30/04/2026
CONDIVIDO PIENAMENTE.
STANNO DISTRUGGENDO LA PEDIATRIA DI FAMIGLIA....
https://www.facebook.com/share/p/1Fk8ebh8EU/
Ho 41 anni e faccio il pediatra di libera scelta.
Questo lavoro l’ho scelto, lasciando una carriera accademica ben avviata nell’Università di Bari.
Dopo dieci anni di gavetta tra sostituzioni, incarichi provvisori, zone disagiate e domiciliari private per arrotondare, oggi sono un pediatra massimalista. A Bari, nella mia città.
E sì, mi sento — senza troppa retorica — un punto di riferimento per le tante famiglie che mi hanno scelto e un medico che crede davvero in questo mestiere e in quello che fa. Al meglio delle sue possibilità.
Ho sempre immaginato una pediatria territoriale moderna, capace di essere clinica, educativa e anche un po’ sociale.
Una pediatria che non si limita a pesare e misurare, ma che intercetta fragilità, guida i genitori, previene prima ancora di curare.
Nel mio studio convivono bilanci di salute, consulenze sull’alimentazione, vaccinazioni, e tante - forse troppe - acuzie, spesso banali.
Ma il mio lavoro, si sa, non è solo medicina: è relazione, continuità, fiducia. E l’acuzia anche se banale, fa parte del gioco.
Lavoro in uno studio ben organizzato, con strumenti adeguati e ho una f***a rete di colleghi con cui confrontarmi. A Bari e in tutta Italia.
Effettuo diagnostica di primo livello, ho tassi vaccinali altissimi, faccio corsi di genitorialità online e dal vivo. Il tempo non basta mai per quello che vorrei fare.
Quando funziona, questo modello evita accessi inutili in ospedale, riduce prescrizioni inappropriate, supporta la genitorialità e restituisce centralità al territorio.
Non è teoria: è la mia pratica quotidiana.
La mia e quella di tanti altri colleghi come me.
Le pecore nere esistono, certo. Ma esistono in tutti i settori. E non possono ledere l’immagine di una intera categoria.
Il modello di pediatria che conosciamo è il motivo per cui l’Italia vanta uno dei tassi di mortalità infantile più bassi al mondo.
Basta chiedere a chi vive fuori confine quanto sia difficile reperire un pediatra e quanto i genitori si sentano soli. Basta chiedere ai genitori italiani quanto sia necessario per loro il pediatra di famiglia.
Ma qualcosa, anche qui in Italia, nel tempo sta cambiando.
Un po’ la genitorialità sempre più fragile e ansiosa, un po’ la burocratizzazione, un po‘ i numeri. Il tempo di cura si sta limitando.
Io stesso, nell’ultimo anno sono passato da assistere 800 bambini a 1000. E non nascondo la difficoltà di gestione. La stanchezza fisica e mentale.
È ovvio che l’assistenza è cambiata. In peggio. Nonostante la mia giovane età, nonostante l’impegno.
Non oso immaginare se - come paventato dalla riforma - dovessero assegnarmene 1500. Povero me e povere famiglie!
Questo è si il lavoro più bello del mondo… ma devi essere pronto a combattere ogni giorno per poterlo fare bene.
Perché la verità è che questo lavoro è diventato faticoso da difendere.
Carichi crescenti, burocrazia che divora tempo clinico, responsabilità sempre maggiori e riconoscimento sempre più incerto e limitato.
Le riforme parlano di ore, turni, modelli organizzativi.
Tutto legittimo. Ma raramente parlano di ciò che conta davvero: il tempo e la relazione di cura.
Senza quelli, possiamo avere tutte le strutture del mondo, ma resteranno sempre scatole vuote.
Non difendo lo status quo, sia chiaro. Chi lavora sul territorio sa bene che serve evoluzione: più integrazione con specialisti, strumenti diagnostici accessibili, telemedicina vera, percorsi condivisi. Ma tutto questo deve rafforzare — non sostituire — il pediatra di riferimento.
Perché un bambino non ha bisogno di “un pediatra”. Ha bisogno del “suo” pediatra.
E il pediatra non ha bisogno di “pazienti”. Ha bisogno dei “suoi” bambini.
E allora la domanda finale è semplice, forse scomoda: In un sistema come quello che si prospetta - un sistema che frammenta la cura, tra pediatri con 1500 assistiti e Case di Comunità con pediatri “ad ore” - chi si prenderà davvero la responsabilità di crescere insieme a quei bambini?
I bambini finiranno per essere dei numeri, e i pediatri non vedranno l’ora di timbrare un cartellino.
Spero di sbagliarmi…