Germana Verganti Psicoterapeuta Milleriana-Analista Transazionale EMDR

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Germana Verganti Psicoterapeuta Milleriana-Analista Transazionale EMDR 𝐴𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑇𝑟𝑎𝑛𝑠𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒, 𝑇𝐼𝑆𝑇 2° 𝑙𝑖𝑣. (𝐽. 𝐹𝑖𝑠ℎ𝑒𝑟), 𝐸𝑀𝐷𝑅 2°𝑙𝑖𝑣., 𝐶𝐹𝑇 𝐶𝑜𝑚𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛 𝐹𝑜𝑐𝑢𝑠𝑒𝑑 𝑇ℎ𝑒𝑟𝑎𝑝𝑦, 𝐹𝑎𝑐𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑀𝑖𝑛𝑑𝑓𝑢𝑙𝑛𝑒𝑠𝑠, 𝐴𝐷𝐻𝐷 𝑎𝑑𝑢𝑙𝑡𝑖.

Il modo in cui siamo stati cresciuti può influenzare profondamente il modo in cui, da adulti, ci relazioniamo con i nost...
08/09/2026

Il modo in cui siamo stati cresciuti può influenzare profondamente il modo in cui, da adulti, ci relazioniamo con i nostri figli. Le esperienze vissute nell'infanzia, infatti, contribuiscono a costruire il nostro modo di vivere le emozioni, la vicinanza, il conflitto e il bisogno dell'altro. Questo però non implica necessariamente che il nostro passato determini il nostro modo di essere genitori, ciò che può fare la differenza è la capacità di comprenderlo e integrarlo.

Essere cresciuti con genitori affettuosi e disponibili può facilitare lo sviluppo di una buona capacità di riconoscere e accogliere i bisogni dei propri figli, mentre chi ha sperimentato freddezza, distanza emotiva o scarsa attenzione può incontrare maggiori difficoltà nel riconoscere e tollerare le emozioni dei propri bambini. Può accadere, per esempio, di reagire con irritazione davanti al pianto del figlio senza comprendere immediatamente che quella reazione è collegata anche al proprio passato e al modo in cui, da bambini, si è imparato a vivere la vulnerabilità.

Molte di queste esperienze, inoltre, non rimangono necessariamente nella memoria sotto forma di ricordi chiari e narrabili. Possono invece lasciare tracce implicite, che si manifestano attraverso reazioni automatiche, convinzioni e modalità relazionali apprese nel corso dell'infanzia. In questo modo possiamo arrivare a ripetere, senza volerlo, alcuni schemi che abbiamo sperimentato nella nostra famiglia di origine.

Per interrompere questo processo è utile sviluppare una narrazione coerente della propria storia, riuscendo a comprendere ciò che abbiamo vissuto, ciò che ci è mancato, le emozioni che abbiamo potuto esprimere e quelle che abbiamo invece dovuto reprimere, e soprattutto il modo in cui queste esperienze continuano eventualmente a influenzarci nel presente.

Quando riusciamo a fare questo lavoro, il passato può smettere di agire esclusivamente attraverso automatismi e diventare qualcosa che possiamo osservare e comprendere. Possiamo allora riconoscere che una reazione appartiene alla nostra storia senza essere necessariamente la risposta più adeguata a ciò che sta accadendo nel presente.
Quando riusciamo a riconoscere ciò che appartiene al nostro passato, possiamo evitare che sia il passato a rispondere al posto nostro.
Possiamo fermarci, osservare ciò che sta accadendo dentro di noi e domandarci che cosa stia realmente accadendo nella relazione con nostro figlio.

Per questo motivo, non è necessario aver avuto un'infanzia perfetta per diventare buoni genitori. Anche chi ha vissuto esperienze dolorose può costruire con i propri figli un legame sicuro, soprattutto quando riesce a elaborare ciò che ha ricevuto e ciò che è mancato. La consapevolezza diventa il terreno su cui è possibile interrompere una trasmissione automatica della sofferenza e trasformare la propria storia in una risorsa relazionale.
G.V.

