Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa

Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa Criminologa Investigativa, Psicologa Forense, Esperta di Analisi della Scena del Crimine
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ROUTE 66: SI PARTE. E CHE LA STRADA CE LA MANDI BUONA! 😎🏍️🇺🇸Inizia finalmente il viaggio sulla mitica Route 66. Chilomet...
20/08/2026

ROUTE 66: SI PARTE. E CHE LA STRADA CE LA MANDI BUONA! 😎🏍️🇺🇸

Inizia finalmente il viaggio sulla mitica Route 66. Chilometri, tappe, incontri, paesaggi, imprevisti e tutto quello che questa strada leggendaria deciderà di regalarci.

Ve lo racconterò tappa dopo tappa, cercando di portarvi con me lungo il percorso: foto, video, curiosità e vita vera da strada.

Quindi allacciate virtualmente il casco: da oggi si viaggia insieme.

Chicago è solo l’inizio.
Route 66, arriviamo! 🔥🏍️🇺🇸

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Quando parliamo di una donna con tratti narcisistici patologici, la prima cosa da chiarire è che non siamo davanti a una...
19/08/2026

Quando parliamo di una donna con tratti narcisistici patologici, la prima cosa da chiarire è che non siamo davanti a una persona “innamorata di sé”. Quella è una caricatura. In realtà siamo davanti a un soggetto strutturalmente fragile, che vive con una sensazione costante di vuoto, di inferiorità e di confronto permanente con gli altri. Un confronto che perde sempre.

Il punto centrale non è l’autostima. È l’invidia.
Ma non l’invidia sana, quella che ti fa dire: “Lei ha qualcosa che io vorrei, provo a lavorare su di me per avvicinarmi”. No. Qui parliamo di un’invidia corrosiva, tossica, distruttiva. Malata.

Per una narcisista patologica, l’esistenza di qualcuno che ha fama, credibilità, successo, riconoscimento sociale o denaro non è uno stimolo, è una ferita narcisistica aperta. È una minaccia intollerabile.
Perché quella persona dimostra, con la sua sola esistenza, ciò che lei sente di non essere e di non poter raggiungere.

E da lì parte il meccanismo patologico.

Non potendo reggere il confronto sul piano reale, sposta la partita sul piano manipolatorio.
Non cerca di costruire, cerca di demolire.

All’inizio lo fa in modo sottile:
• svalutazioni mascherate da preoccupazione,
• allusioni,
• mezze frasi,
• dubbi gettati come semi velenosi.

Poi, quando questo non basta, alza il livello:
• menzogne costruite ad arte,
• narrazioni false ripetute ossessivamente,
• manipolazione di terzi,
• uso strumentale di vittimismo, indignazione morale, accuse ribaltate.

La verità non ha alcuna importanza. Conta solo una cosa ossia distruggere l’immagine dell’altro.
E allora scatta nella mente questo scenario:
“se non posso essere come te, allora devo fare in modo che tu non sia più tu”

E attenzione a un passaggio fondamentale:
la narcisista patologica non vive questo comportamento come scorretto.
Nella sua mente è giustificato. Anzi, è necessario. Si convince di essere stata danneggiata, oscurata, derubata di qualcosa che “le spettava”.
La menzogna diventa uno strumento legittimo. La manipolazione, una forma di “difesa” ossessiva.

Ecco perché queste persone possono arrivare a:
• falsificare eventi,
• riscrivere la realtà,
• costruire accuse gravissime senza alcun fondamento,
• perseverare anche di fronte a smentite evidenti.

Non si fermano perché non cercano la verità, cercano la distruzione simbolica dell’altro.
Fama, reputazione, successo: sono questi gli obiettivi da colpire. Non per ottenerli, ma per annullarli in chi li ha raggiunti.

E l’ultima cosa importante da capire è questa:
non c’è dialogo possibile su questo piano.

