14/09/2026
“Ma così mi fai sentire una donna.”
Ieri ero in palestra. Una di quelle attività frequentate quasi esclusivamente da donne: saremo state una ventina abbondante, con quattro uomini in tutto.
L’istruttrice parlava naturalmente al femminile. “Pronte?”, “ragazze…”.
A un certo punto uno degli uomini, scherzando, ha detto: “Eh, però così mi fai sentire una donna”.
Mi ha colpito quello che è successo subito dopo.
L’istruttrice si è scusata. Le donne hanno accolto la battuta con simpatia, qualcuna ha scherzato, quasi tutte sembravano attente a non far sentire quei pochi uomini “fuori posto”. E poco dopo siamo tornati al maschile, o al più rassicurante “uomini e donne”.
Niente di grave. Anzi, una scena gentile.
E proprio per questo interessante.
Sono cresciuta negli anni Settanta e Ottanta. Molte asimmetrie allora non avevano neppure un nome. Anch’io ho imparato a considerare naturali molte cose. Ma ho anche imparato presto quanto facilmente, per una donna, il desiderio di essere alla pari possa essere letto come pretesa; quanto un obiettivo possa diventare “ambizione” e l’ambizione, se disturba, persino “arrivismo”.
Ieri mi sono chiesta: perché ci è sembrato così naturale preoccuparci subito del disagio di quattro uomini immersi in un linguaggio femminile?
E perché generazioni di donne hanno saputo stare tranquillamente dentro “tutti”, “i colleghi”, “i professionisti”, senza aspettarsi che qualcuno si scusasse?
Non credo che la soluzione sia semplicemente rovesciare la regola e imporre il femminile sovraesteso.
Ma sappiamo dalla psicologia del linguaggio che le parole non sono contenitori del tutto neutri. Il maschile generico tende spesso ad attivare più facilmente rappresentazioni maschili; rendere esplicito anche il femminile aumenta invece la visibilità mentale delle donne e, in alcuni contesti, riduce l’effetto degli stereotipi.
Forse allora vale la pena fermarsi non sulla desinenza, ma sull’automatismo.
Su chi sentiamo il bisogno di rassicurare.
Su chi ci viene spontaneo nominare.
Su chi, invece, abbiamo imparato a considerare “compreso” anche quando non compare mai.
Mi torna in mente una bambina che chiedeva: “Se siamo quasi tutte femmine e c’è un solo bambino, perché dobbiamo essere tutti?”
Una domanda semplicissima.
A volte sono proprio le domande semplici a rendere visibile ciò che gli adulti hanno imparato a non vedere.
Dott.ssa Antonella Esposito
Psicoterapeuta esperta in MR
Presidente e Direttrice di Thélema Centro
Direttrice del Master di II livello in MR del Consorzio Universitario Humanitas
Didatta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicosomatica dell’ Ospedale Cristo Re
Esperta in Dipendenze Tecnologiche per Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche Gap e Cyberbullismo
Coordinatrice di area di interesse sulle Malattie Rare di Sitcc
Chair del XXIII Congresso Nazionale SITCC 2027