30/09/2023
Non ho resistito, ci sono caduto anche io.
Lo spot serve a vendere un prodotto, è emotional, il supermercato rimane sullo sfondo ma il nome rimane impresso nello spettatore (anche perché ne stiamo parlando moltissimo).
Non ho resistito, ci sono caduto anche io.
Lo spot è uno spot, serve a vendere un prodotto, è sufficientemente emotional, il supermercato rimane sullo sfondo ma il suo nome rimane impresso nello spettatore (anche perché ne stiamo parlando a mitragliatrice).
Quello che fa rabbia è l'utilizzo di spicciola pornografia del dolore per pubblicizzare un prodotto. È triste pensare come una scena che ci mostra il comportamento di una bambina chiaramente triangolata nel conflitto non metabolizzato dei genitori, sia utilizzato a scopi commerciali. “Triangolazione” è un termine tecnico, ormai sempre più di uso comune, che sta a indicare una dinamica in cui qualcuno è indotto ad agire sotto influsso di qualcun altro nei confronti di un terzo. Ovvero un soggetto X utilizza Y per far arrivare un messaggio a Z. Ciò avviene in particolare quando tra X e Z non si riesca (o non si voglia) comunicare. Questa dinamica è molto spesso non consapevole, ma insita nei nostri modi di agire nella vita quotidiana.
Da quello che si può vedere nel video, c'è una mamma, che sembra farsi carico della figlia per la maggior parte del tempo, appare nervosa e stanca, cerca di fare di tutto per essere una buona madre, secondo lo stereotipo sociale della "buona madre" (ovvero colei che riesce a fare tutto alla perfezione), non senza frustrazioni. Il padre appare nostalgico della relazione finita, appare triste, ma si prende il ruolo di "povero papà buono" che si meriterebbe una coccola (dalla ex moglie dura e algida?). Ma la portatrice di questa coccola qui diventa la ragazzina: ella quindi si muove nel disperato tentativo di fare ricucire (o per lo meno addolcire) un rapporto sul quale lei non ha alcun potere, ma non lo sa e non può - ancora - capirlo. Il conflitto tra i genitori è vivo e vegeto, probabilmente negato, nel migliore dei casi. Trovo triste che se ne faccia strumento di commercio, dando anche adito di accogliere e valorizzare messaggi distorti e nocivi per i bambini, quasi a voler confermare loro il compito di essere migliori di noi adulti e voler mettere pace. La triangolazione, quando non se ne coglie la potenza distruttiva sull’autostima, sul senso di impotenza, sulla fiducia in se stessi e quindi sulla tendenza a sviluppare sentimenti ansiosi o depressivi, è una dinamica che tende ad ampliarsi, rinforzata anche da un contesto sociale che invece pensa sia una “giusta/dolce mediazione”.
È la storia di tante separazioni, ma anche di tante famiglie non separate. Quando c’è un conflitto e tale conflitto è negato oppure non ben gestito dagli adulti, la reazione naturale per un bambino è: "se i grandi sono arrabbiati, probabilmente ho fatto qualcosa che non va bene, devo riparare altrimenti non mi vorranno più bene".
Noi adulti dovremmo iniziare a renderci conto di quale prezzo facciamo pagare ai bambini per le nostre scelte e non caricarli della responsabilità di placare un conflitto per il quale loro non sono minimamente responsabili.
L’unico modo per farlo è iniziare a prendere consapevolezza delle proprie ferite e delle proprie responsabilità, cercando il più possibile di volgere le nostre comunicazioni ai veri destinatari.