Dr. Ivo Pulcini

Dr. Ivo Pulcini Ci sono due tipi di disturbi: funzionali e organici.

Sono esperto in quelli funzionali, POSTURALI, come il mal di schiena e li risolvo in 4 sedute con la Medicina Manuale, un atto medico di diagnosi e terapia.

CAPITOLO 18!PAPA FRANCESCO, LITTLE TONY, FABRIZIO FRIZZI E LA MIA REGINAUna Ferrari da corte, da viaggio e da sognoColle...
25/07/2026

CAPITOLO 18!

PAPA FRANCESCO, LITTLE TONY, FABRIZIO FRIZZI E LA MIA REGINA

Una Ferrari da corte, da viaggio e da sogno

Collezionisti e appassionati di motori, fermatevi.

Questo capitolo non racconta soltanto una Ferrari.

Racconta un bambino povero che non possedeva neppure una bicicletta, ma aveva già imparato a sognare.

Racconta sacrifici, promesse, amicizie profonde, personaggi indimenticabili e coincidenze che sembrano scritte dal destino.

Racconta una delle automobili più eleganti mai costruite, ma soprattutto il lungo viaggio necessario per raggiungerla.

Leggetelo fino all’ultima riga.

La mia Regina vi aspetta.

- - -

Ci sono amori che non si spiegano.

Si incontrano.

Si riconoscono.

Si aspettano.

A volte si inseguono per anni, senza sapere se un giorno potranno davvero appartenerci.

La mia è una storia durata più di venticinque anni.

Una storia fatta non soltanto di parole, ma di sguardi, di passaggi silenziosi davanti a un’automobile che sembrava irraggiungibile, di speranze custodite nel cuore e di promesse che non avevano bisogno di essere pronunciate.

Lei è una Ferrari 250 GT Cabriolet Series II del 1961.

Un nome lungo e prestigioso.

Ma, come accade per tutte le cose veramente importanti, per me può essere racchiuso in una sola parola:

Regina.

La incontrai nel 1972, a Piazza di Spagna, uno dei luoghi più eleganti e suggestivi di Roma, proprio nei pressi dell’Ambasciata di Spagna.

La sua storia aveva già qualcosa di regale: il primo proprietario era stato un nobile spagnolo legato alla famiglia reale.

Io non ero ancora medico.

Ero segretario della Stella Azzurra, la storica società romana di pallacanestro che allora militava in Serie A e aveva come allenatore Valerio Bianchini.

La società aveva sede presso l’Istituto De Merode e fu proprio grazie a una persona legata a quell’ambiente che ebbi l’occasione di vedere la Ferrari da vicino.

Era bellissima.

Non di una bellezza vistosa, arrogante o aggressiva.

La sua era una bellezza aristocratica, composta, quasi solenne.

La osservai a lungo.

Ne ammirai le linee, l’eleganza della carrozzeria, il profilo armonioso, il lungo cofano e quella straordinaria capacità, propria soltanto di alcune automobili, di apparire già in movimento anche quando sono ferme.

In quel momento compresi che non stavo semplicemente guardando una Ferrari.

Stavo incontrando un sogno.

La 250 GT Cabriolet Series II rappresentava una delle espressioni più raffinate della produzione di Maranello, costruita in una serie limitata di circa duecento esemplari.

La mia porta il numero 119.

Era una Ferrari concepita non soltanto per correre, ma anche per viaggiare, attraversando città e strade con una classe naturale e senza tempo.

Una Ferrari da gran turismo.

Una Ferrari da corte.

Una Ferrari da sogno.

All’epoca, naturalmente, non potevo neppure immaginare di possederla.

Venivo da una famiglia molto povera.

Da bambino, quando avevo appena quattro anni, giocavo tra i trattori e, con la curiosità e l’incoscienza proprie dell’infanzia, riuscivo perfino a metterli in moto.

