Dott.ssa Annalisa D'Agostino studio di psicoterapia

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Dott.ssa Annalisa D'Agostino studio di psicoterapia Sono specializzata in psicoterapia sistemico-relazionale. Dott. ssa Annalisa D'Agostino t +39 392 6652494

Con oltre vent'anni di esperienza, mi distinguo per la mia dedizione e per l’impegno nel fornire supporto di alta qualità in un clima accogliente, dove ogni persona può sentirsi compresa.

20/08/2026
Che cosa succede nel loro cervello quando adulti, digitale e AI rendono tutto più facile?Non è un problema di motivazion...
18/08/2026

Che cosa succede nel loro cervello quando adulti, digitale e AI rendono tutto più facile?

Non è un problema di motivazione e non significa neanche che dobbiamo fare un completo giro di vita e passare dal Paese dei Balocchi a Sparta, anche perché bastano già loro con le loro altalene e con quei passaggi immediati da una parte all’altra.

Il punto principale è capire che il cervello impara da quello che vive, da tutto ciò che diventa esperienza e molto anche da quello che non riesce immediatamente, dall’errore, dall’attesa, dalla frustrazione, dal momento in cui una soluzione non arriva subito e bisogna trovarla.

È proprio lì che entrano in gioco e si allenano forme diverse di intelligenza: quella strategica, perché bisogna trovare una strada; quella contestuale e situazionale, perché prima di trovare una soluzione bisogna anche capire dove siamo, cosa sta succedendo e con chi abbiamo a che fare; quella linguistica, perché le parole che usiamo danno una direzione a quello che pensiamo e facciamo; quella emotiva, perché bisogna imparare a gestire le reazioni quando arrivano rabbia, frustrazione e attesa; quella cognitiva, perché serve strutturare un pensiero concreto; quella comportamentale, perché alla fine bisogna anche scegliere cosa fare e farlo.

Tutto questo oggi diventa ancora più importante perché stiamo considerando troppo poco l’impatto dell’intelligenza artificiale.

L’AI può fornire una risposta in pochi secondi e ormai il rischio è che per qualsiasi cosa si passi direttamente al “chiedi a Chat”, senza nemmeno lasciare il tempo al cervello di attivarsi, cercare, collegare, formulare un’ipotesi, sbagliare e ripartire.

Stiamo parlando, oltretutto, di ragazzi che hanno ancora aree cerebrali in maturazione e gli effetti di questa delega continua del pensiero li stiamo iniziando a vedere adesso, mentre una parte importante la vedremo ancora meglio nel tempo.

La soluzione, ovviamente, non è demonizzare il digitale o l’intelligenza artificiale, né complicare apposta quello che può essere semplificato, perché saper semplificare è una competenza utilissima nella vita e l’AI, quando viene utilizzata bene, è uno strumento molto utile.

Il problema nasce quando viene utilizzata veramente per tutto, anche per chiedere quanti quadratini di carta igienica usare.

Quando qualcuno o qualcosa interviene subito, prima ancora che si attivi una reazione interna, prima che il ragazzo cerchi una strada, faccia un tentativo o trovi una soluzione, cambia anche l’apprendimento, perché una cosa che non faccio non imparo a farla e la fiducia in se stessi si costruisce soprattutto facendo.

Se ogni volta che qualcosa diventa difficile arriva qualcuno o qualcosa che lo risolve, il rischio è che finisca per consolidarsi anche un altro messaggio: “io questa cosa non la so fare”, “non posso farla”, “ho bisogno che qualcuno mi dica come si fa”, restringendo progressivamente il ventaglio delle possibilità che il ragazzo sente di avere.

Proteggere e aiutare non significa quindi eliminare immediatamente tutto quello che può generare dolore, noia, fatica, frustrazione o difficoltà, come non significa lasciarli soli.

Significa anche dare loro il tempo e lo spazio per stare dentro ciò che sentono, vivere quello che sta succedendo, affrontare un po’ se stessi nella fatica, cercare una soluzione e capire che possono attraversare quella situazione sapendo che l’adulto c’è, senza necessariamente fare al posto loro.

Perché rendergli tutto più facile non gli renderà necessariamente la vita più facile, anzi, può aumentare proprio quelle difficoltà che durante la crescita avrebbero bisogno di imparare a gestire.

