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Vitrectomia: quali risultati possiamo realmente aspettarci?Quando proponiamo un intervento, una delle domande più import...
23/08/2026

Vitrectomia: quali risultati possiamo realmente aspettarci?

Quando proponiamo un intervento, una delle domande più importanti è:

“Come vedrò dopo?”

Ed è anche una delle domande alle quali è più difficile rispondere.

Perché un intervento può essere tecnicamente perfetto, raggiungere completamente il proprio obiettivo anatomico e tuttavia non riportare l’occhio esattamente alla condizione precedente alla malattia.

Ai miei pazienti lo spiego spesso usando le mani.

Metto le due mani, una accanto all’altra, alla stessa altezza.

Prima della malattia siamo qui.

Poi arriva la malattia e una delle due mani si sposta: l’occhio non è più quello di prima.

Con un intervento riuscito possiamo riportare quella mano molto, molto vicina all’altra.

Ma non necessariamente esattamente alla stessa altezza.

Questo è importante quando parliamo dei risultati reali della chirurgia vitreoretinica.

DISTACCO DI RETINA

La prima distinzione fondamentale è tra distacco macula-on e macula-off.

Nel distacco macula-on la fovea, cioè il centro della macula responsabile della visione centrale più fine, è ancora aderente.

L’obiettivo principale della chirurgia è salvarla prima che venga coinvolta.

Quando ci riusciamo, il risultato può essere eccezionale e la visione centrale può rimanere sostanzialmente normale.

Ma macula-on non significa necessariamente ritorno alla perfezione.

Il distacco può essere esteso pur risparmiando la fovea e altre porzioni della retina possono essere state coinvolte.

Il paziente può quindi percepire piccole alterazioni del campo visivo, zone meno nitide, fenomeni luminosi o distorsioni.

Inoltre, la chirurgia stessa può avere conseguenze diverse a seconda della tecnica utilizzata: variazioni refrattive o astigmatiche, modificazioni della superficie oculare e, dopo vitrectomia, progressione della cataratta sono alcuni esempi.

Quindi un distacco macula-on operato con successo può restituire una vista eccellente.

Eccellente, però, non significa necessariamente identica a quella di prima.

Nel distacco macula-off, invece, la retina centrale si è già staccata.

Qui cambia tutto.

La chirurgia può riattaccare perfettamente la retina e recuperare un campo visivo molto ampio, talvolta apparentemente completo.

Ma la funzione della macula dipenderà da moltissime variabili: da quanto tempo è distaccata, dall’estensione del distacco, dalle caratteristiche dell’occhio, dalla presenza di proliferazione vitreoretinica, da eventuali reinterventi e da molti altri fattori.

Un macula-off operato dopo poco tempo è molto diverso da un distacco presente da settimane o mesi.

Il recupero può essere molto buono e molti pazienti sono estremamente soddisfatti.

Ma possono persistere riduzione della visione centrale, offuscamento, distorsioni, micropsia o macropsia e alterazioni di alcune porzioni del campo visivo.

Riattaccare anatomicamente la retina e restituire una retina che non si sia mai staccata non sono la stessa cosa.

FORO MACULARE

Ai miei pazienti dico spesso una frase apparentemente dura:

“Un foro maculare è per sempre.”

Non significa che non possiamo curarlo.

Al contrario: oggi possiamo ottenere percentuali molto elevate di chiusura anatomica e spesso recuperi visivi eccellenti.

Ma utilizzo un esempio.

Immaginate una fotografia e un bambino che prende una matita e fa un piccolo foro proprio al centro, dove ci sono i dettagli più importanti delle facce.

Possiamo riparare quel foro.

Possiamo avvicinare nuovamente i margini.

Possiamo ottenere un risultato straordinario.

Ma quella fotografia ha comunque avuto un foro.

Più il foro è piccolo e recente, maggiori sono generalmente le possibilità di ottenere un recupero anatomico e funzionale eccellente.

Un foro grande e presente da molto tempo è un’altra storia.