Esistono genitori che sono veramente “tossici” (nel senso di dannosi) ed è essenziale, in questi casi, superare la loro ...
06/09/2026

Esistono genitori che sono veramente “tossici” (nel senso di dannosi) ed è essenziale, in questi casi, superare la loro eredità traumatica, sbarazzarsene, reclamando – o meglio sarebbe dire, recuperando – il diritto a una vita propria. Allorché il maltrattamento subito dai genitori non diventa manifesto, per via di un riguardo esteriore verso la famiglia, i bambini non arriveranno mai a farsi aiutare. Così la tossicità affettiva ed educativa di questi genitori non può essere svelata, riconosciuta e raccontata. Questi bambini diventeranno adulti che vivranno e faranno vivere l’elemento dannoso e ripetitivo di quei loro comportamenti che esprimono il conflitto, lo smacco, la distruttività. Anche se le loro abitudini sono differenti da quelle dei loro genitori – inattendibili, complessi e sottilmente deviati –è comunque da lì che prenderanno origine. In tal modo non potranno che soffrire all’interno della loro vita affettiva, professionale, sociale e sessuale. Se li si vuole aiutare, bisognerà rivolgersi contemporaneamente al bambino sofferente e turbato, che è rimasto in loro, e all’adulto responsabile di se stesso. Solo così si può arrivare al distanziamento e alla liberazione dai traumi del passato.
Schützenberger, Devroede

L’abbandono non si manifesta soltanto quando un bambino viene lasciato fisicamente solo, esiste una forma  altrettanto d...
06/09/2026

L’abbandono non si manifesta soltanto quando un bambino viene lasciato fisicamente solo, esiste una forma altrettanto devastante: l’abbandono emotivo e psicologico. È quella condizione in cui il bambino cresce accanto a una madre che, pur essendo fisicamente presente, non riconosce i suoi bisogni affettivi, non gli offre uno sguardo, un gesto di tenerezza, un riconoscimento autentico.
Secondo la prospettiva di Gabor Maté, medico che ha esplorato le radici psicologiche e relazionali del trauma, il bisogno primario di ogni essere umano è la connessione. Senza connessione, il bambino non può sviluppare un senso di sicurezza interiore, né la convinzione di essere degno d’amore. La mancanza di attaccamento non è solo una ferita affettiva, è un trauma che modella la mente e impatta sul corpo, che influenza lo sviluppo neurologico e psichico.
Il bambino che cresce accanto a una madre emotivamente indisponibile impara molto presto a leggere i suoi segnali, a percepirsi come peso e causa del suo malessere. Invece di sentirsi accolto, si percepisce colpevole della sofferenza materna. Come osserva Maté, il bambino non smette di amare il genitore che lo rifiuta; smette, piuttosto, di amare se stesso, convincendosi di non meritare affetto. Questa dinamica interiore è profondamente distruttiva, perché radica un senso di vergogna e inadeguatezza che può accompagnare l’individuo per tutta la vita.
Da adulto, chi ha conosciuto l’abbandono emotivo continua a portare dentro di sé domande laceranti come “Sono stato davvero amato?”
L’assenza di tenerezza non lascia solo un vuoto emotivo ma si manifesta in difficoltà relazionali, in ansia, in dipendenze di vario tipo o in un costante bisogno di approvazione esterna. Maté sottolinea come molte forme di sofferenza psichica e di disagio, anche fisico, abbiano origine proprio in queste ferite precoci, invisibili ma profondamente radicate.
L’abbandono affettivo è più doloroso dell’indifferenza perché non si limita a negare la presenza, ma comunica disprezzo, rabbia, disgusto. Il bambino, incapace di distinguere i confini tra sé e la madre, interiorizza questi sentimenti e li rivolge contro di sé. Così si forma un circolo vizioso in cui l’autostima viene minata alle fondamenta e il mondo viene percepito come un luogo ostile.
Le madri emotivamente assenti non lo diventano per scelta, ma spesso perché a loro volta hanno sperimentato lo stesso abbandono emotivo, portandone i segni irrisolti. La comprensione di queste dinamiche non giustifica il dolore del bambino, ma permette di rompere la catena della trasmissione transgenerazionale del trauma.
Il cammino di guarigione passa dunque dal riconoscimento: dare un nome alla ferita, legittimare il dolore, accogliere il bambino interiore che è stato privato di amore. Solo così diventa possibile, da adulti, costruire relazioni fondate non sulla paura di essere rifiutati, ma sulla fiducia che la connessione autentica è possibile.
G.V.

