Dottoressa Laura Cicchetti Psicologa e Psicoterapeuta

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Dottoressa Laura Cicchetti Psicologa e Psicoterapeuta PSICOLOGA EVOLUTIVA E CLINICA. PSICOTERAPEUTA PSICOANALITICA. Infanzia, adolescenza, età adulta.

19/09/2026

Faccio un breve chiarimento.

Tratto da post di collega

Il sano narcisismo potrebbe essere definito come sano amor proprio, come una soddisfazione di sé equilibrata, non autocelebrativa. È la capacità di godere dei successi propri ed altrui, di provare gratitudine, di non invidiare o vergognarsi troppo, di non usare gli altri come spettatori della propria unicità o misuratori del proprio valore.

I tratti narcisistici sono caratteristiche di personalità che includono una grande necessità di attenzione ed ammirazione, una scarsa empatia verso gli altri ed una tendenza a sopravvalutare se stessi. Questi tratti possono essere presenti in diverse misure e possono variare da persona a persona. Ad esempio, una persona con tratti narcisistici moderati può essere in grado di avere relazioni sane ed avere una buona autostima, mentre una persona con tratti narcisistici più forti potrebbe avere difficoltà a relazionarsi con gli altri e presentare un'elevata necessità di attenzione e ammirazione.

Il disturbo narcisistico di personalità, in sigla NPD, è invece un vero e proprio disturbo psichico, relativo alla sfera relazionale ed emotiva, caratterizzato da mancanza di autentica empatia, agiti configuranti abusi psicologici e/o fisici e/o sessuali, da condotte persistentemente manipolative e tanto più eterolesivo quanto maggiore è la sua gravità.

Ovviamente vi ricordo che una diagnosi va fatta attraverso un iter psicodiagnostico.

Post di una collega...I Genitori dovrebbero amare i figli, i figli possono anche scegliere di non amare i genitori.Il ra...
06/09/2026

Post di una collega...

I Genitori dovrebbero amare i figli, i figli possono anche scegliere di non amare i genitori.
Il rapporto genitore figli è l'unico rapporto asimmetrico e proprio in questa asimmetria, solo se il genitore non" usa" il figlio come estensione di se e per gratificazione dei propri bisogni, può nascere un rapporto sano in cui un essere può diventare sempre più se stesso.
Separarsi,individuarli, scegliere. Senza perdere il legame.
Ma a volte lo schema di manipolazione e coercizione mascherato può avere conseguenze...

03/09/2026

L’invidia materna è una realtà di cui si parla ancora troppo poco.

Può emergere quando una madre guarda la propria figlia e, invece di riuscire semplicemente a gioire per ciò che vede, sperimenta dentro di sé il bisogno di confrontarsi con lei.

Può invidiarne la giovinezza, la bellezza, la libertà, la sicurezza, le possibilità, le relazioni, i successi, l’autonomia, la vitalità, la solarità etc etc

Può invidiare perfino quella possibilità di costruirsi una vita diversa da quella che lei ha vissuto [= questa è molto comune!].

Ma l’invidia non sempre appare come ostilità evidente.

A volte si nasconde nella svalutazione, nella critica continua, nel confronto, nella battuta pungente, nel complimento che contiene una frecciata.

E a volte assume una forma ancora più sottile: la madre non riesce a lasciare alla figlia lo spazio per essere semplicemente se stessa.

Quando la figlia racconta qualcosa che la riguarda, la madre riporta immediatamente il discorso su di sé.

✔️La figlia parla di una difficoltà?
La madre racconta una difficoltà che ha vissuto lei.

✔️La figlia racconta una conquista?
La madre ricorda ciò che ha fatto lei.

✔️La figlia esprime un dolore?
La madre comincia a parlare dei propri dolori.

✔️La figlia racconta qualcosa della propria vita?
La madre finisce per raccontare la propria.

Perfino quando si parla della figlia, il centro della conversazione torna continuamente a essere la madre.
I suoi sacrifici.
Le sue rinunce.
Le sue esperienze.
Le sue sofferenze.
I suoi problemi.
Le sue ragioni.
La figlia può avere la sensazione di non essere mai veramente ascoltata, perché ogni suo racconto viene utilizzato come punto di partenza per tornare alla storia materna.

E questo può diventare particolarmente significativo quando è presente l’invidia.

Perché riconoscere davvero la figlia significa anche vederla come una persona distinta, con una vita propria, con qualità proprie, con possibilità che non appartengono alla madre.

L’invidia, invece, può rendere difficile questa separazione.⛓️🔗

La figlia non viene più percepita soltanto come figlia: diventa una persona con cui confrontarsi.