Ogni volta prendevo una bella sculacciata.

Ma, mentre le prendevo, continuavo ostinatamente a ripetere a mia madre:

«Tanto da grande mi compro la Ferrari!»

Lei mi accarezzava e, con il realismo di chi conosceva bene la povertà, mi rispondeva:

«Ivo, noi siamo così poveri che non ti comprerai neanche una bicicletta.»

Non era una frase pronunciata per spegnere i miei sogni.

Era semplicemente la fotografia della nostra vita.

Eppure quel bambino non smise mai di sognare.

Forse proprio perché non possedeva quasi nulla, imparò a custodire dentro di sé ciò che nessuno avrebbe potuto portargli via: la speranza, la volontà e la fiducia nel futuro.

Gli anni passarono.

Mi laureai in Medicina e Chirurgia, iniziai il mio cammino professionale e affrontai sacrifici, responsabilità e prove che mi avrebbero condotto molto lontano dai campi della mia infanzia.

Ma quella Ferrari rimase sempre nella mia memoria.

Ogni tanto tornavo a vederla, anche perché, appena laureato, ero diventato il medico sociale della Stella Azzurra.

Passavo davanti al luogo in cui si trovava e la osservavo in silenzio, come si contempla qualcosa che si ama pur sapendo di non poterla ancora raggiungere.

Non era soltanto il desiderio di possedere una bella automobile.

Era come se quella Ferrari custodisse una parte della mia vita.

In lei rivedevo il bambino senza scarpe, la voce di mia madre, le difficoltà affrontate e la promessa fatta tanti anni prima.

La inseguii per oltre venticinque anni.

Poi, finalmente, arrivò il giorno in cui la Regina divenne mia.

Non fu un semplice acquisto.

Fu l’incontro tra il sogno del bambino e la vita dell’uomo.

Quando riuscii finalmente a portarla nel mio garage, provai un’emozione difficile da descrivere.

Non pensai al suo valore economico.

Non pensai al prestigio del marchio.

Pensai a mia madre.

Pensai a quella bicicletta che, secondo le possibilità della nostra famiglia, non avrei mai potuto comprare.

Pensai alle strade percorse, ai sacrifici, alle rinunce e a quanto possa essere lungo il cammino che conduce un bambino povero fino al proprio sogno.

In quel momento non mi sentii più ricco.

Mi sentii semplicemente riconoscente.

La voce di un dodici cilindri

Il motore della Ferrari 250 non produce semplicemente un suono.

Produce una voce.

Una voce profonda, armoniosa, immediatamente riconoscibile.

Il celebre direttore d’orchestra Herbert von Karajan, grande appassionato e proprietario di prestigiose Ferrari, riconosceva nel suono del dodici cilindri di Maranello qualcosa che andava ben oltre un comune rumore meccanico.

Era musica.

E, ascoltando la mia Regina, comprendo perfettamente che cosa intendesse.

Ogni accelerazione ha il ritmo di un crescendo.

Ogni cambio di marcia sembra seguire una partitura.

Ogni viaggio diventa un concerto meccanico nel quale tecnica, potenza ed eleganza raggiungono un equilibrio perfetto.

Ma la storia della mia Regina non sarebbe completa senza ricordare le persone che parteciparono con competenza, entusiasmo e affetto alla sua rinascita.

Il restauro fu seguito in ogni dettaglio da due amici fraterni: Fabio Baldini, insuperabile restauratore Ferrari, e un autentico innamorato del Cavallino Rampante:

Little Tony.

Tony mi considerava uno dei suoi cinque amici più cari.

La nostra amicizia non era legata soltanto alle automobili.

Era un rapporto profondo, fatto di affetto, confidenza, ironia e condivisione.

Con lui acquistai in società anche un altro importante modello Ferrari, un’automobile alla quale sono particolarmente legato e con la quale, molti anni dopo, sarei arrivato persino al mio matrimonio.