Affinché si produca un trauma nell'infanzia, non è necessario che si verifichi un evento estremo, è sufficiente che un’e...
06/09/2026

Affinché si produca un trauma nell'infanzia, non è necessario che si verifichi un evento estremo, è sufficiente che un’esperienza venga vissuta come soverchiante e solitaria, senza la possibilità di essere compresa e condivisa con un adulto affidabile. Come ha sottolineato Bessel van der Kolk, il trauma non è definito soltanto dall’evento in sé, ma dall’effetto che quell’esperienza produce sul sistema nervoso: è ciò che resta nel corpo quando la mente non è stata in grado di elaborare ciò che è accaduto. Un bambino, data la sua struttura neurobiologica, non possiede ancora completamente le competenze di autoregolazione emotiva, dipende infatti dall’adulto per dare senso alle proprie emozioni e per modularle. Se un’esperienza è troppo intensa, improvvisa, ripetuta o vissuta in solitudine emotiva, può assumere una valenza traumatica. Il trauma infantile può dunque derivare da eventi acuti, come maltrattamenti, trascuratezza grave, perdita improvvisa di una figura di riferimento, ma anche da condizioni relazionali croniche e meno visibili come umiliazioni ripetute, svalutazione sistematica, freddezza affettiva, imprevedibilità, richieste di maturità precoce, mancanza di rispecchiamento emotivo. In questi casi non è tanto il singolo episodio a ferire, ma la ripetizione e l’assenza di un contesto riparativo. Il bambino, non potendo modificare l’ambiente né allontanarsene, sviluppa adattamenti di sopravvivenza, per cui può diventare ipervigile, compiacente, autosufficiente in modo rigido, oppure può imparare a dissociarsi, cioè a ridurre il contatto con le proprie sensazioni ed emozioni per non sentirne l’intensità. Un bambino traumatizzato può presentare reazioni sproporzionate rispetto agli stimoli come crisi intense di rabbia o panico per frustrazioni minime, pianto inconsolabile, oppure al contrario un’apparente freddezza emotiva eccessiva. Si possono osservare oscillazioni rapide tra iperattivazione (agitazione, impulsività, ipervigilanza) e spegnimento (ritiro, apatia, sguardo assente). Questa alternanza riflette spesso un sistema nervoso che fatica a trovare uno stato di equilibrio.
Un secondo ambito è quello comportamentale. Possono comparire regressioni improvvise, ritorno a comportamenti già superati come enuresi, richiesta costante di contatto fisico, difficoltà nel sonno, oppure condotte oppositive marcate, aggressività non contestualizzata, o ancora un compiacimento eccessivo verso l’adulto, come se il bambino fosse costantemente preoccupato di non deludere. Anche il gioco può fornire indizi: ripetizioni rigide di scene di pericolo, salvataggio o punizione possono indicare un tentativo di elaborazione simbolica di vissuti non integrati.
L’aspetto relazionale è particolarmente significativo. Alcuni bambini mostrano un attaccamento estremamente ansioso, con paura intensa della separazione e bisogno continuo di rassicurazione; altri appaiono evitanti, eccessivamente autonomi per l’età, poco inclini a cercare conforto anche quando sono in difficoltà. In entrambi i casi può essere presente una difficoltà a percepire l’adulto come base sicura. Il trauma relazionale precoce, soprattutto se cronico, può manifestarsi proprio attraverso queste distorsioni nella fiducia di base.
Anche il corpo parla. Disturbi del sonno persistenti, incubi ricorrenti, mal di pancia o mal di testa frequenti senza cause mediche evidenti, tensione muscolare costante, postura rigida o sguardo ipervigile possono indicare uno stato di attivazione cronica. Talvolta il bambino sembra sempre in allerta, come se stesse monitorando l’ambiente alla ricerca di segnali di minaccia.
È importante sottolineare che singoli comportamenti possono avere molte spiegazioni e che l’osservazione deve essere contestualizzata nell’età evolutiva e nell’ambiente familiare e scolastico. Ciò che orienta verso un’ipotesi traumatica è la persistenza dei segnali, la loro intensità e soprattutto la difficoltà del bambino a tornare spontaneamente ad uno stato di calma dopo l’attivazione.
Infine, un indicatore centrale è la qualità della regolazione in presenza di un adulto disponibile. Un bambino non traumatizzato, anche se agitato, tende a calmarsi quando trova un adulto sintonizzato. Se invece la co-regolazione fatica a produrre effetto, o il bambino sembra non fidarsi del conforto offerto, può essere presente una ferita più profonda nel sistema di sicurezza.

