Ilaria Pavoni psicologa

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Dietro la battuta c’è una cosa seria: le difese servono a proteggerci dall’angoscia. Il problema non è averle, è usare s...
14/10/2026

Dietro la battuta c’è una cosa seria: le difese servono a proteggerci dall’angoscia. Il problema non è averle, è usare sempre la stessa. Gli autori le dividono in livelli (Vaillant, DSM-IV), e ognuno le colloca in modo un po’ diverso.

🔴 PRIMARIE (o primitive): le più grezze, deformano la realtà
• Negazione: ignori ciò che fa male (Freud, 1925; A. Freud, 1936)
• Proiezione: attribuisci agli altri ciò che non accetti di te (Freud, 1911)
• Scissione: tutto buono o tutto cattivo (Klein, 1946; Kernberg, 1975)
• Regressione: davanti allo stress torni a modi infantili (Freud, 1905; A. Freud, 1936)
• Identificazione con l’aggressore: imiti chi ti ha fatto paura per non sentirti più debole (Ferenczi, 1933; A. Freud, 1936)

🟠 NEVROTICHE: più evolute, tengono lontano il conflitto
• Dissociazione: ti stacchi da emozioni o ricordi dolorosi (Janet, 1889; per alcuni autori è primitiva)
• Rimozione: ciò che fa male esce dalla coscienza (Freud, 1915)
• Spostamento: la rabbia va su un bersaglio più sicuro (Freud)

🟢 MATURE: ti proteggono senza negare la realtà
• Umorismo: guardi il dolore e gli togli peso con una risata (Freud, 1927; Vaillant, 1977)
• Sublimazione: trasformi un impulso o un’emozione difficile in qualcosa di costruttivo, come arte, sport o lavoro (Freud, 1905)
• Altruismo: ti prendi cura degli altri e ne trai soddisfazione, senza trascurare te stesso (Vaillant, 1977)
• Soppressione: scegli di rimandare consapevolmente un pensiero doloroso e poi lo affronti (Vaillant, 1977)
• Anticipazione: prevedi le difficoltà future e ti prepari in modo realistico (Vaillant, 1977)

Riconoscersi in una difesa non è una colpa: è il primo passo per scegliere come reagire. 💚

12/10/2026

Anni fa, un’anziana psicologa mi guardò negli occhi e mi disse: «Ricordati di respirare». All’epoca non capivo: pensavo fosse un’ovvietà, d’altronde lo facciamo in automatico, no?

Oggi, da psicologa e con qualche anno di esperienza in più, quelle parole hanno un peso e una bellezza del tutto diversa.

Nell’approccio cognitivo post-razionalista, non siamo semplicemente dei “pensatori” che devono controllare o spiegare tutto, ma siamo corpi che vivono, sentono e danno un significato unico a ciò che attraversano.

Spesso corriamo senza fermarci, dimenticandoci di stare con noi stessi. In questa corsa il nostro respiro diventa breve, quasi impercettibile, come se ci dimenticassimo di abitare il momento presente.

Prendersi un momento per sé, preparare una tazza di tè e tornare a respirare consapevolmente è un grande atto di amore e compassione verso di noi:
È accoglierci con gentilezza, lasciando andare il giudizio e fare spazio a ciò che sentiamo.
È un gesto di gratitudine verso la vita, per ricordarci che siamo qui, vivi, e che ogni respiro è un’opportunità per ripartire.
È riassaporare l’esperienza presente, riconnettendo il nostro corpo con la nostra storia e il nostro sentire più profondo.

A volte la vera cura non sta nel cercare altre risposte, ma nel concedersi la grazia di fermarsi, fare un respiro profondo e ringraziarsi per il cammino che si sta facendo.

Quando è stata l’ultima volta che ti sei fermat* a fare un respiro profondo solo per te?

Oggi 10 Ottobre è la Giornata Mondiale della Salute Mentale.Sempre più persone si sfogano con un’AI prima che con una pe...
10/10/2026

Oggi 10 Ottobre è la Giornata Mondiale della Salute Mentale.

Sempre più persone si sfogano con un’AI prima che con una persona. Non lo trovo strano: è sempre lì, non giudica, risponde subito. Dietro c’è un bisogno vero, quello di essere ascoltati.

Ma ascoltare non è curare. Un’AI non legge i tuoi silenzi, non conosce la tua storia e non può accorgersi di quando stai davvero male.