Little Tony mi telefonava spesso.

Ancora oggi mi sembra di sentire la sua voce quando, senza bisogno di presentazioni, iniziava sempre nello stesso modo:

«Ivo, sono Tony…»

Come se potessi non riconoscerlo.

Dopo quelle parole mi spiegava che cosa fosse necessario fare, quale particolare controllare, quale intervento eseguire perché la Ferrari tornasse al suo splendore originario.

Non si limitava a dare consigli.

Partecipava emotivamente a ogni fase del lavoro.

Conosceva le Ferrari, le amava e ne rispettava profondamente la storia.

Seguì il restauro della mia 250 con la passione di chi non considera un’automobile d’epoca un semplice oggetto, ma una creatura da proteggere, riportare alla vita e tramandare.

Le fotografie di quegli anni lo mostrano accanto alla Ferrari, sorridente e partecipe.

Non era soltanto un osservatore.

Era uno dei protagonisti della sua rinascita.

Per questo, quando oggi guardo la mia Regina, vedo anche un frammento della nostra amicizia.

Sento ancora quella voce:

«Ivo, sono Tony…»

E mi piace pensare che, da qualche parte, continui a vigilare su di lei.

L’incoronazione della Regina

Al termine del restauro, la vettura ottenne il Certificato d’Identità ASI, comunemente conosciuto come Targa Oro, riservato ai veicoli storici conservati o restaurati nel rispetto delle loro caratteristiche originarie.

Ma il documento che più autorevolmente ne certifica l’identità e l’autenticità è il prezioso “libro rosso”, rilasciato nell’ambito della Certificazione Ferrari Classiche della Casa di Maranello.

Uno dei momenti che mi rese maggiormente orgoglioso arrivò quando la stessa Casa di Maranello chiese di poter esporre la mia automobile in occasione dell’apertura del Ferrari Store di via Tomacelli, nel cuore di Roma.

La Regina venne scelta per la vetrina inaugurale.

Vi rimase per molti giorni, ammirata dai passanti, dai turisti, dai collezionisti e dagli appassionati che si fermavano davanti a quella magnifica testimonianza della storia del Cavallino Rampante.

Vederla in quella vetrina fu per me una grandissima emozione.

Non era soltanto la mia automobile.

Era stata scelta dalla Casa che l’aveva costruita per rappresentare, nel centro di Roma, la tradizione, lo stile e l’eleganza senza tempo della Ferrari.

Dopo tanti anni, Maranello sembrava richiamarla idealmente a sé, affidandole il compito di presentare al pubblico una parte della propria storia.

Fu come assistere all’incoronazione ufficiale della mia Regina, premiata negli anni anche in diversi concorsi di eleganza.

Ma le Ferrari, nella mia vita, non sono mai state soltanto automobili da ammirare.

Sono state strumenti d’incontro, di amicizia e di solidarietà.

Le Ferrari in piazza San Pietro

Con Little Tony e con gli amici del nostro Club Ferrari Appia Antica organizzammo un raduno in piazza San Pietro in onore di San Giovanni Paolo II.

Non volevamo semplicemente esporre automobili prestigiose.

Desideravamo trasformare la nostra passione in un’occasione di condivisione e di rispetto verso un Pontefice che aveva saputo parlare al cuore di milioni di persone.

Conservo un ricordo profondo di quella giornata.

Le Ferrari riunite in piazza San Pietro non erano soltanto simboli di bellezza e prestigio.

Erano il segno di una passione capace di uscire dai garage e dai raduni per incontrare le persone e sostenere iniziative di valore umano e sociale.

Molti anni dopo mi recai nuovamente in Vaticano, a Santa Marta, proprio con la mia Ferrari 250.

Conservo ancora la fotografia di quel momento.

Desideravo proporre a Papa Francesco un nuovo raduno in piazza San Pietro, simile a quello organizzato in precedenza insieme a Little Tony e al nostro Club.

