Studio Mancori Psicologa

Studio Mancori Psicologa Psicologa clinica e forense | Psicodiagnosta | CTP | Tecnico del comportamento. Supporto, valutazione e strategie per il benessere e la tutela della persona.

Confondere quello che proviamo con la realtà oggettiva è un cortocircuito cognitivo del nostro cervello che guida, molto...
31/08/2026

Confondere quello che proviamo con la realtà oggettiva è un cortocircuito cognitivo del nostro cervello che guida, molto più di quanto crediamo, le nostre reazioni quotidiane.

Nella vita di tutti i giorni, la mente applica un'euristica immediata legata al ragionamento emozionale. Se un'emozione è intensa, allora la nostra interpretazione dev'essere per forza vera.
A questo si aggiunge il realismo naïf, ovvero la profonda convinzione di osservare il mondo in modo del tutto neutrale. Quando qualcuno la pensa diversamente, il nostro primo impulso non è comprenderne la prospettiva, ma giudicarlo in errore o in mala fede. Trasformare un'opinione in un fatto incontestabile fa sì che ogni critica venga vissuta come un attacco all'identità, riducendo le relazioni a uno schema rigido tra chi ha ragione e chi ha torto e aumentando il carico di stress emotivo.

Quando questo meccanismo incontra i social media, la situazione esplode. L'assenza di comunicazione non verbale priva le interazioni di contesto, mentre le dinamiche di piattaforma premiano i toni estremi e la reattività emotiva. La naturale tendenza individuale a difendere la propria "verità" trova nuova forza nelle bolle di conferma, trasformando un bias cognitivo quotidiano in una vera e propria polarizzazione di massa.

Dal punto di vista clinico, la flessibilità cognitiva non richiede affatto di invalidare i propri vissuti. Le emozioni rimangono sempre legittime.
La svolta sta nel separare l'esperienza interiore dal dato di realtà. Imparare a dire "Questa è la mia lettura dei fatti" anziché "Questa è la verità" disinnesca l'iper-attivazione emotiva, protegge le nostre relazioni e ci restituisce uno spazio autentico di dialogo, dal vivo come online.

💬 Ti è mai capitato di notare un'opinione trasformarsi in "fatto incontestabile" in una discussione? Come l'hai gestita?

Tendiamo spesso a dividere ciò che proviamo in emozioni "giuste" ed "sbagliate", tentando di mettere a tacere quelle che...
24/08/2026

Tendiamo spesso a dividere ciò che proviamo in emozioni "giuste" ed "sbagliate", tentando di mettere a tacere quelle che ci causano disagio. In realtà, la neuropsicologia ci insegna che non esistono emozioni "buone" o "cattive". Ognuna di esse è un segnale informativo evolutivo, una bussola interna che ci indica come stiamo interpretando ciò che ci circonda e di cosa abbiamo davvero bisogno.

La tristezza non è un difetto da correggere, ma l'invito a rallentare per elaborare una perdita o una mancanza. La rabbia non è mera aggressività, ma la risposta sana alla sensazione che un nostro confine sia stato violato. Il disgusto agisce come uno scudo di protezione verso ciò che percepiamo come tossico o invasivo per la nostra persona. La vergogna ci allerta sul timore del giudizio e del rifiuto sociale, l'ansia mobilita le nostre risorse di fronte all'incertezza e alla percezione di una minaccia, mentre il senso di colpa ci mostra dove le nostre azioni sono entrate in conflitto con i nostri valori più profondi.

Smettere di lottare contro ciò che sentiamo è il primo, fondamentale passo del percorso terapeutico. La prossima volta che vieni travolto da uno stato d'animo intenso, prova a sospendere il giudizio e poniti una sola domanda: «Cosa mi sta chiedendo di ascoltare questa emozione?»

Imparare a decodificare questi messaggi permette di smettere di subire le proprie reazioni e di iniziare a regolare il proprio benessere emotivo con consapevolezza.

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Dott.ssa Virginia Mancori
Psicologa Clinica
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10/08/2026
LA TRAPPOLA DELLA PRODUTTIVITÀ TOSSICAA volte, non appena ci fermate per le vacanze, le ferie o il fine settimana, può c...
05/08/2026

LA TRAPPOLA DELLA PRODUTTIVITÀ TOSSICA

A volte, non appena ci fermate per le vacanze, le ferie o il fine settimana, può capitare di sentire una spinta a continuare, a fare di più evitando di rallentare. Una vocina interiore che spinge a non fermarsi, con l'idea di "non dover perdere tempo".

Nel linguaggio comune si parla spesso di "produttività tossica" per descrivere quei momenti in cui il proprio valore personale rischia di essere sovrapposto o condizionato dai risultati ottenuti.