E anche quando il paziente recupera 9 o persino 10 decimi, questo non significa necessariamente che percepisca quella vista come identica a prima.

Possono persistere piccole distorsioni, alterazioni della dimensione delle immagini o difficoltà soprattutto nella visione da vicino.

Ed è qui che i “decimi” possono ingannarci.

Un paziente può avere 10/10 sulla nostra tabella e continuare a dirci:

“Dottore, però io non vedo come prima.”

E può avere perfettamente ragione.

Misurare dieci decimi non significa misurare tutto ciò che significa vedere.

PUCKER MACULARE

Il pucker è forse uno degli esempi migliori di questa differenza tra successo chirurgico e percezione del risultato.

Anche qui conta molto quando interveniamo.

Una retina con alterazioni relativamente iniziali ha generalmente un potenziale di recupero maggiore rispetto a una macula profondamente deformata da anni.

Gli stadi anatomici più precoci hanno una prognosi differente dagli stadi avanzati, nei quali l’architettura della retina è ormai profondamente alterata.

Ma anche dopo una chirurgia perfettamente riuscita, l’OCT raramente torna ad essere quello di una macula che non abbia mai avuto un pucker.

La depressione foveale può non riformarsi completamente e alcune alterazioni anatomiche possono persistere.

La vista può passare, per esempio, da 5 o 6 decimi a 8, 9 o 10 decimi.

Il paziente può essere felicissimo.

Oppure può continuare a percepire una certa distorsione.

In alcuni casi possono comparire distorsioni differenti da quelle presenti prima dell’intervento.

Per questo, quando discuto l’intervento per un pucker maculare, dico spesso che uno dei rischi più importanti non è necessariamente una complicanza drammatica.

È qualcosa di molto più semplice:

che il miglioramento ottenuto non corrisponda al miglioramento che il paziente si era immaginato.

IL RISULTATO NON SI MISURA DOPO UN MESE

Infine c’è un ultimo concetto comune a tutte queste patologie.

Molto spesso il controllo a un mese è l’ultimo controllo chirurgico.

Ma la vista a un mese non è necessariamente la vista definitiva.

La retina continua a rimodellarsi.

La funzione può continuare a migliorare per molti mesi e, in alcuni casi, possiamo osservare modificazioni anche molto più a lungo.

La chirurgia finisce in sala operatoria.

Il recupero della retina no.

Ed è forse questo il messaggio più importante.

Lo scopo della chirurgia vitreoretinica non è promettere la perfezione.

È ottenere il miglior risultato anatomico e funzionale realisticamente possibile per quell’occhio, partendo dalla condizione in cui la malattia lo ha portato.

Perché successo anatomico, quantità di vista recuperata e qualità della vista percepita dal paziente sono tre cose diverse.

E comprenderlo prima dell’intervento è parte integrante di una buona chirurgia.

I rischi (di non fare) la vitrectomiaQuando si parla di vitrectomia si parla quasi sempre dei rischi dell’intervento.Mol...
21/08/2026

I rischi (di non fare) la vitrectomia

Quando si parla di vitrectomia si parla quasi sempre dei rischi dell’intervento.

Molto meno spesso ci si pone la domanda opposta:

Che cosa rischia un paziente a NON sottoporsi a una vitrectomia quando esiste una reale indicazione chirurgica?

La risposta cambia completamente a seconda della malattia.

DISTACCO DI RETINA

Partiamo dalla situazione più evidente.

Quando diagnostichiamo un distacco di retina, soprattutto se la macula è ancora aderente (macula-on), può capitare che il paziente sia spaventato e chieda:

“Ma non posso aspettare?”

In questo caso non dovremmo parlare soltanto di vitrectomia, perché un distacco di retina può essere trattato con tecniche differenti: chirurgia episclerale, retinopessia pneumatica, vitrectomia e, in casi selezionati, altre procedure.

Ma il concetto fondamentale è uno:

un distacco di retina non va semplicemente lasciato lì.

Può progredire, coinvolgere la macula e compromettere in maniera permanente la funzione visiva.

