02/06/2026
I cavalli, i petardi e quello che nessuno vuole vedere
In questi giorni ho seguito la storia dei cavalli scappati a Roma durante le prove della parata del 2 giugno. Quattro feriti, quindici cavalli contusi, immagini surreali di animali in fuga sulla Cristoforo Colombo. E quattro vigili urbani che, a duecento metri dai recinti, hanno acceso una batteria di fuochi d'artificio.
Le parole del comandante De Sclavis sono state durissime. "Non voglio nemmeno incontrare il vigile che ha scatenato la fuga". "Un gesto id**ta". "Chi è parte sana prosegua a testa alta".
Capisco la rabbia. Davanti a un disastro così, qualcuno deve mettere un punto. Però c'è una frase, quasi detta di sfuggita, che mi è rimasta in mente: "Abbiamo scoperto che ormai c'è questa becera usanza di esplodere petardi durante le prove della parata che va avanti da diversi anni".
Da anni. Quindi non è stato un colpo di follia di una sera. Era un'abitudine. Una piccola tradizione tra colleghi, di quelle che nessuno mette per iscritto ma che tutti sanno.
E qui, come terapeuta, mi viene da fermarmi.
Perché in tutti i gruppi umani — le famiglie che vedo nel mio studio, le scuole, le squadre, i corpi istituzionali — succede la stessa cosa. C'è quello che si dice ad alta voce, e c'è quello che si fa quando le porte si chiudono. Più il "fuori" è solenne e codificato, più il "dentro" ha bisogno di qualche valvola, di qualche piccolo rito sghembo per ricordarsi che siamo umani, che apparteniamo, che ci riconosciamo tra noi.
Non è necessariamente un male. Diventa un problema quando nessuno lo nomina, quando resta sommerso, quando si tramanda senza che nessuno abbia mai il coraggio di chiedersi: ma noi, perché lo facciamo davvero?
Il vigile che ha acceso la miccia ha cinquantun anni e tre figli. È entrato in servizio da un anno. Non ha inventato lui quella tradizione — l'ha trovata già lì. E probabilmente l'ha seguita per la ragione più umana che esista: voler essere parte del gruppo. Sentirsi dentro. Essere riconosciuto.
Espellerlo, isolarlo, dirgli che è "id**ta" — protegge l'immagine del corpo nel breve. Ma non tocca la radice. La prossima vigilia, se nessuno avrà parlato di quella *becera usanza* davvero, qualcun altro accenderà qualcos'altro.
È una cosa che vale ovunque, anche nelle nostre vite. Quello che non guardiamo non scompare. Aspetta solo il momento sbagliato per farsi vedere.
E spesso, quando arriva, fa molto più rumore di quanto avrebbe fatto se solo l'avessimo nominato in tempo.