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Dr.ssa Valeria Izzi - Psicologa Roma Tiburtina Studio di Psicologia e Psicoterapia

Capita, a volte, che qualcuno entri in terapia con un foglio tra le mani.Qualche parola scritta, un pensiero appuntato s...
22/09/2026

Capita, a volte, che qualcuno entri in terapia con un foglio tra le mani.

Qualche parola scritta, un pensiero appuntato sul telefono,una pagina nata magari in un momento qualsiasi, tra una seduta e l’altra.

«Ho scritto una cosa… posso leggerla?»

E in quella domanda c’è già molto.

C’è il desiderio di condividere qualcosa che, forse, a voce sarebbe stato più difficile raccontare. Ma c’è anche la fiducia nel portarlo proprio lì, in quello spazio diventato un luogo privilegiato di ascolto di ciò che accade dentro.
E mentre quelle parole prendono voce, a volte ci si accorge che non sono semplicemente pensieri messi su carta ma raccolgono qualcosa che era già in movimento, qualcosa che aveva iniziato a emergere negli incontri precedenti e che ha continuato a lavorare dentro, anche fuori dalla stanza della terapia:
un' emozione che ha trovato un nome, una domanda che è tornata, un pensiero che si è trasformato. Qualcosa che prima sembrava lontano e che, improvvisamente, diventa più vicino.

È così che la scrittura può entrare nel percorso terapeutico: non come un compito, non come qualcosa da fare “bene”, ma come un modo per fermarsi ad ascoltare ciò che dentro di noi sta cercando di prendere forma. E quelle parole, una volta condivise, diventano qualcosa che possiamo guardare insieme.

A volte aprono una porta, a volte fanno nascere una domanda, altre volte semplicemente permettono di restare un po’ più vicini a qualcosa che fino a quel momento era difficile da ascoltare.
Perché la terapia non vive soltanto nel tempo della seduta ma qualcosa può continuare ad accadere anche dopo.

E qualche volta arriva sotto forma di una pagina scritta, di poche righe, di parole che qualcuno ha scelto di portare con sé.
E allora quella pagina diventa parte del cammino, un altro modo, delicato e prezioso, di ascoltarsi.
Forse è proprio questo il valore di quelle parole: non raccontano soltanto ciò che stiamo vivendo, ma ci permettono di accorgerci di ciò che, dentro di noi, sta lentamente cambiando. E a volte, riconoscerlo insieme è già parte del percorso.

IL PESO INVISIBILE DEL SENSO DI COLPAIl senso di colpa è un’emozione complessa, e spesso fraintesa. Non nasce per farci ...
09/05/2026

IL PESO INVISIBILE DEL SENSO DI COLPA

Il senso di colpa è un’emozione complessa, e spesso fraintesa. Non nasce per farci soffrire, ma per aiutarci a mantenere una coerenza interna: è il punto di contatto tra ciò che facciamo e i valori in cui ci riconosciamo.

Quando emerge, in genere segnala che percepiamo una distanza tra il nostro comportamento e l’immagine di noi come persone responsabili, attente, “giuste”. In questo senso ha una funzione evolutiva e relazionale importante: permette la riparazione, protegge i legami, orienta le scelte future.

Il problema non è il senso di colpa in sé, ma il modo in cui lo elaboriamo. Quando resta ancorato a un piano concreto — “abbiamo fatto qualcosa che non ci rappresenta, possiamo rimediare” — diventa uno strumento. Ci spinge a riconoscere, a prenderci la responsabilità e a fare un passo attivo verso l’altro o verso noi stessi. Dopo, però, dovrebbe esaurire la sua funzione.

Quando invece si cronicizza, cambia natura. Non riguarda più il comportamento, ma si sposta sull’identità: da “ho sbagliato” diventa “sono sbagliato”.

Questo passaggio è il cuore della sofferenza.

La mente continua a tornare sull’evento, non per costruire una soluzione, ma per mantenere attiva una forma di autocritica che spesso ha radici più profonde.
In questi casi il senso di colpa smette di essere regolativo e diventa punitivo. Non guida più il comportamento, ma limita la possibilità di muoverci, di cambiare, perfino di pensarci diversi. Si crea una sorta di circolo: più ci sentiamo in colpa, più ci definiamo attraverso quell’errore, e meno riusciamo ad agire in modo riparativo o trasformativo.

Lavorarci significa innanzitutto distinguere i livelli. Chiederci con onestà se c’è qualcosa di concreto che può essere riconosciuto e, eventualmente, riparato. Se la risposta è sì, il passaggio è comportamentale: assumerci la responsabilità, comunicare, fare ciò che è possibile fare oggi, non ciò che sarebbe stato possibile allora. Questo ridimensiona il senso di colpa, perché lo riporta nel presente.

Se invece non c’è più nulla da fare sul piano esterno, il lavoro diventa interno. Significa riconoscere che continuare a punirci non aggiunge valore né a noi né agli altri, e che quella voce critica, per quanto familiare, non coincide necessariamente con la realtà.

Sopravvivere al senso di colpa, in una prospettiva psicologica, non significa eliminarlo o ignorarlo, ma restituirgli una funzione proporzionata. Ascoltarlo quando segnala qualcosa di utile, e allo stesso tempo saperne delimitare l’azione quando diventa eccessivo. È un equilibrio che si costruisce nel tempo, imparando a riconoscere che la nostra identità non coincide con i nostri errori, ma con la capacità di attraversarli, comprenderli e, quando possibile, trasformarli.

Indirizzo

Via Dei Durantini, 22/b
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00157

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