07/08/2025
«I figli vanno amati: soltanto questo. E amare significa imparare a lasciar andare. Chi crede che essere genitore sia un diritto, e non un dovere, finisce per indottrinare i propri figli anziché educarli. I nostri figli però – come scriveva Khalil Gibran – non sono nostri, non vengono da noi ma attraverso di noi, non bisogna considerarli di nostra proprietà: non devono essere costretti a pensarla come noi, a fare la nostra stessa vita, perché hanno i loro pensieri, che possono essere simili ai nostri, o a volte contrari, e in ogni caso è bene che li abbiano e che se li tengano stretti.
I tuoi figli non sono figli tuoi. Sono i figli e le figlie della vita stessa. Tante volte ho sentito dire da un genitore: io devo sistemare mio figlio. “Sistemare”. Come un vaso cinese. Hai messo al mondo un oggetto o hai messo al mondo un’anima? Se hai messo al mondo un’anima non la devi sistemare, l’anima va dove deve andare. Che messaggio diamo altrimenti? Siccome tu non ce la fai, ci pensa papà. Un genitore è un istruttore di volo, deve insegnarti a volare. Non è uno che spera che devi restare a casa fino a sessant’anni, così diventi una specie di badante. Questo è egoismo, non c’entra niente con l’amore. L’amore è vederli volare…»
Questo testo di Franco Battiato è un manifesto di amore consapevole, un inno alla libertà dell’anima, e soprattutto un monito rivolto a tutti i genitori che, spesso in buona fede, confondono l’amore con il controllo, la cura con il possesso.
Battiato ci ricorda una verità scomoda ma necessaria: i figli non ci appartengono. Non sono estensioni di noi stessi, né custodi dei nostri sogni incompiuti. Sono individui, esseri unici, che ci attraversano, ma non ci sono destinati. Come dice citando Gibran, “non vengono da noi ma attraverso di noi”: ed è in questa immagine poetica che si cela la più grande responsabilità dell’essere genitori — fare spazio, non occupare.
Il verbo “sistemare”, che viene così spesso usato con affetto e ansia, qui è smascherato nella sua verità più fredda: un tentativo inconscio di incasellare la vita degli altri secondo i nostri parametri, di “aggiustare” ciò che in realtà andrebbe solo accompagnato. Un figlio non è un progetto da completare, ma una creatura da accompagnare nel suo percorso, anche quando diverge dal nostro.
E poi l’immagine più potente di tutte: il genitore come istruttore di volo. Il compito non è quello di trattenere, ma di insegnare a decollare. Non è un ruolo che si consuma nella dipendenza, ma nella capacità di trasmettere autonomia, fiducia, orizzonti. Un figlio che resta “a casa fino a sessant’anni” non è necessariamente un figlio amato: può essere un figlio imprigionato da una relazione sbilanciata, dove il bisogno dell’adulto ha preso il posto dell’amore autentico.
Battiato, nella sua visione spirituale e laica al tempo stesso, ci ricorda che amare è un atto di rinuncia. Che solo lasciando liberi si è veramente genitori. E che vedere un figlio volare, lontano da noi, forse senza voltarsi indietro, è la più alta forma d’amore che possiamo offrire. Anche se ci costa.
È una lezione di umiltà. Ma soprattutto, è una lezione di libertà.