Tanti diranno: “almeno mi sfogo..”
Si effettivamente c’è una ricompensa immediata, ti sfoghi, la tensione scende. Ma quello che ci fa stare meglio nel tempo di solito nasce in una relazione: con qualcuno che non ti dà sempre ragione, che resta quando ti vergogni, con cui puoi anche sbagliare, incontrare una distanza e ricucirla.

È lì che succede una cosa importante: scopri che un’altra persona può reggere anche le parti di te che temi di mostrare.

Per questo, se un’AI ti aiuta a trovare le parole, usale. Ma poi portale a qualcuno che può sedersi davanti a te.

Oggi ti lascio una domanda: c’è una cosa che non hai ancora detto a nessuno? Non devi rispondermi qui. Basta che oggi la dici a voce alta a una persona di cui ti fidi, o a un professionista.

📩 Se vuoi farlo con me, scrivimi in DM: ricevo a Monteverde (Roma) e online.
🔖 Salva il post e mandalo a chi ne ha bisogno.

08/10/2026

Per i bambini, la casa di bambole — e qualsiasi forma di gioco simbolico— non è un semplice passatampo: è il loro principale strumento di auto-organizzazione.
Nell’approccio Cognitivo Post-Razionalista, l’esperienza umana si sviluppa sempre su due livelli coordinati:
- L’esperienza immediata (l’Io che vive) ciò che il bambino sente nel corpo e vive emotivamente nel momento presente.
- La spiegazione/riordinazione (il Me che esperisce) la capacità di dare un senso, forma e significato a quel vissuto.
Quando i bambini non hanno ancora le strutture verbali per integrare un’attivazione emotiva intensa (come l’ansia, la paura del giudizio o il senso di colpa), il gioco diventa il teatro elettivo in cui l’esperienza tesa viene esternalizzata e ricomposta.
Attraverso i personaggi e la casa, il bambino traduce la complessità viscerale in una storia dotata di senso, costruendo gradualmente la coerenza del proprio mondo interno.
🔹 Cosa possiamo fare noi adulti?
Evitare la correzione cognitiva: Se nel gioco “la mamma è arrabbiata”, non diciamo “Ma no, la mamma ti vuole bene”. Correggere la trama significa invalidare il vissuto del bambino. Il suo sistema sta cercando di dare forma a una percezione: accogliamola senza giudicare.
Offrire una cassa di risonanza (non lezioni): Anziché fare domande didattiche (“Come si chiama questa emozione?”), riflettiamo il clima emotivo (“Vedo che quel personaggio si sta nascondendo, sembra ci sia molta confusione lì dentro...”). Questo crea una perturbazione ottimale che stimola la sua capacità riflessiva.
Rispettare i tempi di auto-organizzazione: Ogni bambino riordina i propri significati personali con ritmi unici. La nostra presenza sicura garantisce il contenimento necessario affinché il suo sistema ritrovi l’equilibrio da solo.
Il gioco non è una semplice imitazione della realtà: è il modo attivo con cui il bambino impara ad abitare la propria storia.

Ogni giorno questa poltrona accoglie storie diverse. Storie di chi lavora, di chi ama, di chi cerca di capire che strada...
07/10/2026

Ogni giorno questa poltrona accoglie storie diverse. Storie di chi lavora, di chi ama, di chi cerca di capire che strada prendere, di chi sente il peso delle aspettative.

C’è ancora un forte pregiudizio attorno alla salute mentale: l’idea che dallo psicologo si vada solo quando “non si sta bene con la testa” o quando si toccano i livelli estremi di sofferenza.

La verità è che la terapia è uno spazio per chiunque desideri conoscersi meglio, riordinare i pensieri e prendersi cura di sé con la stessa naturalezza con cui ci prendiamo cura del nostro corpo.

🛋️ La porta è aperta. Per tutti.

01/10/2026

Gli psicologi non analizzano tutto.

A volte semplicemente respirano…
e ridono. 😂

Perché sì, sappiamo anche fare ironia.

29/09/2026

Una bambina/o non arriva in terapia con una narrazione già pronta.

A volte porta un gioco, una scelta, un silenzio.
A volte ripete una scena.
A volte sembra non avere nulla da dire.

Eppure, anche lì, qualcosa sta prendendo forma.

