12/09/2026
Dante Alighieri (Firenze, tra 14 maggio e 13 giugno 1265 - Ravenna, notte tra 13 e 14 settembre 1321)
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705° anniversario della morte del Sommo Poeta.
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La citazione «Oh quali io vidi quei che son disfatti per lor superbia!» (Paradiso, XVI, vv. 109-110) racchiude una storia profonda che intreccia il testo sacro della Divina Commedia, le vicende delle più potenti famiglie medievali di Firenze e la distruzione fisica dei luoghi in cui sorge la lapide stessa. In questo passaggio del Paradiso, Dante non si riferisce a un singolo individuo, ma usa il plurale per indicare intere casate aristocratiche. Il commento storico e la critica letteraria identificano i protagonisti di questo verso principalmente in due grandi famiglie ghibelline: 1) gli Uberti - la famiglia nobiliare più potente e fiera di Firenze - il cui esponente più celebre è Farinata degli Uberti. Essi incarnavano la massima virtù militare, ma anche una smisurata alterigia aristocratica (la superbia). Nel 1266, dopo la battaglia di Benevento, la fazione guelfa li bandì per sempre da Firenze. La loro rovina fu totale: non solo furono esiliati, ma il Comune decretò la damnatio memoriae, ordinando la demolizione sistematica di ogni loro proprietà. 2) i Lamberti - citati immediatamente nel verso successivo («e le p***e dell’oro / fiorian Fiorenza in tutt’i suoi gran fatti») - che erano stretti alleati degli Uberti e condividevano lo stemma con le sfere dorate su campo azzurro. Anche loro vennero “disfatti” e cancellati dalla storia cittadina a causa delle lotte civili. Tra i loro membri spicca Mosca dei Lamberti (collocato da Dante nell’Inferno tra i seminatori di discordie).
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Considerando il contesto della citazione nel Canto XVI del Paradiso, emerge che il verso si colloca nel Cielo di Marte, dove risiedono le anime di coloro che hanno combattuto per la fede. Dante sta dialogando con il suo antenato, il cavaliere crociato Cacciaguida. Il Poeta interroga il trisavolo sulla Firenze del XII secolo e l’avo risponde dipingendo un ritratto nostalgico e idealizzato di una città antica che era “in sì fatto riposo”: sobria, pudica, pacifica e priva delle corruzioni moderne. Subito dopo, Cacciaguida inizia una lunga e malinconica rassegna delle antiche famiglie. Il senso del discorso è universale e ammonitore: se persino le dinastie più ricche, gloriose e “superbe” svaniscono nel nulla e vengono “disfatte” dal tempo e dai rivolgimenti politici, allora la gloria terrena degli uomini non è che un velo effimero.
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Dalla storia della Lapide affiora pure un legame urbanistico. La scelta di collocare la lapide marmorea all’interno del Cortile di Michelozzo in Palazzo Vecchio non è casuale, ma rappresenta un perfetto contrappasso urbanistico: 1) il terreno maledetto: il suolo su cui oggi sorgono Piazza della Signoria e lo stesso Palazzo Vecchio era originariamente il quartier generale degli Uberti, costellato dalle loro fiere case-torri; 2) il divieto di ricostruzione: quando i Guelfi abbatterono i palazzi degli Uberti, dichiararono il terreno “maledetto” e, per fare in modo che nessun membro di quella stirpe potesse mai più ricostruirvi una casa, il Comune decise che quello spazio dovesse rimanere pubblico, edificandovi in seguito il palazzo del governo; 3) il monito letterario: collocare lì la targa nei primi del Novecento, sotto la guida dello storico Isidoro del Lungo, ha voluto chiudere un cerchio storico, in quanto le parole di Dante sulla superbia punita risuonano esattamente sulle pietre nate dalle ceneri di chi, per l’appunto, fu “disfatto”.
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La lapide che riporta il verso «Oh quali io vidi quei che son disfatti per lor superbia!» non è un monumento isolato, ma fa parte di un progetto storico e culturale unico al mondo: il ciclo delle Lapidi Dantesche di Firenze. Di seguito si fa cenno alla storia e ai dettagli legati a questa specifica iscrizione:
Il grande progetto delle “Lapidi Dantesche” (1900–1907)
All’inizio del Novecento, il Comune di Firenze decise di omaggiare il Sommo Poeta mappando la città attraverso i suoi stessi versi. Fu istituita una commissione di illustri studiosi e dantisti, guidata da Isidoro del Lungo. L’obiettivo era individuare i luoghi esatti di Firenze citati nella Divina Commedia per eventi storici, antichi palazzi o famiglie nobili. Furono installate in totale 34 lapidi di marmo (diventate poi 33 a seguito di successivi spostamenti urbani) sparse per il centro storico, creando un vero e proprio museo a cielo aperto.
Di recente, l’intero complesso delle targhe è stato sottoposto ad un accurato restauro da parte del Comune per preservarne la leggibilità.
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Nel cortile di Palazzo Vecchio non c’è poi solo l’iscrizione Paradiso, XVI, vv. 109-110, ma vi è un piccolo “nucleo dantesco” composto da tre lapidi che dialogano tra loro sulla storia degli Uberti e di Firenze: la lapide della superbia (Paradiso, XVI), su citata, che sottolinea la rovina dei grandi casati dovuta alla loro arroganza; la lapide di Farinata (Inferno, X), che riporta i celebri versi in cui Farinata degli Uberti ricorda di essere stato l’unico, nel congresso di Empoli, a difendere Firenze dalla distruzione totale pianificata dagli altri ghibellini («...fu’ io sol colà dove sofferto fu per ciascun di torre via Fiorenza...»); la lapide della Firenze gloriosa (Paradiso, XVI), dove Cacciaguida ricorda l’antica pace della città prima delle divisioni politiche interne («Vid’io Fiorenza in sì fatto riposo...»).
(Raimondo Villano, Socio Vitalizio della Società Dante Alighieri - Roma, dal 2021)
La citazione «Oh quali io vidi quei che son disfatti per lor superbia!» (Paradiso, XVI, vv. 109-110) racchiude una storia profonda che intreccia il testo sacro della Divina Commedia, le vicende delle più potenti famiglie medievali di Firenze e la distruzione fisica dei luoghi in cui sorge la lapi...