02/09/2026
Seguivo Bianca e posso testimoniare l’amore, la dedizione e la cura che papà Luca aveva nei confronti della figlia.
Da quando ho appreso la notizia, al di là della personale sofferenza che mi ha provocato, si è rafforzata in me la convinzione che dobbiamo affrontare in modo concreto il tema della disabilità: non con le sole parole o con atti formali, ma imparando a guardare con gli occhi e a pensare con la testa di coloro che la disabilità la vivono sulla propria pelle.
Abbiamo ancora tanta strada da fare e siamo purtroppo ancora lontani da soluzioni realmente concrete, finché ciascuno continuerà a proporre interventi dall’esterno, guardando con gli occhi dei propri interessi, anziché ascoltare e comprendere i bisogni di chi vive ogni giorno, spesso nel silenzio, un dramma che noi possiamo solo immaginare.
È proprio da queste persone, dalle loro esperienze e dalle loro necessità, che dovremmo partire per costruire risposte vere, dignitose e finalmente concrete.
Marco Montes
C’è un cucchiaino di plastica poggiato sul bordo di un lavandino. Uno di quelli morbidi, colorati. Uno di quelli che usi per dare la pappa ai bambini.
Ha il bordo consumato e sbiadito a forza di imboccare una bambina che non ha mai imparato a deglutire da sola.
Si chiama Bianca, ma per loro è "gioia mia", "amore" e "tesoro".
Ha 5 anni Bianca, ed è venuta al mondo con due mesi d'anticipo, troppo in fretta perché il suo corpicino riuscisse a formarsi del tutto.
Cinque anni e per mandare giù cinquanta grammi di pappa ci vuole un'ora.
Senza sbagliare il ritmo, senza distrarti un secondo, con gli occhi piantati su quella gola per paura che il cibo vada di traverso.
Un'ora a colazione.
Un'ora a pranzo.
Un'ora a cena.
Per cinque anni.
Milleottocento giorni senza un solo minuto di tregua.
Luca e Valentina avevano 40 anni ma le ossa che scricchiolavano come quelle dei vecchi.
Non avevano più una Domenica.
Non avevano più una notte intera di sonno e sanno che, anche quando Bianca sarà grande, non la avranno mai.
Niente più amici, niente più sogni, niente più passioni, perché la disabilità gravissima spaventa, svuota le stanze, fa terra bruciata intorno in Italia.
Resta solo il ronzio dei macchinari e il respiro affannato di Bianca.
Sai cosa mi fa incazzare? Che in questo Paese ci riempiamo la bocca di famiglia, di natalità, di vita sacra da proteggere nei comizi.
Siamo tutti bravissimi a fare i custodi morali con le vite degli altri.
Poi però, quando un figlio ti nasce con un improrogabile bisogno di aiuto, il paese gira la chiave e ti chiude dentro.
Sopratutto IN CERTE REGIONI.
Ti lascia a mendicare tre ore a settimana di assistenti domiciliari che puntualmente saltano.
Ti lascia a compilare scartoffie e burocrazia per un banale presidio medico.
Ti lascia a impazzire, lentamente, giorno dopo giorno, in una prigione che un tempo chiamavi casa.
Da soli a cambiare i pannolini a un corpo che cresce e pesa.
Da soli a spiare nel buio per capire se respira ancora.
Da soli a mendicare una mano che non arriva mai.
Da soli fino a non farcela più.
Ieri Luca ha deciso di finirla così.
Ha preso la pi***la.
Ha guardato Bianca che non avrebbe mai corso su un prato.
Ha sparato al cane Teo.
Ha sparato a Valentina, che forse era d'accordo.
E infine a se stesso.
Accanto a loro c'era un foglio: "Da soli non ce la facciamo più".
Sette parole. Nessun rancore, nessun grido.
Solo la resa lucida di due genitori schiacciati da un macigno invisibile
Fa male. Fa male c***o, perché io li odio.
Eppure provo empatia.
Come c***o è possibile?
Sono sette milioni di persone in Italia.
Sette milioni più o meno come loro.
Sette milioni di madri, padri, mogli, mariti, figli che hanno smesso di essere qualcos'altro per diventare braccia, mani, gola di qualcuno che senza di loro morirebbe.
Uno su tre ha lasciato il lavoro per farlo, per amare. Per essere, come dicono oggi, caregiver.
Che è un modo elegante di dire: se non ci sono io per gli altri puoi anche morire.
Sette milioni di persone.
Da governi di ogni colore che si passano il fascicolo, insediano un tavolo tecnico, promettono un fondo, poi lo svuotano al primo taglio.
Intanto in tv ministri e ministre parlano di famiglia, di natalità, di vita sacra, di diritti dei minori.
A parole, solo a parole.
Perché in questo Paese la vita è sacra al comizio.
Quando invece te la portano a casa in una carrozzina che pesa più di lei, non è più sacra.
È tua.
È solo tua.
Arrangiati, c***o.
Il cucchiaino di plastica è ancora lì, sul bordo del lavandino.
Nessuno lo laverà.
Nessuno lo userà più.
Ora quelle mani sono ferme.
Il paese, finalmente, non deve più fare niente.