27/08/2026
“Dimentica te stesso. Diventa tutt’uno con l’eternità” •
(🇯🇵1929 – 2026)
Ogni mattina, da quasi 50 anni, una delle artiste più amate del mondo attraversa la stessa strada di Tokyo: quella tra la clinica psichiatrica dove abita e lo studio dove dipinge. Nessuno ce l'ha mai chiusa dentro. Ha bussato lei.
Si chiama Yayoi Kusama. È nata nel 1929 a Matsumoto, tra le montagne del Giappone, e aveva circa dieci anni quando il mondo, davanti ai suoi occhi, cominciò a coprirsi di pois e di reti che nessun altro vedeva. Fece l'unica cosa che le riusciva: disegnarli. Mettere su carta ciò che la spaventava era il suo modo di non esserne travolta.
Sua madre quei disegni glieli strappava. Le toglieva carta e colori: la voleva moglie ubbidiente, non pittrice. Così Kusama imparò prestissimo la regola non scritta che conosce chiunque abbia una testa che ogni tanto fa paura: il peso non è soltanto quello che ti succede dentro... è doverlo nascondere.
A 28 anni partì per l'America. A New York divenne una protagonista dell'avanguardia: dipingeva tele enormi coperte di minuscoli archi ripetuti all'infinito, le chiamava "reti dell'infinito". Ci restò 15 anni. Ma la fama non cura niente. Nel 1973 tornò in Giappone, sfinita.
E nel 1977 fece il gesto che quasi nessuno, ancora oggi, ha il coraggio di fare alla luce del sole. Entrò in una clinica psichiatrica di Tokyo e chiese di restarci. Volontariamente. Non un'emergenza, non una porta chiusa da altri: una scelta, fatta da lei, per sé. Poi comprò uno studio dall'altra parte della strada.
Da allora vive così. La notte nella clinica, dove qualcuno veglia sulla sua parte più fragile. Il giorno nello studio, dove lavora la sua parte più libera. In mezzo, una strada di città, attraversata migliaia di volte, in un verso e nell'altro.
I pois che da bambina la terrorizzavano oggi sono la sua firma. Le sue zucche a puntini e le sue stanze di specchi fanno il giro del pianeta, le sue mostre sono tra le più visitate al mondo, e a Tokyo dal 2017 c'è un museo che porta il suo nome. Lei, a 97 anni, attraversa ancora quella strada e dipinge ancora. Ha spiegato una volta che creare è l'unico modo che ha trovato per tenere a bada il dolore e la paura.
Ed ecco la cosa che spiazza. In quasi un secolo di vita, Kusama non ha mai "sconfitto" niente. Ha fatto una cosa diversa, e forse più grande. Ha smesso di trattare la propria testa come un nemico da nascondere e le ha dato una casa. Un indirizzo. Un posto dove la sua fragilità non è un segreto: è una vicina di strada.
Noi facciamo quasi sempre il contrario. I giorni in cui la nostra testa non ci sembra un posto sicuro li chiamiamo stress, stanchezza, "un periodo così". Se si rompe un ginocchio lo raccontiamo a tutti, con i dettagli; se si rompe il sonno, se i pensieri corrono e fanno rumore, diciamo "tutto bene" con la voce più ferma che abbiamo. C'è chi va a parlare con qualcuno una volta a settimana e in agenda lo scrive con un nome finto. Non per debolezza: perché ci hanno insegnato che il corpo può rompersi con dignità... e la testa no.
La storia di questa donna dice il contrario. La tua fragilità non ti squalifica. Non è una guerra da vincere per forza: si può viverle accanto, darle un posto, un'ora, una persona a cui dirla. E vale anche se da quella stanza non uscirà mai un quadro, un libro, niente da appendere. Kusama dai suoi pois ha fatto uscire bellezza per mezzo secolo, ma il suo capolavoro non è nei musei: è quella strada attraversata ogni mattina, a testa alta, senza nascondersi da nessuno.
Il posto in cui qualcuno si vergogna di entrare una volta a settimana, una delle artiste più amate del mondo lo abita da quasi 50 anni. E chiedere aiuto, visto da lì, cambia forma: non è arrendersi... è solo attraversare una strada.
(Elena Giappone)
Buon viaggio Yayoi ❤️