E quando la macula si distacca, il tempo comincia a contare.

Più a lungo la retina centrale rimane distaccata, minore diventa generalmente il potenziale di recupero visivo.

Per questo, nella grande maggioranza dei casi, il rischio di non operarsi è enormemente superiore al rischio dell’intervento.

EMOVITREO

Un’emorragia vitreale acuta può avere numerose cause.

Una delle più importanti è un distacco posteriore acuto del vitreo associato a una rottura retinica.

Se il sangue impedisce di esplorare adeguatamente la retina periferica, il problema non è soltanto il sangue che il paziente vede davanti all’occhio.

Il problema è quello che potrebbe esserci dietro e che non riusciamo a vedere.

Una rottura retinica non diagnosticata può evolvere in un distacco di retina.

Per questo un’emorragia vitreale densa e inspiegata richiede controlli molto attenti e, spesso, una vitrectomia precoce, perché finché la retina non è adeguatamente esplorabile il rischio di una rottura o di un distacco non diagnosticati deve essere preso molto seriamente.

Se invece l’emorragia dipende da altre cause, la situazione deve essere valutata caso per caso.

Un esempio importante è la retinopatia diabetica proliferante avanzata.

Quando la malattia arriva al punto da richiedere una vitrectomia, non trattarla può significare lasciare progredire emorragie, proliferazioni fibrovascolari e distacchi trazionali fino a compromettere gravemente la vista e, nei casi estremi, persino l’occhio.

FORO MACULARE

Qui l’urgenza è diversa.

Non parliamo generalmente di ore o giorni, come può accadere nel distacco di retina.

Ma il tempo conta comunque.

Un foro maculare relativamente recente ha generalmente maggiori probabilità di chiudersi e di ottenere un buon recupero funzionale rispetto a un foro presente da molto tempo.

Aspettando mesi o anni, il foro può diventare più grande e cronico e il potenziale di recupero visivo può diminuire.

Il rischio del non operarsi, quindi, non è perdere improvvisamente tutto il campo visivo.

È soprattutto perdere progressivamente e talvolta irreversibilmente parte della visione centrale e del potenziale di recuperarla.

PUCKER MACULARE

Il discorso è ancora diverso.

Un pucker maculare non rappresenta normalmente un’urgenza chirurgica.

Molti pucker sono lievi e stabili e possono essere semplicemente osservati.

Quando invece assistiamo a una progressiva riduzione della vista, aumento della distorsione e peggioramento anatomico della macula, può arrivare il momento in cui proponiamo l’intervento.

In questi casi non operarsi significa accettare la possibilità che la funzione e l’anatomia maculare continuino lentamente a peggiorare.

Ma qui c’è una distinzione importante.

Se il paziente non è convinto, aspettare qualche mese e rivalutare spesso è perfettamente ragionevole.

Quello che ha meno senso è aspettare indefinitamente mentre vista, distorsione e anatomia continuano progressivamente a peggiorare, perché una macula danneggiata da molto tempo può non recuperare completamente anche dopo un intervento tecnicamente perfetto.

MIODESOPSIE (FLOATERS)

Infine, un caso completamente diverso: le miodesopsie.

Qui non operarsi non comporta normalmente il rischio di perdere la vista o di danneggiare progressivamente la retina.

Per questo l’indicazione alla vitrectomia deve essere particolarmente rigorosa.

Personalmente considero quattro criteri fondamentali:

1. I sintomi devono essere realmente invalidanti, con un impatto sulla qualità della vita paragonabile a quello di altre condizioni croniche.
2. Devono essere cronici e persistenti, non un disturbo comparso da poco e al quale il paziente non ha ancora avuto il tempo di adattarsi.
3. I sintomi devono persistere nonostante il tempo, l’adattamento e gli eventuali trattamenti già tentati.
4. Il paziente deve comprendere e accettare consapevolmente i rischi della vitrectomia.

Quando questi criteri sono soddisfatti, però, anche decidere di non operarsi ha un costo.

