28/09/2026
Un problema frequente è demonizzare il glutine e santificare il gluten free. Una dieta di esclusione non si valuta soltanto per ciò che elimina, ma conta soprattutto la qualità nutrizionale degli alimenti che la compongono.
Ricordiamoci che seguire una dieta senza glutine non significa sostituire automaticamente ogni alimento contenente glutine con la sua versione industriale gluten free. I prodotti sostitutivi possono semplificare la quotidianità della persona celiaca, ma non sono né più sani, né nutrizionalmente equivalenti (possono contenere meno fibra, proteine, più grassi, zuccheri, sale e amidi raffinati).
Molti alimenti sono naturalmente privi di glutine (legumi, frutta, verdura, patate, riso, mais, grano saraceno, quinoa, miglio, carne, pesce, uova, latte e derivati), ed è proprio da questi che dovrebbe partire una dieta senza glutine ben formulata.
Una persona celiaca può seguire una dieta senza glutine eccellente oppure una dieta senza glutine molto povera dal punto di vista nutrizionale.
Allo stesso modo una persona che assume glutine può avere un'alimentazione di ottima o pessima qualità.
Inoltre nelle persone NON CELIACHE, eliminare autonomamente il glutine perché ci si sente gonfi o si hanno disturbi intestinali può sembrare una scelta innocua, ma può complicare l'iter diagnostico. La sierologia per la celiachia viene eseguita mentre il paziente sta ancora consumando glutine, perché la restrizione può determinare la progressiva normalizzazione degli anticorpi e rendere più difficile interpretare gli accertamenti.
Quella che per anni abbiamo chiamato “non-coeliac gluten sensitivity” (NCGS) viene oggi sempre più spesso inquadrata come “non-coeliac wheat sensitivity” (NCWS). Non è soltanto una questione terminologica. Riflette il fatto che, almeno in una parte dei soggetti che riferiscono sintomi dopo l'assunzione di frumento, il glutine potrebbe non essere l'unico responsabile. Le stesse linee guida europee del 2025 utilizzano il termine Non-Coeliac Wheat Sensitivity e riconoscono fra i possibili trigger, oltre al glutine, componenti del frumento quali fruttani, amylase-trypsin inhibitors (ATI) e wheat germ agglutinins (WGA).
Nel soggetto non celiaco, la comparsa di sintomi dopo il consumo di frumento non implica necessariamente che il glutine debba essere eliminato completamente e a tempo indeterminato.
L’obiettivo non dovrebbe essere eliminare più alimenti possibile, ma arrivare alla dieta meno restrittiva possibile compatibilmente con la condizione clinica e il benessere della persona.
Non è necessario rinunciare al piacere di mangiare. Con le giuste conoscenze, un buon supporto e una dieta costruita bene, si può tornare a vivere il cibo con serenità.
In Italia i celiaci diagnosticati sono circa 250mila, secondo il ministero della Salute, e si stima che altri 600mila non sappiano ancora di esserlo. Eppure, il “senza glutine”, secondo l’Associazione Italiana Celiachia (Aic), è già oggi un mercato da 400 milioni di euro, in crescita di circa il 6% l’anno e proiettato verso 1,6 miliardi entro il 2030. Solo nel 2024 gli italiani hanno acquistato 48 milioni di chili di prodotti senza glutine.
A spingere non sono i malati, troppo pochi: è il consumatore “wellness”. Oggi un italiano su cinque mette nel carrello prodotti gluten free pur non avendone alcuna necessità clinica, convinto che siano più sani, più leggeri, più digeribili.
La grande distribuzione ha colto il segnale: gli scaffali dedicati sono cresciuti del 25% in due anni e l’e-commerce è diventato il canale più dinamico, mentre le linee a marchio del distributore corrono, la sola pasta senza glutine private label ha guadagnato in un biennio il 74% di famiglie acquirenti.
Leggi l’articolo completo di Ivan Notarangelo su Repubblica Salute