10/03/2023
Riflessioni che aprono riflessioni…
LA FAMIGLIA DEL TERAPEUTA
“Stabilire una relazione autentica con i pazienti, per sua stessa natura, richiede di abbandonare il potere del triumvirato magia, mistero e autorità” (I. Yalom, “Il dono della terapia”)
E se confessassi che ci sono volte in cui pietisco e chiedo, tacitamente, ai pazienti di consolarmi? Se confessassi che ci sono volte in cui mi racconto per attivare la loro capacità di sostenere sostenendomi?
Ma vi confesso anche che quando ciò avviene i pazienti effettivamente sfuggono. Ogni mia piccola confessione effettivamente, apre una voragine, come fosse Ade in persona che stesse traducendo la povera Kore negli inferi. Gli occhi dei pazienti si sgranano. Magari non le orbite oculari ma quelle psichiche. Insomma lo sguardo dei pazienti invoca il mio silenzio.
“Non voglio sapere. Non voglio conoscerti. Non voglio fare a meno della magia!”. Non vogliono rinunciare al mistero né all'autorità. E invece quello sarà il punto d’arrivo! Un paziente non lo sa, ma un terapeuta si. E un paziente non sa, inoltre, che quella che lui chiama "magia" è garantita soprattutto dalla vita personale e normale del terapeuta, è garantita dalla famiglia del terapeuta.
Se la terapia è il luogo in cui si evoca l’immaginazione e in cui, al tempo stesso, si rinuncia ad alcuni immaginari, se la terapia è il luogo dell’accoglienza, del sostegno, dell’analisi… allora la famiglia è quello stesso luogo per il terapeuta.
Li vedete? Mogli o mariti oppure i figli degli psicoterapeuti? Sono coloro che contengono ovvero rilanciano l’immaginazione del genitore. Poi ne ovattano le urla, ne colorano i grigiori, ne acquietano le acque tempestose. E si occuperanno anche di quei maremoti portati dai pazienti sulle coste del genitore che torna a casa dalla stanza dell’analisi, dalla stanza dei maremoti.
E questa messa in opera da parte della famiglia, è un’operazione fondamentale per un genitore che di mestiere fa il terapeuta. Saranno proprio queste azioni di contenimento, amplificazione, delineamento, operate dai familiari del terapeuta su di lui o su di lei, a garantire la sua funzione terapeutica nella stanza d’analisi.
È noto… il peggior delinquente è il miglior poliziotto e il miglior terapeuta è il f***e più sofferente. Ogni terapeuta è un pessimo familiare. Ed io, lo confesso, non faccio eccezione. Si perché un terapeuta fatica a uscire dalla stanza d’analisi, continua a dire la verità senza imparare gli idiom9i collettivi, è sociopatico
Dunque ogni paziente è in cuor suo grato ai familiari del terapeuta, poiché essi si prendono cura della follia di colui che si è fatto servo in terapia. E lo confesso di nuovo, io tra i terapeuti sono certamente il meno sano, mi ritrovo crogiolo di tutte le diagnosi e so, perché lo so, che dentro casa mia ognuno è abilitato alla cura di tutte quelle diagnosi.
Dunque il paziente molto deve a quegli infermieri indefessi e avido deve essere di quei racconti personali, perché quella è la vera cura. Si, la cura è fare del proprio esperimento di esistenza un metodo, e quando svelo il mio esperimento lo faccio perché i pazienti possano costruire il loro.
Questo svelamento, questa nudità è terribilmente imbarazzante e tagliente poiché congeda magia, sveste il mistero e invita a essere autori più che autoritari.
Buona Terapia
Luca Urbano Blasetti
Tratto da "Sotto la Barba"
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