01/05/2021
[Il nostro spazio]
Per anni mi sono appoggiata in studi diversi e i miei pazienti di riflesso. Spostamenti, recuperi, nuove disponibilità, tutto ero subordinato a un qualcosa che era fuori di me.
Ho avuto sempre difficoltà a chiamarlo il "mio spazio": non lo era, o comunque non per come lo intendevo io.
Una fatica costante mi ha accompagnata per diverso tempo, quel senso di frustrazione e pesantezza legato allo stare un po di qua e un po di la'. Era la solita solfa che tornava nella storia della mia vita, nella storia di vita dei miei pazienti e credo nelle storie di molti.
Quanto era difficile poter spiegare cosa significava prendersi il proprio spazio, potersi sentire a casa.
Tutto nasce da un qualcosa di esterno: casa e' un luogo fatto di pareti e tetto, la stanza di psicoterapia lo e' altrettanto.
Il mio bisogno nasceva dall'intreccio di questi, di potermi fermare e costruire un luogo che fosse mio per potermi sentire, con tutti i rischi e le responsabilità che ne derivano: da qui casa e spazio come luoghi dell'anima.
E' cambiato il mio modo di dire ai miei pazienti "prenditi il tuo spazio, questo e' il tuo spazio, e' l'ora in cui ci sei tu"; si e' trasformato perché ha trovato un nuovo valore, lo sento sulla mia pelle e mi trovo tanto più comoda nel farlo arrivare all'altro.
Alcune cose passano proprio così: da sensazione a sensazione, non servono parole.
E sono fermamente convinta che quando ci si ferma e si sceglie un luogo, lo si costruisce e solo allora può essere condiviso.
E quello stesso spazio fatto di oggetti ed emozioni diventa così il nostro spazio.
Il mio e quello dei miei pazienti.