Questi adattamenti, funzionali nell’infanzia, possono però trasformarsi in difficoltà relazionali o regolative nell’età adulta. La minimizzazione di quanto vissuto è una delle strategie più comuni e affonda le sue radici nella necessità primaria di preservare il legame di attaccamento. Alice Miller ha descritto come il bambino tenda a proteggere l’immagine dei genitori anche a costo di negare il proprio dolore, perché riconoscere l’inadeguatezza di chi dovrebbe garantire sicurezza può risultare psichicamente destabilizzante. È spesso meno minaccioso pensare di essere stati bambini troppo sensibili, che ammettere di non essere stati sufficientemente amati, compresi o protetti. Da questo punto di vista il trauma infantile non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto, cioè la mancanza di sintonizzazione, di validazione emotiva, di uno momenti in cui le emozioni potessero essere accolte e regolate insieme a un adulto. Quando queste condizioni vengono a mancare in modo significativo o prolungato, il bambino può interiorizzare un senso di inadeguatezza o di insicurezza di base che continuerà a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche molti anni dopo.
G.V.

La prima esperienza col muro del silenzio l'ho fatta da bambina. Mia madre si compiaceva di non rivolgermi la parola per...
06/09/2026

La prima esperienza col muro del silenzio l'ho fatta da bambina. Mia madre si compiaceva di non rivolgermi la parola per giornate intere, solo per dimostrarmi in questo modo il suo potere assoluto e impormi l'ubbidienza. Aveva bisogno di questo potere per nascondere a se stessa e agli altri la propria insicurezza, e anche per sottrarsi al rapporto con una figlia che non aveva mai voluto. I bisogni, le domande, le profferte della bambina piccola s'infrangevano contro quel muro senza che mia madre dovesse rispondere a nessuno di questo sadismo, perché considerava il suo comportamento come una giusta — perché meritata — punizione delle mancanze che mi attribuiva, come un dovere d'impartirmi una «lezione».
Per quella bambina — rimasta a lungo senza fratelli, con un padre che non la prendeva mai sotto la sua protezione e che era raramente in casa — il dover sopportare il lungo e ostinato mutismo della madre era terribile. Ma ancor più tormentoso del silenzio era lo sforzo continuo, disperato della bambina di scoprire finalmente la causa di quella tortura.

A. Miller - La fiducia tradita

Non sono i fatti in sé – per quanto orribili e terribili essi siano – che ci fanno soffrire. La sofferenza viene dal fat...
05/09/2026

Non sono i fatti in sé – per quanto orribili e terribili essi siano – che ci fanno soffrire. La sofferenza viene dal fatto che non si sono potuti mostrare i propri sentimenti, non se ne è potuto parlare, non si è riusciti a urlare, a piangere, a condividere il dolore e, soprattutto, che regna il silenzio. Questo tipo di sofferenza trova la sua fonte nel segreto, come un “cadavere nell’armadio” o un fantasma che grida vendetta o chiede di essere riconosciuto e di essere compianto. È importante spiegare che si tratta di un segreto di famiglia, taciuto volontariamente, affinché non si abbia conoscenza di qualcosa di “vergognoso”. Ovviamente, non si dice mai tutto. Ciascuno (i genitori come i figli) ha diritto al proprio giardino segreto. Avere dei segreti è normale. Per esempio, i bambini sanno bene che i genitori hanno una vita affettiva e s,essuale, al di là delle porte chiuse, ma lo considerano normale. I segreti di famiglia dannosi sono i non-detti, le interdizioni a sapere e a lasciare che qualcuno sappia (doppio legame). Ciò costituisce una scissura della personalità. Ma si tratta, al fondo, di qualcosa di doloroso per i genitori o i nonni, o i bisnonni o il parentado, o chi fa le veci dei genitori (balie, seconde mogli…). Questa sofferenza non detta, non trasposta in parole – che è tale perché spesso non trova il modo per esprimersi sul piano sociale o perché è meglio tacere – che appartiene ai genitori o ai nonni, proprio come la scissione che ne deriva sono due componenti essenziali della dinamica del segreto dannoso. Spesso il fatto nascosto finisce col diventare ripetitivo, come una risacca o, come dicono gli anglosassoni, come una patata bollente, che scappa dalle mani e passa di mano in mano… Il più delle volte, si tratta di un avvenimento che la persona ha vissuto, ma non vuole o non può ricordare, perché troppo doloroso da ripensare. Al contrario, tenta di sfuggirvi.
Schützenberger, Devroede

Negli esseri umani esiste un meccanismo fisiologico innato che serve a elaborare e risolvere esperienze di vita disturba...
05/09/2026

