13/08/2026
Ci sono luoghi in cui arrivi e senti immediatamente che qualcosa, dentro di te, rallenta. Per me la Scozia è stata questo. Devo ammettere che, a tratti, quei paesaggi immensi e quei silenzi profondi mi hanno anche un po’ inquietato. Non sono abituato a spazi così grandi, a non vedere persone anche per chilometri, a sentire il vento come unico rumore. Ti senti piccolo, ma incredibilmente libero.
Circa 1.000 chilometri, poco più di 630 miglia, tra Edimburgo, Skye, Inverness, Loch Ness e Pitlochry. Ma quando viaggio non guardo soltanto i luoghi ma osservo soprattutto le persone. Il modo in cui si incontrano, occupano gli spazi, stanno nel silenzio. Una strada percorsa con calma, una fila rispettata, un automobilista che rallenta, la sicurezza stradale ricordata di continuo, un gesto di attenzione verso l’altro. Mi colpisce inoltre il tempo dedicato al benessere: tanti anziani camminano con qualsiasi condizione meteo, stanno nella natura, incontrano gli amici, vivono gli spazi senza fretta. E mentre ovunque si discute di "bambinifobia" in vacanza, in Scozia corrono, giocano, esplorano. Hanno spazio. Hanno i loro spazi. E soprattutto, pochissimi hanno un cellulare in mano. Sono presenti. Forse anche la noia, ogni tanto, è una cosa di cui abbiamo tutti bisogno. E poi c’è l’overtourism: basta allontanarsi dai luoghi più conosciuti e tutto cambia. Il rumore lascia spazio al vento. Le persone diventano poche.
Il paesaggio torna enorme. La Scozia mi ha ricordato che rallentare non significa perdere tempo. Significa tornare ad abitare il proprio tempo. La Scozia finisce qui. Il viaggio, forse, no.