E allora la sua bellezza può essere vissuta come una minaccia, la sua autonomia come un affronto, il suo successo come una provocazione, la sua felicità come qualcosa che la madre deve ridimensionare.

La figlia cresce e può imparare una lezione terribile:
per avere un posto nella relazione con mia madre devo fare spazio a lei, mentre lei non riesce a fare spazio a me.

Così può arrivare a parlare sempre meno di sé, a trattenere le proprie soddisfazioni, a non raccontare ciò che le accade, quasi a proteggere la madre da ciò che lei stessa rappresenta.

Ma una figlia non dovrebbe essere costretta a diventare piccola per consentire alla madre di sentirsi grande.

Una madre può avere avuto una storia dolorosa, può essere stata privata di molte possibilità, può portare dentro di sé ferite profonde.
Questo può aiutare a comprendere l’origine dell’invidia, ma non cancella la responsabilità per ciò che quell’invidia produce nella relazione❗️

Perché comprendere non significa giustificare.

E quando l’invidia materna si trasforma in svalutazione, competizione, invasione o continua centralizzazione di sé, la figlia può finire per vivere una condizione paradossale:
essere presente nella vita della madre, ma non sentirsi veramente vista da lei.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più dolorosi dell’invidia materna:
la madre vede la figlia abbastanza da confrontarsi con lei, ma non abbastanza da riconoscerla veramente 🖤

Nella maggioranza dei casi, l'invidia materna non è un sentimento di cui si è consapevoli.
Ma lo si agisce!

POST DELLA DOTTORESSA MARTA PETRUCCI

25/08/2026

E adesso sembra quasi che il problema siano i genitori che hanno deciso di educare senza picchiare.

Come se togliere la paura, le umiliazioni e le mortificazioni significasse non educare più. 😤

Come se senza uno schiaffo non si potesse mettere un limite.
Senza urlare non si potesse correggere.
Senza far sentire un bambino sbagliato non si potesse insegnargli qualcosa.

E invece no.

Si può dire di no.
Si possono dare regole.
Si può interve**re.
Si può essere fermi.
Si può correggere, rimproverare, contenere.

Si può educare senza fare male‼️‼️

E forse ciò che dà davvero fastidio non è che alcuni genitori siano “troppo permissivi”.

È che stanno dimostrando che la violenza non è indispensabile per crescere un figlio.

Che un bambino può imparare anche senza avere paura dell’adulto.
Che l’autorità può esistere senza intimidazione.
Che il rispetto non deve essere ottenuto attraverso il dolore.

Questa non è una moda.

È la scelta, tutt’altro che facile❤️🖤, di interrompere una tradizione educativa che per generazioni ha confuso disciplina e paura, obbedienza e rispetto, autorità e violenza.

E forse sì, può dare fastidio.
Soprattutto a chi è Emotivamente Cieco.

Perché quando qualcuno educa senza picchiare, non sta semplicemente scegliendo un metodo diverso.

Sta mettendo in discussione quello che per molto tempo abbiamo considerato normale, tutti‼️



25/08/2026

Quante volte fai una cosa al posto suo perché “tanto ci metto un attimo”?

Essere disponibili rimane fondamentale, perché significa esserci, accompagnarli nella vita, sostenere quando serve, ascoltare, aiutare e far sentire che possono contare su di noi, stare sempre a disposizione è un’altra cosa, perché quando un adolescente trova sistematicamente qualcuno pronto a interve**re, organizzare, ricordare o risolvere al posto suo diventa molto più difficile capire dove finisce l’aiuto e dove può iniziare la sua parte.

Impara cosa succede nella loro testa e soprattutto COME fare, perché capire cambia il modo in cui agisci e il modo in cui agisci cambia la loro vita.

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25/08/2026

Il diritto di ripetersi: la tecnica del "disco rotto"

Una delle idee più fraintese sull'assertività è che basti "dire ciò che si pensa" per essere assertivi. In realtà l'assertività vera si vede nel momento più scomodo: quando l'altro non accetta il primo no.

Negli anni '70 lo psicologo Manuel Smith descrisse una tecnica semplice quanto efficace: il broken record, il disco rotto. Consiste nel ripetere con calma la propria posizione, sempre con le stesse parole essenziali, senza lasciarsi trascinare in giustificazioni, scuse elaborate o controargomentazioni.

"Non posso ve**re sabato."
"Ma dai, è solo un'ora..."
"Capisco, ma non posso ve**re sabato."
"Non ti chiedo mica la giornata intera..."
"Lo so, e comunque non posso ve**re sabato."

