lo spazio in cui non devi "fare", puoi solo "essere".
È la base sicura da cui ripartire per ricostruirsi.

​Un piccolo esercizio...
​Nelle prossime ventiquattro ore, provate a non cercare grandi risposte. Chiudete gli occhi per un istante e ascoltate il vostro corpo, notate i momenti di apnea, in quali situazioni o con quali persone vi accorgete che state trattenendo il fiato?
​Cercate il vostro micro-Ibasho: qual è quella cosa, anche piccolissima, che oggi ha fatto fare un sospiro di sollievo al vostro petto?
​Nessuna fretta di guarire o cambiare tutto. Per oggi, l'unico obiettivo è trovare quel minuscolo spazio in cui puoi semplicemente dire: «Qui, posso respirare».
È esattamente da lì che ricorderemo chi siamo.

È passata una settimana.Sette giorni che non si contano in ore, ma in battiti di ciglia per guardare un mondo in cui lui...
01/06/2026

È passata una settimana.
Sette giorni che non si contano in ore, ma in battiti di ciglia per guardare un mondo in cui lui non c’è più.
​Come terapeuta passo le mie giornate ad accogliere il dolore degli altri, a dare nomi alle voragini, a costruire ponti dove sembra non esserci più terreno.
Ma quando a morire è tuo padre, a 67 anni, dopo che il cancro ha deciso di prendersi tutto in una manciata di settimane, il ponte crolla sotto i tuoi piedi.
​La verità è che non c’è teoria che tenga quando il vuoto ha la forma della sedia dove si sedeva lui.
La sofferenza è indicibile, un incendio che ha bruciato le parole prima ancora che potessero uscire.
E io, che di parole vivo, mi sono scoperta completamente muta.
​In questa settimana ho imparato qualcosa che nessun manuale mi aveva mai insegnato davvero: sopravvivere non significa "superare".
​A chi, come me, sta attraversando tutto questo, mi permetto di dire, non abbiate fretta di "stare meglio".
Non è un dovere essere forti, né composti, né pronti a ripartire. Il dolore ha i suoi tempi, che sono brutali e anarchici.
​Accetto di essere, per un po’, non la terapeuta che cura, ma l'umana che sanguina. Accetto che il dolore sia la forma di amore che posso offrirgli. E mentre cerco di respirare in questo silenzio che ancora profuma di lui, ricordo a me stessa – e a voi – che permettersi di crollare è l'atto di coraggio più grande che possiamo concederci.
​Non c'è una via d'uscita, c'è solo una via d'attraversamento. E, un passo dopo l'altro, impariamo a stare nel vuoto senza smettere di esistere.
​Grazie ancora a ciascuno di voi per la vicinanza, la gentilezza e il supporto.
Vi abbraccio tutti, Anna

A 67 anni, una terribile malattia, ha rubato la vita a mio padre, l'amore della mia vita.Non posso accogliere il dolore ...
26/05/2026

A 67 anni, una terribile malattia, ha rubato la vita a mio padre, l'amore della mia vita.
Non posso accogliere il dolore di nessuno senza fare i conti, prima, con il mio.
A presto Anna

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale della Fibromialgia, si è tenuto, nel cuore di   un congresso che è stato molto pi...
18/05/2026

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale della Fibromialgia, si è tenuto, nel cuore di un congresso che è stato molto più di un incontro scientifico. È stato un abbraccio collettivo.
​Un evento reso ancora più potente da una ricorrenza che profuma di coraggio: i 10 anni di . Dieci anni di battaglie impegno instancabile, di porte spalancate all'accoglienza e di passi verso la luce.
​Da terapeuta, lo vedo ogni giorno: il peso più devastante per chi soffre di fibromialgia non si ferma alla carne. Il vero macigno è l’invisibilità. È la tortura psicologica di dover costantemente "dimostrare" una sofferenza che gli esami di laboratorio non sanno raccontare, mentre si impara a navigare tra giornate pesanti e un corpo che non sempre risponde ai propri desideri. È un percorso che richiede una forza immensa, ma che merita ascolto, mai giudizio.
​Ecco perché fare divulgazione non è un freddo esercizio accademico. È un atto d'amore e di validazione emotiva.
​è strappare via il velo dell'invisibilità che soffoca milioni di persone.
​Smettere di pronunciare la frase più violenta — "È solo nella tua testa" — per far spazio all'unica cura che cura davvero: "Ti credo. Sono qui con te."Restituire dignità psicologica, sociale e umana a chi, ogni singolo giorno, accetta e attraversa la complessità di questa condizione.
​Momenti come questo non servono solo a spiegare la scienza; servono a rivoluzionare la cultura con l'empatia.Perché quando la competenza scientifica incontra l'ascolto puro, la sofferenza smette di essere un isolotto deserto. Diventa un cammino che si percorre insieme, sostenendosi a vicenda.
​Il mio grazie più profondo va a chi ha si è speso per organizzare tutto questo, all'associazione, ai colleghi stimati. Ma il grazie più immenso, quello che mi fa vibrare l'anima, va a voi, pazienti. La vostra presenza, il vostro dolore fiero e la vostra resilienza sono il motore instancabile di ogni mio singolo passo. Non siete soli. Combattiamo insieme.

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