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18/08/2026

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𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗹𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗮: 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗹𝗴𝗶𝗮, 𝗼𝘀𝘀𝗶𝘁𝗼𝗰𝗶𝗻𝗮 𝗲 𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗺𝗶 𝘀𝗽𝗲𝘇𝘇𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗿𝘁𝗶𝘀𝗼𝗹𝗼.

𝘝𝘰𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘦 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘵𝘦? 𝘚𝘤𝘳𝘪𝘷𝘦𝘵𝘦𝘮𝘦𝘭𝘰 𝘯𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘵𝘦 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘬𝘦: 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘱𝘰𝘴𝘵 𝘢 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘶𝘯𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘪 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘯𝘦 𝘩𝘢 𝘥𝘢𝘷𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘣𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘰.

Il lutto somiglia a un fiume in piena. Quasi tutti, dopo qualche stagione, trovano un guado, magari bagnandosi fino alle ginocchia. Ma una minoranza consistente, tra il sette e il dieci per cento dei figli, dei coniugi, dei genitori che restano, sulla riva non ci arriva mai davvero. Quando la morte è stata violenta o improvvisa la percentuale sale in modo impressionante, fino a coinvolgere circa la metà dei sopravvissuti. È il disturbo da lutto prolungato, riconosciuto ufficialmente come diagnosi soltanto nel 2022 dal manuale diagnostico americano, che chiede almeno dodici mesi di persistenza negli adulti, mentre la classificazione internazionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità si accontenta di sei. Non è tristezza abbondante: è nostalgia che diventa domicilio.

Quattro lavori recentissimi, tutti usciti tra il 2025 e il 2026, raccontano questa condizione da quattro finestre diverse, e messi insieme compongono un ritratto sorprendente.

Il primo, portoghese (Ferreira de Almeida et al., 2025), ha seguito duecentosessantanove persone in lutto e ha scoperto qualcosa di magnificamente scomodo: il dolore patologico e la crescita personale nascono spesso dagli stessi semi. Un legame molto stretto con chi non c'è più, lo stress ancora vivo oggi, la spiritualità, predicono entrambe le strade. Il modello spiegava il sessantotto per cento della variabilità del lutto prolungato e il trentadue per cento della crescita. Come dire che la stessa pioggia può marcire il grano o farlo germogliare, e che la differenza sta nel terreno.

Il secondo, romeno (Vasiliu et al., 2026), propone un cambio di prospettiva: smettere di trattare lutto patologico, depressione maggiore e disturbo da stress traumatico come tre isole separate e vederli come un arcipelago. Tre continenti emotivi collegati da ponti sottomarini. Il lutto prolungato ha come emozione centrale il desiderio struggente, la sindrome traumatica ha la paura, la depressione ha la tristezza e l'incapacità di provare piacere. Non a caso convivono spesso: fino a un terzo di chi soffre di lutto prolungato soddisfa anche i criteri per la depressione, e una quota ancora maggiore quelli per la sindrome traumatica.

Il terzo, una sintesi clinica statunitense aggiornata di continuo (Schoo et al., 2026), ricorda che il cuore infranto non è solo una metafora da canzone. Esiste una cardiomiopatia da stress, con il ventricolo sinistro che si gonfia come un'anfora, scatenata proprio da un dolore emotivo estremo. Il corpo, quando la mente non riesce a dire, prende la parola.

Il quarto, italiano (Pedrinelli et al., 2025), va a cercare le impronte biochimiche. Dodici studi rigorosamente selezionati mostrano un cortisolo che perde il suo ritmo quotidiano, appiattito come una melodia suonata su una sola nota, livelli di ossitocina, la molecola del legame, paradossalmente più alti, quasi il cervello continuasse a cercare un abbraccio che non arriverà, e citochine infiammatorie in aumento.

Nell'immagine sotto ⬇️ che accompagna il post trovate proprio questa quadruplice voce del dolore, divisa in manifestazioni spirituali, fisiche, emotive e comportamentali. Guardatela come una bussola: il lutto non abita soltanto nei pensieri, passa dal sonno, dal respiro, dalle relazioni.

Che cosa ce ne facciamo, di tutto questo? Una cosa semplice e seria. Il lutto non si cura con l'orologio né con l'esortazione a farsi forza. Quando dopo un anno la vita resta immobile, non è debolezza di carattere: è una condizione clinica con terapie efficaci, prime fra tutte le psicoterapie specificamente centrate sul lutto.

Chiedere aiuto non tradisce la memoria di nessuno. La onora.