Mi presentai con entusiasmo, immaginando che quelle automobili potessero ancora una volta diventare strumenti di amicizia, aggregazione e solidarietà.

Papa Francesco, tuttavia, con il suo modo semplice e immediato, mi fece comprendere che non amava ciò che avrebbe potuto apparire come ostentazione.

Non servivano lunghi discorsi.

Il suo messaggio era chiaro.

La bellezza non andava condannata, ma liberata dalla vanità.

La ricchezza non doveva essere esibita, ma trasformata in servizio.

Papa Francesco conosceva anche l’impegno della mia associazione, “Un cuore per tutti… tutti per un cuore”, in Argentina.

A Barranqueras avevamo contribuito alla realizzazione di un villaggio dedicato a mio padre, il Barrio Ugo Pulcini, destinato ad accogliere e assistere bambini poveri.

In quel luogo Jorge Mario Bergoglio, quando era ancora cardinale, era andato a celebrare la Messa.

La sua risposta non rappresentò quindi una distanza dalle nostre iniziative.

Era piuttosto un richiamo alla sobrietà, all’essenzialità e a una ricchezza diversa: non esibita, ma vissuta nel servizio verso gli altri.

Compresi e rispettai profondamente quella sensibilità.

Non considerai le sue parole un rifiuto.

Le considerai un’indicazione.

Quasi un invito a cercare una strada diversa, capace di trasformare la bellezza e la passione in un aiuto concreto per chi ne aveva bisogno.

Fu una lezione importante.

E da quella lezione nacque qualcosa di ancora più grande.

Insieme a Francesco, campioni di pace

Con la mia associazione “Un cuore per tutti… tutti per un cuore”, insieme a Fabrizio Frizzi e al Moto Club della Guardia di Finanza Yellow Fire, decidemmo di organizzare, presso la Caserma dei Carabinieri “Salvo D’Acquisto” di Tor di Quinto, un grande evento intitolato:

“Insieme a Francesco, campioni di pace”.

Non fu una semplice manifestazione.

Furono due giornate dedicate alla medicina, allo sport, alla solidarietà e alla pace.

Organizzammo un convegno internazionale di medicina dello sport e una Partita del Cuore, con lo scopo di raccogliere fondi da destinare alle opere di ca**tà del Santo Padre.

Fabrizio Frizzi partecipò con la generosità, la delicatezza e il sorriso che lo rendevano una persona speciale, prima ancora che un grande protagonista della televisione italiana.

Fabrizio possedeva il dono raro di far sentire importante chiunque incontrasse.

Non aveva bisogno di imporsi.

La sua umanità arrivava prima della sua notorietà.

Portò nell’evento il suo entusiasmo, la sua credibilità e quella capacità naturale di riunire le persone intorno a una buona causa.

In quei giorni compresi ancora una volta che i veri personaggi famosi non sono quelli che cercano la luce per sé.

Sono quelli che utilizzano la propria luce per illuminare gli altri.

Il ricavato venne consegnato direttamente all’elemosiniere pontificio, il cardinale Konrad Krajewski, insieme a Giancarlo Venditti e Pietro Trifari, affinché fosse destinato alle opere di ca**tà di Papa Francesco.

Anche le Ferrari ebbero un ruolo in quella storia.

Fu esposta la mia Regina.

Accanto a lei c’era la Ferrari California di Little Tony, l’automobile che Tony aveva idealmente destinato ai suoi cinque amici più cari, tra i quali aveva voluto comprendere anche me.

Vederle vicine fu emozionante.

La mia 250 rappresentava il sogno del bambino povero divenuto realtà.

La California custodiva il ricordo di un amico fraterno che non c’era più.

Ma quel giorno nessuna delle due automobili era lì per ostentare lusso o ricchezza.

Erano lì per servire una causa.

Erano diventate strumenti di richiamo, partecipazione e solidarietà.

