30/03/2026
C’è qualcosa nell’ulivo che non è solo vegetale.
È una presenza antica, quasi archetipica.
L’ulivo cresce lentamente, affonda le radici nella terra dura, si torce, resiste al vento, alla siccità, al tempo.
Non cerca la perfezione: porta su di sé i segni della vita.
E forse è proprio qui che il simbolo si approfondisce.
L’ulivo unisce cielo e terra:
le radici nell’oscurità, i rami verso la luce.
È un’immagine vivente di quella unione degli opposti che per Carl Gustav Jung rappresenta il cuore del processo psichico.
Non elimina la tensione: la tiene insieme.
Non sceglie tra alto e basso: li collega.
Per questo attraversa le tradizioni come un segno di alleanza e trasformazione.
Nel racconto della Genesi, è il ramoscello riportato dalla colomba a Noè dopo il diluvio:
non la fine della tempesta, ma l’inizio di un nuovo patto.
Nella tradizione cristiana, accompagna l’ingresso di Gesù Cristo a Gerusalemme
e veglia nell’Orto degli Ulivi, nel momento più oscuro e umano della sua esperienza.
Nel Corano, l’ulivo è “albero benedetto”, sorgente di una luce che illumina anche senza fuoco:
una forza vitale che non appartiene né all’oriente né all’occidente, ma attraversa entrambi.
Così, nelle diverse immagini culturali e religiose, l’ulivo appare come un vero e proprio asse del mondo,
un punto di passaggio tra dimensioni,
un simbolo di continuità tra visibile e invisibile.
In una prospettiva junghiana, potremmo dire che l’ulivo non è solo pace.
È la forma che la pace assume quando attraversa il conflitto.
È resilienza che diventa coscienza.
È tempo che diventa saggezza.
È ferita che, senza scomparire, si trasforma in possibilità.
Oggi, forse, possiamo chiederci:
quale parte di noi sta cercando unire ciò che è diviso?
L’ulivo non cancella la frattura: la attraversa, e la rende vivibile.