Monica Giovatore Psicologa

Monica Giovatore Psicologa Psicologa
Mediatore Familiare
Coordinatore Genitoriale
Esperta nell'ambito dei Disturbi di Personalità. Autrice del libro INDECIFRABILI.

Adolescenti chi sono cosa vogliono come comunicano. Edizioni PM
Acquistabile su Amazon https://amzn.eu/d/0HmRkiE Esiste un modo profondo e delicato di entrare dentro di noi e dialogare con le nostre emozioni più vere.

Oggi siamo bombardati da consigli su cosa mangiare per vivere cento anni: "clean eating", superfood, diete senza questo ...
25/05/2026

Oggi siamo bombardati da consigli su cosa mangiare per vivere cento anni: "clean eating", superfood, diete senza questo o quello. Ma c’è un confine invisibile, molto sottile, tra il volersi bene e il non vivere più. Quel confine si chiama ortoressia nervosa.

A differenza di altri disturbi, qui il problema non è la quantità di cibo, ma la sua "purezza". Non si tratta di voler dimagrire, ma di un’ossessione psicologica per tutto ciò che è sano, naturale e incontaminato. Chi ne soffre finisce per trasformare la cucina in un laboratorio e la tavola in un tribunale.

Comincia piano: si elimina un ingrediente, poi un altro, si passano ore a studiare le etichette o a pianificare i pasti dei giorni successivi. Ma presto, quella che era una scelta salutare diventa una gabbia. Si prova un’angoscia reale, quasi un senso di colpa morale, se si è costretti a mangiare qualcosa di "impuro".

Il prezzo più alto, però, lo si paga spesso sul piano sociale. Si smette di uscire a cena, si evitano i pranzi in famiglia e ci si isola, perché il mondo esterno è pieno di "insidie" alimentari che non si possono controllare.

Dobbiamo ricordarci che la vera salute non è fatta solo di vitamine e minerali, ma anche della libertà di godersi un pasto in compagnia senza che il pensiero del cibo diventi un tormento. Mangiare bene è importante, ma mangiare con serenità lo è ancora di più.

Se senti che il cibo ha smesso di essere un piacere ed è diventato un rigido protocollo da seguire, fermati un secondo. La perfezione nel piatto non vale mai la perdita della propria tranquillità.

Il termine "trigger", un tempo confinato agli studi degli psicologi, è diventato oggi il pilastro del linguaggio degli a...
18/05/2026

Il termine "trigger", un tempo confinato agli studi degli psicologi, è diventato oggi il pilastro del linguaggio degli adolescenti sui social media, in particolare su TikTok.
Questa evoluzione linguistica ci dice molto su come le nuove generazioni stiano cercando di dare un nome al proprio mondo interiore, anche se a volte lo fanno semplificando concetti molto profondi.

In origine, il "trigger" è l'innesco: un dettaglio apparentemente innocuo che, come un interruttore, riaccende improvvisamente un trauma passato, portando la persona a rivivere quel dolore come se fosse presente.
Nel contesto dei social, però, la parola ha subito una trasformazione. Per un ragazzo oggi, sentirsi "triggherato" significa provare una reazione emotiva intensa e immediata — che sia fastidio, rabbia o imbarazzo — di fronte a un contenuto, a un commento o a un’opinione contraria alla propria.

Questa popolarità nasce da un bisogno di velocità. In un mondo digitale dove tutto scorre rapidamente, dire "mi hai triggherato" è un modo immediato per segnalare che un certo limite è stato superato o che un "tasto dolente" è stato toccato.
Questa diffusione capillare indica una generazione molto più alfabetizzata dal punto di vista emotivo rispetto a quelle passate, capace di riconoscere che ciò che guardiamo online ha un impatto diretto sul nostro benessere interno.

Tuttavia, il rischio è che l'uso eccessivo del termine possa rendere tutto "traumatico", appiattendo la differenza tra un semplice fastidio e una vera sofferenza psicologica.
Il successo della parola "trigger" riflette la complessità di crescere in un'era di iper-esposizione. Per un adolescente, dichiararsi triggherato significa rivendicare il diritto di non essere indifferente, cercando di dare un ordine al caos di stimoli che riceve ogni giorno sullo schermo.