Da una prospettiva psicologica questo meccanismo può nascondere l'intreccio di diverse dinamiche, dal perfezionismo clinico, all'autostima condizionata alla prestazione, fino a forme di evitamento esperienziale.

In molti casi, questo circolo si alimenta di due componenti principali:

1. Il senso di colpa nel tempo libero ⏳
Se il riposo non è considerato come un bisogno naturale, ma come una "mancanza di impegno" fermarsi puó portare a provare senso di colpa. In questi casi è possibile che si attivi una regola interna rigida che fa percepire l'inattività come tempo sprecato.

2. L'azione come protezione emotiva🛡️
Per alcune persone, il fare continuo può funzionare da scudo. Fermarsi significa talvolta fare spazio a stati d'animo complessi, ansia o sensazioni di vuoto che il "fare" lascia sullo sfondo.

Ma il riposo non è un premio da guadagnarsi, è un bisogno fondamentale per la nostra salute mentale. Il burnout e il sovraccarico si presentano spesso proprio quando tendiamo a ignorare i segnali del corpo e della mente per rincorrere uno standard troppo elevato.

Il tuo valore come persona non coincide con la quantità di cose che riesci a completare.

💬 Ti capita mai di sentire la pressione di dover sempre "ottimizzare" il tuo tempo? Come vivi i momenti in cui provi a fermarti? Se ti va, parliamone nei commenti.👇

Dott.ssa Virginia Mancori
Psicologa

Quando l’autostima è fortemente legata alla prestazione, ogni risultato rischia di trasformarsi in una valutazione del p...
27/07/2026

Quando l’autostima è fortemente legata alla prestazione, ogni risultato rischia di trasformarsi in una valutazione del proprio valore personale.

Il successo può offrire una conferma momentanea, ma non sempre modifica in modo stabile l’immagine di sé. Può essere svalutato, attribuito soprattutto alla fortuna, all’aiuto ricevuto o alla facilità del compito. L’errore, al contrario, può essere interpretato come la prova di un’incapacità personale e generale.

Si crea così un meccanismo asimmetrico: ciò che va bene viene considerato poco significativo o eccezionale, mentre ciò che va male conferma più facilmente le convinzioni negative su di sé.

Il problema non è attribuire valore ai risultati né desiderare di raggiungere i propri obiettivi. La difficoltà emerge quando la prestazione diventa il criterio principale attraverso cui stabilire il proprio valore.

Costruire un’autostima meno dipendente dai risultati significa poter riconoscere i propri successi senza utilizzarli come prova del proprio valore e affrontare gli errori senza trasformarli in un giudizio globale su di sé.

20/07/2026

🧠 Perché il "dare un nome alle emozioni" non funziona per tutte le persone?
Riconoscere e dare un nome all'emozione provata permette di ridurne l'intensità. In psicologia clinica questa strategia è chiamata Top-Down, un processo in cui la mente interviene per analizzare, etichettare e ridurre l'attivazione psicofisiologica.

Ma la verità è che i nostri sistemi nervosi non sono tutti uguali e non esiste un unico modo di elaborare il vissuto interiore.

Nello spettro autistico, ad esempio, si riscontra frequentemente la comorbilità con l'alessitimia.
Chiariamo subito due aspetti importanti:

1. L'alessitimia non è una caratteristica intrinseca dell'autismo, ma un tratto che spesso vi si associa (e che può riguardare anche persone neurotipiche).
2. Non significa affatto "non provare emozioni" al contrario, l'esperienza emotiva può essere intensissima e travolgente! L'alessitimia si traduce in una marcata difficoltà nel riconoscere, denominare e verbalizzare ciò che si muove a livello interocettivo e corporeo.

Quando la mente fatica a tradurre in parole l'emozione provata, forzare una strategia Top-Down può persino aumentare il sovraccarico cognitivo.

Qual è l'alternativa? La regolazione Bottom-Up.
Anziché chiedere alla mente di spiegare l'emozione, si risponde direttamente al bisogno fisico e sensoriale del corpo.

Non esiste una strategia superiore a un'altra. Esistono solo sistemi nervosi differenti, ciascuno con la propria ecologia. La vera efficacia sta nel conoscere, comprendere e rispettare il proprio funzionamento individuale. ⚖️✨

13/07/2026

Cosa succede dentro di noi quando diamo un nome a quello che sentiamo?🤔🧠

"Name it to tame it”, etichettare con precisione un’emozione attiva la corteccia prefrontale. Questa area agisce come un vero e proprio freno biologico sull’amigdala, la centrale d'allarme del nostro sistema nervoso, abbassandone l’intensità.

⚠️

Questo processo non funziona allo stesso modo per tutti. Per le persone autistiche o per chi sperimenta l'alessitimia (la difficoltà a identificare e descrivere a parole i propri stati emotivi), pretendere di "trovare l'etichetta giusta" durante un momento di forte attivazione può tradursi in un pesante sovraccarico cognitivo.

