04/05/2026
Nel lavoro clinico esiste una dimensione spesso poco visibile ma fondamentale: il sentire del terapeuta.
Non riguarda solo l’empatia, ma la capacità di utilizzare ciò che accade dentro di sé — emozioni, pensieri, sensazioni corporee — come strumento di comprensione della relazione terapeutica.
Autori come Biondi sottolineano come il clinico non sia un osservatore neutrale, ma un partecipante sensibile, capace di trasformare le proprie risonanze emotive in elementi di lettura del mondo interno del paziente.
Filastro, invece, richiama l’attenzione sul corpo: ciò che il terapeuta sente fisicamente può offrire indicazioni preziose su ciò che il paziente non riesce ancora a esprimere.
In questo contesto, anche il pianto del terapeuta può trovare un posto.
È un tema delicato, spesso evitato o polarizzato: da un lato visto come segno di autenticità, dall’altro come perdita di assetto professionale.
In realtà, come molti fenomeni clinici, non è il comportamento in sé a definirne il valore, ma il suo significato all’interno della relazione.
Un terapeuta che si commuove può stare entrando in contatto profondo con l’esperienza del paziente.
Ma perché questo sia utile, è necessario che l’emozione venga mentalizzata: riconosciuta, compresa e regolata.
Il rischio, altrimenti, è che il focus si sposti dal paziente al terapeuta, invertendo i ruoli.
Il sentire del clinico, quindi, non è qualcosa da eliminare, ma da coltivare con consapevolezza, supervisione e responsabilità.
È una bussola preziosa, ma non una guida automatica: richiede pensiero, tempo e cura.
In fondo, la competenza clinica passa anche da qui:
dalla capacità di sentire senza perdersi, e pensare senza distaccarsi.