09/06/2026
L’irrigidimento delle nostre strategie è spesso il segnale di una sicurezza che vacilla.
Nella storia della nostra specie, la prevedibilità è sempre stata sinonimo di sopravvivenza. Il cervello umano cerca costantemente di anticipare i pericoli per garantire la sicurezza dell’organismo.
In quest’ottica, il controllo nasce come una strategia funzionale di adattamento. Il problema sorge quando l’ambiente esterno diventa troppo instabile o quando le relazioni con l’Altrə diventano una minaccia.
Il controllo si trasforma in un meccanismo ipertrofico che serve a dominare la mancanza di sicurezza nell’ambiente e nell’Altrə. Si cerca di governare l’esterno (i comportamenti altrui, le variabili future, le contingenze) per compensare un senso di vulnerabilità che non si riesce a regolare internamente.
E quando la strategia si irrigidisce, diventa una gabbia. Non si controlla più per agire efficacemente, ma per regolare la paura della vulnerabilità.
Mantenere un sistema cognitivo costantemente in stato di allerta e monitoraggio ha un costo emotivo e psicologico altissimo, che logora le risorse personali e abbassa la tolleranza alla frustrazione.
La sicurezza non nasce dall’eliminare l’imprevedibilità del mondo, ma dallo sviluppare risorse interne per stare nell’incertezza e rispondere al cambiamento.
E riconoscere il controllo come strategia di protezione dalla vulnerabilità è già un primo passo.