In questi casi, la regolazione emotiva richiede strade completamente diverse, molto più legate alla gestione dell'ambiente e all'ascolto dei segnali del corpo.

Nel prossimo contenuto andremo a vedere nel dettaglio proprio come funzionano questi canali alternativi.

🎲 D&D nei gruppi sociali per adolescentiL'utilizzo dei giochi di ruolo è una metodologia strutturata e supportata da evi...
11/07/2026

🎲 D&D nei gruppi sociali per adolescenti

L'utilizzo dei giochi di ruolo è una metodologia strutturata e supportata da evidenze scientifiche. Ecco quindi che Dungeons & Dragons diventa uno strumento clinico per allenare la comunicazione e la cooperazione.

Perché funziona?

• La mediazione del personaggio ➡️ Interpretare un alter ego può ridurre l'ansia sociale. Offre uno spazio sicuro in cui sperimentare la socialità senza la pressione del contesto quotidiano.

• Turnazione e regole chiare ➡️ Il gioco ha regole precise sui tempi di parola. Questo facilita l'ascolto attivo e il rispetto dei turni, riducendo l'imprevedibilità.

• Collaborazione attiva ➡️ Per andare avanti nella storia bisogna fare squadra. I ragazzi si trovano a negoziare, pianificare insieme e confrontarsi con il punto di vista dell'altro.

💬 Conoscevi già l'uso dei giochi di ruolo in terapia? Se vuoi approfondire l'argomento o scambiare un'opinione, ti aspetto nei messaggi privati o nei commenti.

04/07/2026

Le emozioni non sono istruzioni da seguire alla cieca.
Non sono nemmeno qualcosa da spegnere il prima possibile.

Sono segnali.

A volte arrivano in modo chiaro.
Altre volte si presentano confuse, intense, sproporzionate rispetto alla situazione.

La tristezza può parlare di una perdita o di una mancanza.
La rabbia può segnalare un limite superato.
L’ansia può attivarsi quando qualcosa viene percepito come incerto o minaccioso.
La vergogna può farci sentire esposti, inadeguati, giudicati.
Il senso di colpa può comparire quando pensiamo di aver ferito qualcuno o di aver tradito qualcosa di importante per noi.
Il disgusto può indicare il bisogno di prendere distanza da ciò che sentiamo invasivo o non accettabile.

Questo non significa che ogni emozione dica sempre la verità.
Significa che ogni emozione merita di essere ascoltata, compresa e regolata.

Il punto non è eliminare ciò che proviamo.
Il punto è imparare a riconoscerlo, dargli un nome e capire cosa farne.

Quando un’emozione diventa troppo intensa, ricorrente o difficile da gestire, può essere utile fermarsi e chiedere aiuto.

Se senti che alcune emozioni stanno prendendo troppo spazio nella tua vita o nelle tue relazioni, puoi contattarmi per iniziare un percorso di supporto psicologico.

Dott.ssa Virginia Mancori
Psicologa

Chi ha provato un attacco di panico conosce bene quella sensazione di totale perdita di controllo, in cui il corpo sembr...
22/06/2026

Chi ha provato un attacco di panico conosce bene quella sensazione di totale perdita di controllo, in cui il corpo sembra ribellarsi e la mente si affolla di pensieri catastrofici. 🛑

Ma quello che spesso non si sa è che il vero problema, a lungo andare, non è l'attacco in sé. Diventa la paura che possa accadere di nuovo.

È qui che entriamo nel meccanismo della "paura della paura".

Per proteggerci da una nuova crisi, iniziamo a fare piccoli e grandi cambiamenti:
• Monitoriamo costantemente ogni battito o respiro 🧠
• Evitiamo i luoghi in cui ci siamo sentiti male o dove pensiamo sia difficile ricevere aiuto 🚗
• Cerchiamo continue rassicurazioni dalle persone vicine 🗣️

Il paradosso? Più cerchiamo di controllarlo e di proteggerci, più il circolo del panico si rinforza, facendoci sentire sempre più in trappola.

Comprendere questo meccanismo non è la soluzione definitiva, ma è il primo, fondamentale passo per spezzare il cerchio e riprendere in mano la propria vita. Se capisci come funziona, puoi iniziare a disinnescarlo.

Se ti ritrovi in questa descrizione o se questo meccanismo sta limitando la tua quotidianità, sappi che uscirne è possibile. Lascia un commento o scrivimi in privato se ti va di parlarne.

💬 Ti è mai capitato di sperimentare questa "paura della paura"?

Indirizzo

Via Ignazio Guidi 44, Roma
Rome
00147

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 13:00
14:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 13:00
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Telefono

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