È un tentativo, a volte confuso ma sempre autentico, di proteggere la propria sensibilità in un mondo digitale che raramente chiede permesso prima di colpire.

Cosa è un trauma?Immagina che la tua mente sia come uno stomaco che deve digerire tutto quello che ti succede durante il...
11/05/2026

Cosa è un trauma?

Immagina che la tua mente sia come uno stomaco che deve digerire tutto quello che ti succede durante il giorno.
Un trauma è come un boccone troppo grande e duro da mandare giù. È un evento (o una serie di eventi) così forte, spaventoso o doloroso che la tua mente non riesce a "masticarlo" e a digerirlo normalmente.
Invece di diventare un semplice ricordo del passato, quel boccone resta incastrato.

Cosa succede dopo?
Poiché l'esperienza non è stata digerita, il tuo cervello si convince che il pericolo non sia mai passato. Ecco cosa succede nella pratica:

* Resta "acceso": Anche se l'evento è finito anni fa, il tuo corpo continua a reagire come se stesse succedendo adesso (battito accelerato, ansia, paura improvvisa).

* I "trigger" (gli inneschi): Basta un profumo, un suono o una parola per farti tornare in mente quel dolore, perché la ferita è ancora aperta e "fresca".

* Il blocco: Per non soffrire, la mente a volte crea uno scudo, facendoti sentire vuoto, distaccato o incapace di provare emozioni forti.

Il trauma quindi non è l'evento brutto in sé, ma l'impronta che quell'evento lascia dentro di te perché non sei riuscito a metabolizzarlo.
È come una ferita che non ha fatto la crosta e che continua a fare male ogni volta che qualcuno o qualcosa la sfiora, anche per sbaglio.

“Ci sono donne che non brillano perché la vita è stata semplice,ma perché hanno attraversato il dolore senza smettere di...
07/05/2026

“Ci sono donne che non brillano perché la vita è stata semplice,
ma perché hanno attraversato il dolore senza smettere di riconoscersi.
Hanno imparato che la vera eleganza non nasce dalla perfezione,
ma dalla capacità di restare intere anche dopo ciò che le ha cambiate.

Tratto dal mio prossimo libro che parlerà di amore, di donne, di uomini e dell'amore tra di loro.





Diventare grandi significa ad un certo punto opporsi ai genitori.Crescere è un processo che raramente avviene in modo li...
04/05/2026

Diventare grandi significa ad un certo punto opporsi ai genitori.

Crescere è un processo che raramente avviene in modo lineare o indolore. Per quanto l'educazione cerchi di promuovere l'armonia, esiste una fase inevitabile in cui diventare adulti significa, nel senso più profondo del termine, opporsi ai propri genitori.

Questa opposizione non deve essere intesa come un atto di ostilità gratuita, ma come un fondamentale meccanismo di differenziazione. Fin dalla nascita, la nostra visione del mondo è mediata dai loro occhi, dai loro valori e persino dalle loro paure.

Tuttavia, arriva un momento in cui quel vestito, cucito su misura per noi da qualcun altro, inizia a starci stretto. Opporsi significa allora testare i confini della propria libertà e verificare quali parti di quegli insegnamenti ci appartengono davvero e quali, invece, abbiamo solo ereditato passivamente.

Il conflitto diventa quindi un rito di passaggio necessario. È attraverso il disaccordo che un individuo smette di essere un’estensione dei propri genitori per diventare un’entità autonoma. È un momento di rottura che spesso porta con sé un senso di colpa per il figlio e un senso di smarrimento per il genitore, ma è l'unico modo per passare dalla dipendenza all'indipendenza. Se non ci fosse questa spinta a deviare dal sentiero tracciato, resteremmo eterni bambini, riflessi sbiaditi di chi ci ha preceduto.

In ultima analisi, opporsi non significa necessariamente rinnegare. Al contrario, è proprio grazie a questo distacco critico che si può costruire un nuovo tipo di legame. Solo dopo essersi allontanati e aver costruito la propria identità, è possibile tornare a guardare i propri genitori non più come autorità indiscutibili o figure ideali, ma come esseri umani.

Diventare grandi, in fondo, significa avere il coraggio di deluderli per poter finalmente incontrare se stessi.

Indirizzo

Rome

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