Negli esseri umani esiste un meccanismo fisiologico innato che serve a elaborare e risolvere esperienze di vita disturbanti o incongruenti, noto come il sistema per l’Elaborazione Adattiva dell’Informazione (AIP).
Questo sistema di elaborazione delle informazioni ha una funzione di adattamento, poiché ci permette di passare da stati di squilibrio a stati di risoluzione adattiva. Normalmente, quando accade un evento disturbante, il ricordo di quell’evento viene elaborato come qualsiasi altra esperienza. Tuttavia, in presenza di un trauma, il naturale sistema di elaborazione potrebbe non essere in grado di gestire il livello di disturbo, fallendo nell’elaborazione e impedendo che l’esperienza venga “archiviata” come un ricordo passato. Di conseguenza, il sistema naturale di elaborazione dell’informazione fallisce, e il ricordo dell’evento disturbante viene immagazzinato in modo disfunzionale. Il sistema naturale di rielaborazione delle informazioni può fallire quando l’evento è talmente traumatico o distante dai modelli esperienziali precedenti, da non poter essere assimilato e compreso. Questo impedisce all’esperienza di connettersi con altre reti di memoria, lasciandola isolata nel cervello. In tal modo, l’esperienza non viene elaborata e archiviata come ricordo passato con il risultato che essa finisce per essere percepita come pericolosa. A questo punto il cervello ci mette in guardia dall’esperienza potenzialmente dannosa e quindi, basta che si verifichi qualcosa (trigger) che anche solo vagamente ricordi il trauma vissuto affinché quelle informazioni bloccate riemergano e disturbino la persona. Esistono due tipi di traumi:
• Traumi con la “T” maiuscola: eventi gravi come incidenti, lutti, attentati, disastri naturali, dove la vita o l’incolumità propria o di altri sono a rischio. Sono i traumi che più spesso si ritrovano nel PTSD (Disturbo Post traumatico da Stress).
• Traumi con la “t” minuscola: eventi che hanno un impatto importante ma che non comportano necessariamente un rischio di vita. Tuttavia, questi eventi minacciano l’autostima e la visione di sé (es: conflitti relazionali, umiliazioni, fine di una relazione importante, tradimenti, mobbing, bullismo, molestie sul lavoro).
Le “t” minuscole, tuttavia, non finiscono qui: Mol et al. (2005) hanno scoperto che determinati eventi accaduti nell’infanzia, disturbanti ma non diagnosticabili come PTSD, tendevano ad essere più disturbanti di un PTSD diagnosticato come tale. Gli effetti dannosi delle esperienze sfavorevoli infantili accumulate hanno un effetto profondamente negativo sulla salute mentale delle persone. Più è reiterata l’esposizione a esperienze infantili negative (es, divorzio dei genitori, punizioni importanti, trascuratezza, genitore depresso ecc.) maggiore è la probabilità che un bambino subirà le conseguenze di quegli episodi in termini psicofisici manifestando, ad esempio, depressione, dipendenze da sostanze, patologie cardiovascolari, diabete, cancro e/o mortalità prematura. Per la nostra mente, superare un trauma può essere molto faticoso.Durante l’esperienza traumatica, le percezioni sensoriali diventano soverchianti e impediscono di utilizzare le precedenti strategie di coping emotive e cognitive per reagire all’evento. Di conseguenza, le informazioni vengono immagazzinate in modo disadattivo, nel senso che l’elaborazione della memoria o di una parte di essa non viene portata a compimento.
L.Fossati, M. Marini - EMDR una guida pratica

In Analisi Transazionale, lo Stato dell'Io Genitore descrive una modalità relazionale, un insieme di atteggiamenti, mess...
03/09/2026

In Analisi Transazionale, lo Stato dell'Io Genitore descrive una modalità relazionale, un insieme di atteggiamenti, messaggi e comportamenti che abbiamo interiorizzato nel tempo e che possiamo riproporre nelle nostre relazioni, spesso senza rendercene conto.

Anche il modo in cui ci prendiamo cura dell'altro può assumere forme molto diverse. E non tutte le forme di cura nutrono davvero.

Il Genitore Critico Negativo

Immaginiamo Marco, che racconta entusiasta alla madre di aver deciso di cambiare lavoro. Lei lo ascolta, poi risponde: "Ma sei sicuro? Non ci hai pensato abbastanza. Con questa crisi, lasciare un posto fisso è una follia."

Questa è una delle espressioni tipiche del Genitore Critico Negativo: la tendenza a valutare, correggere, mettere in guardia, spesso con la convinzione di fare del bene.