Il lavoro terapeutico con i bambini non consiste nel forzarli a parlare, ma nel creare uno spazio in cui possano trovare il proprio modo di raccontarsi.

Perché il tempo della terapia non è necessariamente quello dell’adulto.

È il tempo necessario perché un’esperienza possa diventare pensabile, rappresentabile e, lentamente, raccontabile.

La clessidra mi piace proprio per questo:
non si può accelerare la sabbia.
Si può solo darle lo spazio per scendere.

27/09/2026

A volte non è la vita a essere troppo difficile.
È il modo in cui abbiamo imparato a starci dentro.

Controllare.
Anticipare.
Evitare.
Tenere tutto sotto controllo.
Allontanarsi proprio quando qualcosa diventa importante.

In terapia, spesso, il lavoro non consiste nel trovare immediatamente una soluzione.

Consiste nel poter finalmente restare davanti a ciò che prima ci faceva scappare.

Vittorio Guidano parlava della costruzione personale dell’esperienza: non viviamo semplicemente ciò che accade, ma costruiamo continuamente un modo di dare senso a ciò che ci accade.

E allora il cambiamento non è soltanto:
“Devo fare qualcosa di diverso”.

Ma potrebbe essere:
“Posso fare esperienza di me in un modo diverso.”

Anche stare lì.
Nella stanza.
Con quello che c’è.

È già un inizio.

24/09/2026

In terapia mi capita spesso di incontrare persone che cercano di controllare il corpo, il cibo, le relazioni, il lavoro, le emozioni, perfino ciò che potrebbe accadere.

Modi diversi per dimostrare un disagio, ma con una domanda che spesso li accomuna: “come faccio a sentirmi al sicuro se non posso controllare ciò che succede?”

Nella prospettiva post-razionalista di Vittorio Guidano, i nostri comportamenti non sono semplicemente qualcosa da correggere: anzi hanno la funzione di mantenere coerente l’idea che abbiamo di noi stessi.

Il controllo può diventare una strategia per sentirsi più stabili quando dentro c’è qualcosa che appare imprevedibile, troppo intenso o difficile da integrare.

Giovanni Liotti, attraverso la teoria dei sistemi motivazionali, ci aiuta a guardare le persone nelle loro complessità fatte di bisogni relazionali e delle sue modalità di regolazione.

Per questo il controllo può manifestarsi in diversi modi, quindi Il punto, non è soltanto ciò che controlliamo, ma è
capire che cosa si cerca di ottenere attraverso quel controllo.

A volte controllare fa sentire al sicuro.

Ma se per sentirsi al sicuro si ha la necessità di controllare continuamente tutto, forse quella sicurezza non esiste ancora.

Ed è proprio lì che può iniziare il lavoro terapeutico.

23/09/2026

Un bambino costruisce lentamente dentro di sé lo sguardo con cui, un giorno, guarderà se stesso.

Winnicott parlava di un genitore sufficientemente buono, non perfetto, una presenza capace di offrire al bambino una base sicura da cui poter partire per esplorare il mondo.

Bowlby ci ha mostrato quanto una relazione di attaccamento sicura permetta al bambino di allontanarsi, esplorare, sbagliare e tornare, senza vivere ogni distanza come una perdita.

Questo significa esserci emotivamente per un figlio.

• Guardarlo quando cerca gli occhi del genitore.
• Rassicurarlo quando non sa ancora che emozione sta provando.
• Non confrontarlo continuamente con gli altri.
• Non trasformare ogni risultato in una misura del suo valore.
• Farlo sentire amato per ciò che è e non per ciò che fa.

Tutto questo non significa crescere bambini che non hanno bisogno degli altri, ma crescere persone che non hanno bisogno di essere continuamente approvate dagli altri per sentirsi degne.

Perché quando lo sguardo che cercavi fuori è stato introiettato dentro di te, non devi passare tutta la vita a cercare qualcuno che ti dica che vai bene.

Questo per me è il regalo più grande che si possa fare ai propri figli insegnargli ad applaudire se stessi.

Indirizzo

Via Antonio Bennicelli, 44
Rome
00151

Orario di apertura

Martedì 08:00 - 19:00
Mercoledì 13:30 - 20:00
Giovedì 08:00 - 19:00
Venerdì 16:00 - 19:00
Sabato 15:00 - 20:00

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