Non è generalmente il rischio di perdere l’occhio o di danneggiare progressivamente la retina, come nelle patologie descritte sopra.

È qualcosa di molto diverso: continuare magari per anni a convivere con un disturbo invalidante, che interferisce ogni giorno con lettura, lavoro, guida, sport o semplicemente con il piacere di vedere, quando una soluzione chirurgica efficace esiste.

Questo non significa che tutti i floaters debbano essere operati.

Significa riconoscere una cosa molto semplice:

anche non fare nulla è una decisione. E anche quella decisione può avere un costo.

Ecco perché la domanda:

“La vitrectomia è rischiosa?”

da sola significa poco.

La domanda corretta è:

“Quali sono i rischi dell’intervento rispetto ai rischi di non intervenire in questa specifica malattia, in questo specifico occhio, in questo specifico momento?”

È così che dovrebbe essere presa una decisione chirurgica.

Vitrectomia: quello che non èLa vitrectomia è l’intervento attraverso il quale il chirurgo rimuove il corpo vitreo dall’...
19/08/2026

Vitrectomia: quello che non è

La vitrectomia è l’intervento attraverso il quale il chirurgo rimuove il corpo vitreo dall’occhio.

Ma che cosa significa realmente?

Innanzitutto, non significa “svuotare” l’occhio.

Il vitreo è costituito per oltre il 98% da acqua, organizzata all’interno di una struttura gelatinosa formata principalmente da collagene e acido ialuronico. Durante la vitrectomia questa struttura viene progressivamente rimossa e il volume viene contemporaneamente sostituito da una soluzione acquosa. Al termine dell’intervento, quindi, l’occhio non rimane affatto “vuoto”.

Un occhio vitrectomizzato non è un occhio più debole.

Una volta completata la guarigione, non diventa per questo più fragile o più suscettibile a traumi, scosse, salti, tuffi o normali attività della vita quotidiana.

La vitrectomia, di per sé, non cambia la vista.

Non cambia i colori, non modifica necessariamente i “decimi” e non cambia automaticamente le diottrie.

Naturalmente, quando si esegue una vitrectomia lo si fa per un motivo: distacco di retina, pucker maculare, foro maculare, emorragia vitreale, miodesopsie o molte altre condizioni.

È soprattutto la malattia che stiamo trattando, insieme alle eventuali procedure necessarie per curarla, a determinare quale sarà la vista dopo l’intervento.

Ed è qui che nasce probabilmente uno degli equivoci più frequenti.

La vitrectomia non è, di per sé, un intervento “difficile”.

È una tecnica chirurgica che un chirurgo vitreoretinico utilizza quotidianamente. Possono invece essere estremamente complesse le malattie per cui la vitrectomia si rende necessaria e le manovre chirurgiche necessarie per trattarle.

Per lo stesso motivo, la vitrectomia non è una malattia.

Eppure molto spesso le conseguenze della patologia vengono attribuite all’intervento utilizzato per curarla.

Un occhio precedentemente sottoposto a vitrectomia può certamente portare i segni dell’intervento.

Ma quei segni raccontano soprattutto una storia: che cosa aveva quell’occhio, perché è stato necessario operarlo e che cosa abbiamo dovuto fare per cercare di curarlo.

Questa distinzione — tra vitrectomia, malattia e procedure associate — è il primo fondamentale da capire.

Chirurgia retinica: pucker, floaters, foro maculare, distacco di retina. Ripartire dalle basi.Gli ultimi giorni sono sta...
17/08/2026

Chirurgia retinica: pucker, floaters, foro maculare, distacco di retina. Ripartire dalle basi.

Gli ultimi giorni sono stati scossi dalla notizia che un paziente che seguivo da tempo è purtroppo venuto a mancare. La stampa ha parlato di un probabile gesto di estrema disperazione.

Era una persona per la quale avevo cercato di fare tutto ciò che ritenevo possibile, non soltanto dal punto di vista chirurgico. Sapere che il suo disagio andava evidentemente molto oltre ciò che potevo vedere e curare nei suoi occhi lascia comunque una domanda difficile da evitare: avrei potuto fare qualcosa di più?

