13/12/2025
La manipolazione è un filo spinoso che intesse una f***a e tagliente ragnatela intorno alla malcapitata vittima, avvolgendola in una stretta gabbia nella quale diventa difficile persino volgere il capo per scovare una via di fuga. E così, chi ci resta prigioniero, si ritrova ricoperto di tagli e ferite sanguinanti prima ancora di avere il tempo di domandarsi cosa sia accaduto.
Si pensa che la manipolazione si concretizzi solo attraverso la critica negativa, la svalutazione, la disconferma, il ricatto affettivo, l’induzione al senso di colpa, i silenzi punitivi. Invece, spesso, nei casi più paradossali, anche attraverso il vittimismo. Ovvero il manipolatore indossa impropriamente i panni della vittima, si dice ferito, offeso, ingannato, devastato da un presunto danno senza nome.
Piagnucola asciugandosi gli occhi con i brandelli di serenità che ha strappato a morsi alla reale vittima del suo gioco perverso e opportunistico.
Guarda l'altro attraverso le sottili fessure della gabbia metallica in cui lo ha rinchiuso e, piuttosto che ravvedersi rispetto al dolore procuratogli, lo accusa di averlo abbandonato lì fuori, triste e affranto, in balìa di una sofferenza troppo pesante da poter essere tollerata.
Cerca di colpevolizzarlo fino al punto di farlo sentire in dovere di chiedere scusa, relegandolo a una posizione remissiva. E se non ci riesce, estende le strategie vittimistiche e manipolative verso altri, provando a sguinzagliarli contro il prigioniero! Cerca ancelle premurose che gli porgano i Kleenex, avvocati con il colletto inamidato che perorino la sua causa, lavandaie scrupolose che gli stirino le grinze delle proprie argomentazioni.
Manipola altri per supportare la propria tesi vittimistica, provando a mettere insieme uno staff di sostenitori che lo sorreggano nella propria battaglia surreale di dimostrare che il vero carnefice è quello rinchiuso nella prigione.
Dott.ssa Annarita Arso