Perché non stai parlando con qualcuno che vuole chiarire, ma con qualcuno che ha bisogno che tu cada per sentirsi, anche solo per un attimo, meno vuota, meno fallita, meno inadeguata.

Capire questo non serve a giustificare.
Serve a smettere di illudersi che bastino i fatti, la correttezza o la buona fede.

Con questi soggetti, il problema non è quello che fai.
È ciò che rappresenti. E ciò che rappresenti e’ come sale su una ferita narcisistica che non si potrà mai rimarginare.

SE NON SAI COME FUNZIONA UN LEGAME TRAUMATICO, NON PUOI PERMETTERTI DI GIUDICARE UNA DONNA CHE NON DENUNCIA.E soprattutt...
19/08/2026

SE NON SAI COME FUNZIONA UN LEGAME TRAUMATICO, NON PUOI PERMETTERTI DI GIUDICARE UNA DONNA CHE NON DENUNCIA.

E soprattutto non puoi permetterti di lavorare con le vittime di violenza pensando che basti dire:

“Perché non se n’è andata?”
“Perché non ha denunciato?”
“Perché lo difende?”
“Perché minimizza?”
“Perché torna da lui?”
“Perché nega perfino l’evidenza?”

Perché proprio queste domande, se formulate senza competenza, dimostrano che non hai capito nulla della dinamica traumatica.
Una donna può non denunciare perché ha paura.
Perché è stata minacciata.
Perché teme per i figli.
Perché dipende economicamente dal partner.
Perché è stata isolata.
Perché è stata convinta di essere lei il problema.
Perché dopo anni di svalutazione non si fida più nemmeno della propria percezione.
Perché alterna terrore e bisogno di approvazione.
Perché spera ancora nel ritorno della persona che lui sembrava essere all’inizio.
Perché il ciclo violenza–pentimento–riconciliazione ha creato un legame potentissimo.
Perché il cervello, sotto stress cronico, non funziona come quello di chi osserva la vicenda comodamente dall’esterno.

E s, può arrivare persino a negare l’evidenza.

Non perché sia stupida.
Non perché “in fondo le vada bene”.
Non perché sia complice.
Ma perché riconoscere fino in fondo ciò che sta vivendo può significare ammettere che la persona amata è anche quella che la terrorizza, che anni della propria vita sono stati costruiti dentro una relazione distruttiva, che la famiglia immaginata non esiste e che uscire da lì potrebbe comportare rischi enormi.

Questa frattura interna si chiama dissonanza cognitiva.
Quando si intreccia con paura, dipendenza, rinforzo intermittente, isolamento e controllo coercitivo può diventare una prigione psicologica potentissima.

Ed è qui che nasce il legame traumatico.
Chi lavora con queste persone deve sapere una cosa fondamentale:

la vittima non si comporterà necessariamente come voi pensate che “dovrebbe” comportarsi una vittima.

Potrà ritrattare.
Potrà minimizzare.
Potrà tornare indietro.
Potrà difendere chi la maltratta.
Potrà chiedere aiuto e poi ritirarsi.
Potrà raccontare solo una parte.
Potrà impiegare anni prima di riuscire a chiamare violenza ciò che ha subito.

E se davanti a tutto questo la vostra unica risposta è il sospetto, il sarcasmo o il giudizio morale, allora siete voi a non avere gli strumenti.

Perché conoscere la violenza significa conoscere anche le strategie psicologiche che la rendono difficile da riconoscere, denunciare e interrompere.

Il resto è ignoranza travestita da buonsenso.
E quando quell’ignoranza entra negli studi professionali, nei servizi, nelle aule di tribunale o nelle consulenze tecniche, può diventare devastante quanto la violenza che pretende di valutare.

Prima di giudicare una vittima, studiate il trauma.
Prima di chiederle perché non è andata via, chiedetevi cosa l’ha tenuta lì.
Prima di pretendere coerenza, imparate cosa fa la paura alla mente umana.

Perché questo lavoro non si fa con i pregiudizi.
Si fa con competenza e rispetto.

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