Voci bibliografiche.
⬇️
Ferreira de Almeida M, Costa J, Martins C, Larcher Almeida M, Ramos C, Coelho A, Leal I. The paths of adjustment to loss: prolonged grief disorder and posttraumatic growth. Omega (Westport). 2025. Epub ahead of print.
Vasiliu O, Petrescu BM, Mangalagiu AG, Pătrașcu M, Făinărea AF, Amanolesei I, Muja C, Dumitrescu SI, Năstase C, Pleșa FC. Beyond grief: developing a transdiagnostic conceptual model of bereavement related psychopathology. Rom J Mil Med. 2026;129(4):351-61.
Schoo C, Azhar Y, Mughal S, Rout P. Grief and prolonged grief disorder. In: StatPearls. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing; 2026.
Pedrinelli V, Rimoldi B, Conti L, Bordacchini A, Parrini L, Betti L, Giannaccini G, Dell'Oste V, Carmassi C. Grief related psychopathology from complicated grief to DSM-5-TR prolonged grief disorder: a systematic review of biochemical findings. Int J Mol Sci. 2025;26(24):11835.

Ti sei mai guardato allo specchio dopo ore passate su Instagram, sentendoti quasi estraneo al tuo stesso volto? Questa s...
19/07/2026

Ti sei mai guardato allo specchio dopo ore passate su Instagram, sentendoti quasi estraneo al tuo stesso volto? Questa sensazione di disconnessione è reale. Uno studio pubblicato su Computers in Human Behavior e condotto dalla dott.ssa Sansoni insieme a un team internazionale rivela una sorpresa: l'uso prolungato dei social e dei filtri non si traduce automaticamente in un odio per il proprio aspetto. . Il danno è molto più sottile e riguarda come il nostro cervello integra ciò che vediamo con ciò che sentiamo internamente, sfocando i confini fisici della nostra identità corporea. Attraverso un incredibile esperimento in realtà virtuale, i ricercatori hanno scoperto come lo "scrolling" quotidiano stia letteralmente riprogrammando i nostri sensi, addestrandoci ad "abitare" un corpo digitale.

continua su: https://www.geopop.it/luso-prolungato-di-instagram-altera-la-percezione-del-corpo-e-di-se-lo-conferma-uno-studio-italiano/
https://www.geopop.it/

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La ricerca italiana guidata dalla dott.ssa Sansoni ci dice che l'uso continuato di social come Instagram o di filtri, cambia l'integrazione multisensoriale

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14/07/2026

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I comportamenti protettivi sono strategie utilizzate per ridurre l'ansia che, nel lungo periodo, rinforzano i sintomi e ...
13/07/2026

I comportamenti protettivi sono strategie utilizzate per ridurre l'ansia che, nel lungo periodo, rinforzano i sintomi e ostacolano il cambiamento.

https://www.stateofmind.it/2026/07/comportamenti-protettivi-ansia/

I comportamenti protettivi sono strategie che sembrano aiutare a gestire l'ansia, ma in realtà ne favoriscono il mantenimento nel tempo

𝗜𝗹 𝗰𝗲𝗿𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗻𝗻𝗮𝗯𝗶𝘀: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗲𝗱𝗶𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲 𝗶𝗻 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗼. 𝗡𝗲𝘂𝗿𝗼𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝘂𝘀𝗼 𝗱...
13/07/2026

𝗜𝗹 𝗰𝗲𝗿𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗻𝗻𝗮𝗯𝗶𝘀: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗲𝗱𝗶𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲 𝗶𝗻 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗼. 𝗡𝗲𝘂𝗿𝗼𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝘂𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗻𝗻𝗮𝗯𝗶𝘀: 𝗲𝘃𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝘀𝘂 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟴.𝟰𝟬𝟬 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗰𝗶𝗽𝗮𝗻𝘁𝗶.
𝘙𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘵𝘦𝘮𝘪 𝘭𝘢 𝘷𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢: 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦𝘵𝘦 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘰? 𝘊𝘰𝘴𝘢 𝘯𝘦 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘯𝘯𝘢𝘣𝘪𝘴 𝘱𝘦𝘳 𝘪 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘪? 𝘚𝘤𝘳𝘪𝘷𝘦𝘵𝘦𝘭𝘰 𝘯𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪, 𝘮𝘪 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘪𝘭 𝘷𝘰𝘴𝘵𝘳𝘰 𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘷𝘪𝘴𝘵𝘢. 💬✍️

