Luca Iacobucci

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Luca Iacobucci Psicologo e Psicoterapeuta sistemico-relazionale.

23/09/2026

Non è che tua madre ti tratti male. È che c'è sempre.

Ti chiama e se non rispondi richiama. Quando provi a dire che non ti va, la risposta arriva prima ancora che tu finisca la frase: che esageri, che lo fa per te, che sei tu a essere permaloso.

E la cosa strana è che finisce sempre con te che ti scusi.

18/09/2026

Arrivano due genitori con un ragazzo di quattordici anni. Ha smesso di andare a scuola, si chiude in camera, ha attacchi d'ansia.
Il messaggio implicito, anche quando nessuno lo pronuncia, è sempre lo stesso: aggiustate lui, noi stiamo bene.
Poi si comincia a parlare, e piano piano emerge il resto.

15/09/2026

Il partner è diverso, la storia è identica. Il lavoro è nuovo, il finale si conosce già.

La domanda arriva sempre nella stessa forma, di solito di notte: che cosa c'è che non va in me.

È già la strada sbagliata.

Desideriamo raggiungere una meta con tutte le forze, e insieme la temiamo. Perché arrivarci ci chiederebbe di cambiare, ...
29/07/2026

Desideriamo raggiungere una meta con tutte le forze, e insieme la temiamo. Perché arrivarci ci chiederebbe di cambiare, di assumerci responsabilità, di lasciare l'identità comoda del viaggiatore per quella più impegnativa di chi è arrivato e deve costruire/ricostruire. È quello che succede a Ulisse. È quello che succede in molte storie familiar, nelle attese che durano, nelle partenze che trasformano, nei ritorni che ricuciono legami mai completamente spezzati. L'Odissea non ha bisogno dei mostri per parlarci. Parla di quello che sappiamo: come si aspetta, come si cresce nell'assenza, come si ama qualcuno che non c'è.

Link all'articolo nel primo commento

Io ti vedoC'è una scena, in Avatar, che è difficile dimenticare. Neytiri guarda Jake e gli dice: io ti vedo. Non nel sen...
24/07/2026

Io ti vedo

C'è una scena, in Avatar, che è difficile dimenticare. Neytiri guarda Jake e gli dice: io ti vedo. Non nel senso di avere qualcuno davanti, ma nel senso di vedere dentro. Ti vedo, ti riconosco, so chi sei.

Nel mio lavoro esiste un momento simile. È l'istante in cui una persona, quasi senza accorgersene, lascia scivolare la maschera che porta da anni. A volte non serve toglierla. Basta spostarla appena, per intravedere l'immensità che c'è sotto.

Lo sguardo cambia. Diventa attento, stupito. Come chi sta vedendo per la prima volta qualcosa di meraviglioso che ha sempre avuto dentro, senza saperlo. Mi hanno sempre detto che non valgo niente, sembrano pensare. E adesso, com'è possibile tutto questo?

Ecco, io credo che il mio lavoro sia soprattutto questo. Non togliere maschere, ma stare accanto a una persona nel momento in cui trova il coraggio di spostarle, e restituirle, con lo sguardo, ciò che c'è sotto.

Ogni persona che entra in terapia è un eroe che ha già risposto alla propria chiamata. Il resto del viaggio, quello si fa insieme.

Articolo completo nel primo commento.

02/06/2026

I cavalli, i petardi e quello che nessuno vuole vedere

In questi giorni ho seguito la storia dei cavalli scappati a Roma durante le prove della parata del 2 giugno. Quattro feriti, quindici cavalli contusi, immagini surreali di animali in fuga sulla Cristoforo Colombo. E quattro vigili urbani che, a duecento metri dai recinti, hanno acceso una batteria di fuochi d'artificio.

Le parole del comandante De Sclavis sono state durissime. "Non voglio nemmeno incontrare il vigile che ha scatenato la fuga". "Un gesto id**ta". "Chi è parte sana prosegua a testa alta".

Capisco la rabbia. Davanti a un disastro così, qualcuno deve mettere un punto. Però c'è una frase, quasi detta di sfuggita, che mi è rimasta in mente: "Abbiamo scoperto che ormai c'è questa becera usanza di esplodere petardi durante le prove della parata che va avanti da diversi anni".

Da anni. Quindi non è stato un colpo di follia di una sera. Era un'abitudine. Una piccola tradizione tra colleghi, di quelle che nessuno mette per iscritto ma che tutti sanno.

E qui, come terapeuta, mi viene da fermarmi.

Perché in tutti i gruppi umani — le famiglie che vedo nel mio studio, le scuole, le squadre, i corpi istituzionali — succede la stessa cosa. C'è quello che si dice ad alta voce, e c'è quello che si fa quando le porte si chiudono. Più il "fuori" è solenne e codificato, più il "dentro" ha bisogno di qualche valvola, di qualche piccolo rito sghembo per ricordarsi che siamo umani, che apparteniamo, che ci riconosciamo tra noi.

Non è necessariamente un male. Diventa un problema quando nessuno lo nomina, quando resta sommerso, quando si tramanda senza che nessuno abbia mai il coraggio di chiedersi: ma noi, perché lo facciamo davvero?

Il vigile che ha acceso la miccia ha cinquantun anni e tre figli. È entrato in servizio da un anno. Non ha inventato lui quella tradizione — l'ha trovata già lì. E probabilmente l'ha seguita per la ragione più umana che esista: voler essere parte del gruppo. Sentirsi dentro. Essere riconosciuto.

Espellerlo, isolarlo, dirgli che è "id**ta" — protegge l'immagine del corpo nel breve. Ma non tocca la radice. La prossima vigilia, se nessuno avrà parlato di quella *becera usanza* davvero, qualcun altro accenderà qualcos'altro.

È una cosa che vale ovunque, anche nelle nostre vite. Quello che non guardiamo non scompare. Aspetta solo il momento sbagliato per farsi vedere.

E spesso, quando arriva, fa molto più rumore di quanto avrebbe fatto se solo l'avessimo nominato in tempo.

Disegno dell' albero di una persona adolescente, fatto uno di seguito all' altro. Trova le differenze
27/06/2024

Disegno dell' albero di una persona adolescente, fatto uno di seguito all' altro. Trova le differenze

08/04/2024

Indirizzo

Via Antonio Sebastiani 35
Rome
00172

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Martedì 15:00 - 20:00
Mercoledì 15:00 - 20:00
Giovedì 15:00 - 20:00
Venerdì 15:00 - 20:00

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