Quando ho ricevuto la notizia non nego che siano scese delle lacrime.

In questi giorni ho cercato quindi di fermarmi, capire dove fossi e soprattutto ricordarmi cosa significhi fare questo mestiere.

Gli interventi agli occhi, come probabilmente molti interventi in medicina, possono essere tecnicamente perfetti e privi di complicazioni e tuttavia non produrre il risultato che il paziente sperava.

A volte perché l’anatomia e la fisiologia pongono limiti che non possiamo superare.
A volte perché la percezione del risultato e le aspettative non coincidono con ciò che la chirurgia può realmente ottenere.
Molto spesso per una combinazione delle due cose.

D’altra parte, ogni problema medico ha almeno tre dimensioni: l’anatomia, la fisiologia e la percezione che quella persona ha della propria condizione.

Possiamo cercare di correggere l’anatomia. Possiamo provare a ristabilire una funzione. Ma ciò che quella stessa condizione significa nella vita di una persona è qualcosa di molto più complesso.

Per questo la medicina in generale, e la chirurgia retinica in particolare, vivono proprio in questo spazio difficile tra scienza, esperienza e incertezza.

Non possiamo garantire un risultato al 100%.
Non possiamo sapere con certezza assoluta se la scelta che stiamo facendo sarà quella migliore.

Ma incertezza non significa lasciare le cose al caso.

Significa, al contrario, diventare ancora più rigorosi.

E quando arrivano i dubbi, credo che la cosa migliore sia tornare alle basi: ai fondamentali, ai dettagli, alle cose semplici fatte bene. Poi, da lì, salire progressivamente verso ciò che è più complesso, continuando a studiare e andando a cercare anche quello che ancora non sappiamo di non sapere.

Dopo tanti anni di chirurgia continuo a pensare che la chirurgia retinica diventi molto meno difficile quando si rispettano alcuni principi fondamentali: conoscere bene le basi, curare ossessivamente i dettagli e osare soltanto quando si conoscono il perché, il come e soprattutto i propri limiti.

Nei prossimi giorni vorrei quindi ripartire proprio da qui.

Parleremo dei problemi che incontro più frequentemente nella pratica quotidiana: distacco di retina, pucker maculare, foro maculare, floaters, retinopatia diabetica e cataratta.

Non per reinventare la ruota.

Ma perché, prima di cercare qualcosa di nuovo, vale sempre la pena chiedersi se sappiamo usare davvero bene ciò che abbiamo già.

E poi c’è un altro fondamentale, forse il più importante.

Tanti anni fa scrissi sul mio sito una frase che oggi sento ancora più vera:

“Curiamo le persone, non le malattie.”

Mi occupo di pazienti con problemi di vista, ai quali è stata diagnosticata una cataratta oppure una malattia retinica, come la maculopatia, il pucker, il distacco di retina o le miodesopsie.

A volte si tratta di problemi semplici.
A volte di problemi molto più seri.

Ma sempre, di persone.

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31/07/2026

Distacco di retina

Oggi uno di quegli interventi tecnicamente belli. Una paziente che a seguito di un intervento di cataratta aveva purtroppo riportato una grave emorragia espulsiva. Ho provato a sistemarla: ho aspettato 10 giorni per evacuare il sangue ma si era sviluppato un distacco di retina. Olio di silicone. Ma niente: membrane cicatriziali. Poi foro maculare. Al che provo il trapianto di retina. 3 mesi dopo foro aperto retina staccata con membrane sottoretiniche ovunque. Le dico: forse è il caso di lasciar perdere? La signora ci pensa, e mi dice: no, continua. Prova finché non ti arrendi tu. Io non lo faccio. E allora rientra, pela tutto, taglia la retina su 360 gradi, ribaltala, togli le membrane da sotto, rimetti a posto tutto, ri-trapianta un pezzo di retina per tappare il foro maculare diventato gigante. Laser olio. E via.

Menomale che poi torni a casa e la tua gatta ti aspetta fusante.

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