Non c'è aggressività, non c'è cedimento. C'è ripetizione.
Perché funziona? Perché chi ha difficoltà a essere assertivo di solito non cede al primo assalto, cede alla seconda o terza insistenza — quando cerca disperatamente un argomento nuovo per giustificare un no che, in realtà, non ha bisogno di alcuna giustificazione. Il disco rotto toglie terreno proprio a questo meccanismo: non offre nuovo materiale su cui l'altro possa fare leva.
Non è un trucco manipolativo, è quasi il contrario: è la forma più onesta del confine, perché non nasconde il no dietro mille scuse — lo mostra per quello che è, stabile e non negoziabile.

Un'immagine che rappresenta questo tema e': "L'uomo con la bombetta" di Magritte — la stessa figura che si ripete, identica, impossibile da spostare
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

25/08/2026

Le CINQUE FERITE possono essere lette, al di là della teoria, come cinque modi diversi in cui un bambino può imparare a proteggersi dal dolore.

Un bambino non pensa: «Sto sviluppando una ferita di abbandono».
Pensa, molto più semplicemente: «Forse non sono abbastanza», «Non posso fidarmi», «Devo essere forte», «Devo meritarmi l’amore», «Non devo mostrare ciò che provo».

E così, lentamente, costruisce una maschera.🎭

La cosa più dolorosa è che quella maschera, da adulti, spesso non ci sembra una difesa.
Ci sembra il nostro carattere.

Pensiamo di essere fatti così: indipendenti, controllanti, perfezionisti, diffidenti, accomodanti, forti.
Senza accorgerci che, qualche volta, dietro ciò che chiamiamo personalità c’è un bambino che ha semplicemente trovato il modo migliore che conosceva per non soffrire ancora.

✨️La ferita del rifiuto può insegnare: «È meglio non avere bisogno di nessuno, così nessuno potrà respingermi.»
La persona impara a farsi piccola, a ritirarsi, a non occupare troppo spazio. E magari, da adulta, desidera profondamente essere vista proprio mentre continua a nascondersi.

✨️La ferita dell’abbandono può dire: «Se chi amo se ne va, io non riesco a stare bene da sola.»
E allora si cerca continuamente rassicurazione, presenza, conferme. Non perché si voglia essere dipendenti, ma perché una parte profonda di sé teme che l’assenza dell’altro significhi ancora una volta essere lasciata sola con un dolore troppo grande.

✨️La ferita dell’umiliazione può trasformarsi nella convinzione: «I miei bisogni sono troppo. Devo occuparmi degli altri e non disturbare.»
E così si impara a dare, a sopportare, a mettersi in secondo piano. Fino al punto di non sapere più cosa si desidera davvero.

✨️La ferita del tradimento può insegnare: «Se mi fido, posso essere ferito.»
E allora nasce il controllo. Si controllano le persone, le situazioni, le emozioni, persino i sentimenti. Perché affidarsi significa esporsi alla possibilità che qualcuno possa deluderci proprio nel punto in cui ci siamo consegnati.

✨️La ferita dell’ingiustizia, infine, può sussurrare: «Devo essere forte, impeccabile, perfetto. Solo così avrò valore.»
E la persona impara a non sbagliare, a non cedere, a non mostrare troppo la propria fragilità. Diventa severa con se stessa, spesso molto più di quanto lo sarebbe mai con qualcun altro.

🎈Ma forse la parte più importante è questa:

♥️nessuna di queste maschere è nata contro di noi. È nata per noi.❤️‍🔥

Un tempo ci ha protetto.

Ci ha permesso di sopravvivere emotivamente a qualcosa che, da bambini, non avevamo gli strumenti per comprendere né la possibilità di cambiare.

Il problema arriva quando continuiamo a indossarla anche quando non siamo più lì. 😔

Quando siamo adulti, infatti, possiamo essere ancora rifiutati, abbandonati, traditi, umiliati o trattati ingiustamente.
🌬Ma possiamo anche imparare che non ogni distanza è un abbandono, non ogni conflitto è un rifiuto, non ogni errore è una vergogna, non ogni delusione è un tradimento e non dobbiamo essere perfetti per meritare amore.

🫂Forse guarire non significa eliminare le proprie ferite.

Significa arrivare, lentamente, a quel bambino e dirgli:

♥️«Capisco perché hai imparato a proteggerti così.
Ma oggi non devi più farlo da solo.
Oggi ci sono io.»♥️

25/08/2026
"Tutto ciò che ci irrita negli altri può portarci a comprendere meglio noi stessi"Carl  Jung
25/08/2026

"Tutto ciò che ci irrita negli altri può portarci a comprendere meglio noi stessi"

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