Immaginate il cervello di un adolescente come un cantiere edile enorme, con impalcature ancora provvisorie, operai che potano rami inutili e altri che tirano cavi elettrici nuovi (in gergo tecnico si chiama potatura sinaptica e mielinizzazione, ma restiamo ai cantieri). Questo cantiere, soprattutto nella zona della fronte, dove si costruisce il controllo degli impulsi e la capacità di pianificare, resta aperto fino quasi ai venticinque anni. Introdurre sostanze psicoattive in un cervello ancora in costruzione non è mai un’operazione neutra, ed è proprio questo il cuore del problema che voglio raccontarvi oggi. La cannabis, in particolare, si lega esattamente ai recettori che in questa fase della vita sono più numerosi e più sensibili che mai. Non è un caso, è biologia: i recettori cannabinoici raggiungono il loro picco proprio durante l’adolescenza.
Una revisione sistematica pubblicata di recente su Frontiers in Psychiatry (primo autore il professor Valerio Ricci, straordinario ricercatore e amico personale), che ha passato al setaccio più di tremila studi selezionandone trentasette con oltre ottomila partecipanti, mette ordine in questo scenario complicato. I dati sono chiari su alcuni punti e più sfumati su altri, e proprio questa onestà scientifica merita rispetto. Chi inizia a usare cannabis prima dei diciassette anni mostra riduzioni misurabili di volume in aree cruciali come ippocampo e amigdala, quelle che potremmo paragonare alla sala server della memoria e al centro allarmi delle emozioni. Il rischio di sviluppare una vera dipendenza è drammaticamente più alto negli adolescenti rispetto agli adulti, con probabilità che arrivano fino a sette volte superiori. E la progressione verso la dipendenza, negli adolescenti, non richiede anni: bastano pochi mesi. Questo conferma quanto sia delicato e vulnerabile un sistema nervoso ancora in fase di costruzione, ben diverso da quello di un adulto già formato.
Ma qui arriva la parte che a me, come clinico, interessa di più: non tutto è scritto nella pietra. Alcuni studi ben controllati, che hanno confrontato gemelli dove uno usava cannabis e l’altro no, non hanno trovato differenze significative di quoziente intellettivo. Questo significa che parte del danno che vediamo negli studi osservazionali potrebbe riflettere anche fattori familiari e genetici preesistenti, non solo l’effetto diretto della sostanza. La scienza vera vive proprio in questa tensione tra evidenze forti e cautela interpretativa, altro che slogan facili da social.
Quello che invece emerge con solidità impressionante è l’effetto della genetica individuale: chi porta una certa variante di un gene coinvolto nel metabolismo della dopamina ha un rischio di sviluppare sintomi psicotici nettamente più alto se usa cannabis in adolescenza, mentre chi porta la variante opposta sembra quasi protetto. Siamo di fronte, insomma, a un puzzle personalizzato, non a una regola valida per tutti allo stesso modo, ma resta il principio di fondo: prima si espone un cervello ancora in sviluppo a una sostanza psicoattiva, maggiore è il rischio potenziale.
La sintesi per un genitore, un educatore o semplicemente un cittadino curioso è questa: il cervello adolescente non è un cervello adulto più piccolo, è un cantiere in piena attività, e alcune sostanze cambiano il progetto architettonico, non solo l’arredamento. Prevenzione mirata, informazione onesta senza allarmismi né minimizzazioni, e attenzione clinica precoce restano gli strumenti migliori che abbiamo per proteggere chi sta ancora crescendo.



Voci bibliografiche.
⬇️
Ricci V, Sarni A, De Berardis D, Martinotti G, Maina G. How adolescent cannabis use reshapes the developing brain: a systematic review. Front Psychiatry. 2026;17:1822300.
Meier MH, Caspi A, Ambler A, Harrington H, Houts R, Keefe RS, et al. Persistent cannabis users show neuropsychological decline from childhood to midlife. Proc Natl Acad Sci U S A. 2012;109:E2657-64.
Albaugh MD, Ottino-Gonzalez J, Sidwell A, Lepage C, Juliano A, Owens MM, et al. Association of cannabis use during adolescence with neurodevelopment. JAMA Psychiatry. 2021;78:1031-40.
Caspi A, Moffitt TE, Cannon M, McClay J, Murray R, Harrington H, et al. Moderation of the effect of adolescent-onset cannabis use on adult psychosis by a functional polymorphism in the catechol-O-methyltransferase gene: longitudinal evidence of a gene x environment interaction. Biol Psychiatry. 2005;57:1117-27.

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