Alla base può esserci un desiderio genuino di proteggere. Ma quando questa modalità diventa rigida e sistematica, il messaggio che arriva all'altro non è mi importa di te. È, più spesso: non mi fido abbastanza delle tue capacità

Nel tempo, chi riceve continuamente questo tipo di risposta può iniziare a dubitare di sé, a chiedere meno, a condividere meno.

Il rischio è che la guida si trasformi in controllo, e la responsabilità in obbedienza.

Il Genitore Affettivo Negativo

Elena ha sedici anni. Ogni mattina sua madre prepara lo zaino per lei, ricorda ogni scadenza scolastica, interviene con i professori al primo segnale di difficoltà. Lo fa con amore, con dedizione, con una preoccupazione che sente come profonda e sincera.
Elena in questo modo non ha mai imparato a organizzarsi da sola. E quando si trova davanti ad un ostacolo, la sua prima reazione è aspettare che qualcuno intervenga.

Il Genitore Affettivo Negativo è forse la modalità più difficile da riconoscere, proprio perché si presenta con il volto della cura, infatti non impone, non vieta, ma previene e fa al posto dell'altro. Agisce prima che l'altro possa provarci.

La logica sottostante, spesso del tutto inconsapevole, è: se faccio io, evito che tu possa sbagliare, soffrire, sentirti inadeguato.

Ma in questo modo, l'altro viene protetto non solo dai pericoli reali ma viene protetto anche da quelle esperienze attraverso cui avrebbe potuto scoprire i propri limiti, affrontare le conseguenze delle proprie scelte, riconoscere le proprie competenze.

Il messaggio implicito, nel tempo, diventa: da solo non ce la fai.

E questo può ostacolare profondamente lo sviluppo dell'autonomia e della fiducia in sé stessi.

Un conto è

Ti proteggo da qualcosa che può realmente farti del male

Un conto è

Intervengo perché temo che tu possa sbagliare

Nel secondo caso, per quanto l'intenzione sia buona, l'effetto può essere quello di trasmettere sfiducia nelle capacità dell'altro.

Come si esprime il Genitore Affettivo Positivo?

È la modalità della cura che sostiene senza sostituire, protegge senza impedire. Che dice:

Puoi provare. Anche se è difficile. Anche se potresti sbagliare. Io sono qui, ma il protagonista sei tu.

È una modalità di cura che tiene insieme l'affetto e il rispetto per l'autonomia dell'altro.

La domanda che vale la pena farsi è "Il modo in cui mi prendo cura di te ti aiuta a sentirti più capace, o ti convince, poco a poco, che senza di me non puoi farcela?"

Il trauma cambia le nostre aspettative su noi stessi, sugli altri e sul mondo. La guarigione non deriva semplicemente da...
03/09/2026

Il trauma cambia le nostre aspettative su noi stessi, sugli altri e sul mondo. La guarigione non deriva semplicemente dal ricordare ciò che è successo. Arriva attraverso nuove esperienze che contraddicono ciò che il trauma ci ha insegnato, esperienze di sicurezza invece che pericolo, connessione invece di isolamento e compassione invece che vergogna. Sono queste esperienze ripetute che gradualmente rimodellano il sistema nervoso e creano le condizioni per un cambiamento duraturo.
Janina Fisher

02/09/2026

Sarei diffidente se un terapeuta (uomo o donna che sia) mi promettesse che alla fine della cura (senza dubbio grazie al perdono) sarò libera da sentimenti indesiderabili quali rabbia, ira od odio. Che essere umano sarei, se talvolta non potessi reagire con ira o con rabbia all’ingiustizia, all’arroganza, alla cattiveria o all’arrogante stupidità? La mia vita affettiva non ne sarebbe mutilata? Se la terapia mi avesse davvero aiutato, per tutto il resto della mia vita dovrei aver accesso a tutti i miei sentimenti, ma anche un accesso consapevole alla mia storia, dove trovo una spiegazione dell’intensità delle mie reazioni. Ciò mitigherebbe abbastanza in fretta la loro intensità senza lasciare tracce drammatiche nel mio corpo, come quelle che invece si trascina appresso la rimozione delle emozioni rimaste inconsce.
Nella terapia posso imparare a comprendere i miei sentimenti, a non condannarli, a considerarli come amici e protettori, anziché temerli come nemici che si devono combattere. Anche se abbiamo appreso quest’ultima modalità di comportamento dai nostri genitori, insegnanti e parroci, alla fine dobbiamo riconoscere che l’automutilazione prodotta da queste persone è perniciosa. In passato ne siamo stati noi stessi le vittime.
Alice Miller

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Rome
00137

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