La lezione di Papa Francesco aveva trovato la sua risposta.

Non un raduno per mostrare ciò che possedevamo, ma un evento per condividere ciò che potevamo donare.

La Regina non era più soltanto la Ferrari che avevo inseguito per oltre venticinque anni.

Era diventata parte di un’opera di bene.

Il vero prestigio

Una Ferrari può essere un capolavoro di tecnica, stile e creatività.

Può custodire ricordi, sacrifici e sogni.

Ma non deve mai trasformarsi in uno strumento di vanità o in un mezzo per misurare il valore di una persona.

Il vero prestigio non consiste nel mostrare ciò che si possiede.

Consiste nel saper trasformare anche le proprie passioni in cultura, amicizia e solidarietà.

Così la mia Regina, arrivata fino a Santa Marta e poi esposta in occasione di “Insieme a Francesco, campioni di pace”, mi ricordò ancora una volta che persino la bellezza più appariscente acquista il suo significato più profondo soltanto quando sa accompagnarsi alla semplicità e al dono.

Non ho mai considerato questa Ferrari un trofeo da esibire.

La considero una custode della memoria.

Ogni sua linea racconta un’epoca in cui le automobili venivano disegnate quasi come abiti di alta sartoria.

Ogni dettaglio parla della genialità italiana, della capacità di unire l’ingegneria alla bellezza, la potenza alla grazia e la tecnica all’arte.

Quando la guido non ho la sensazione di possederla.

Sento piuttosto la responsabilità di custodirla.

Le automobili storiche non appartengono completamente a chi le acquista.

Attraversano il tempo, passano da una generazione all’altra e affidano temporaneamente la propria storia a chi ha il privilegio di conservarle.

Noi ne siamo soltanto custodi.

La Regina e la Principessa

Nel mio garage, accanto alla Regina, vive anche la Principessa: la Vespa autentica legata al film Vacanze Romane, un altro straordinario simbolo dell’ingegno e dello stile italiano.

La Regina e la Principessa.

Due mondi apparentemente lontani.

Da una parte la Ferrari, aristocratica, potente ed esclusiva.

Dall’altra la Vespa, semplice, popolare e capace di regalare libertà a intere generazioni.

Eppure entrambe raccontano la stessa Italia.

Un’Italia creativa, elegante, ingegnosa e coraggiosa.

L’Italia che ha saputo trasformare la meccanica in arte e un mezzo di trasporto in un sogno riconosciuto in tutto il mondo.

Quando entro nel garage e le vedo vicine, penso spesso alla strada percorsa.

La Ferrari che da bambino sembrava impossibile.

La Vespa resa immortale dal cinema.

La voce di mia madre.

Il ricordo di Little Tony.

Il sorriso buono di Fabrizio Frizzi.

La lezione di sobrietà di Papa Francesco.

Le persone incontrate, le difficoltà superate e i sogni realizzati.

A volte mi chiedono quale sia il valore della mia Ferrari.

Non so mai che cosa rispondere.

Esiste certamente un valore economico, determinato dal mercato, dalla rarità, dall’autenticità e dalla storia del modello.

Ma non è quello il suo vero valore per me.

Come si può attribuire un prezzo a un sogno custodito per oltre venticinque anni?

Quanto vale la voce di una madre?

Quanto vale il ricordo di un amico fraterno che ti telefona dicendo:

«Ivo, sono Tony…»?

Quanto vale il sorriso di Fabrizio Frizzi, messo al servizio di chi soffre?

Quanto vale una giornata in cui lo sport, la medicina e la passione riescono a raccogliere fondi per i poveri?

Quanto vale la felicità del bambino che, dopo essere partito senza quasi nulla, riesce finalmente a mantenere la promessa fatta a se stesso?

Queste cose non hanno prezzo.

Non il successo, ma il cammino

La mia Regina non rappresenta il successo.

Rappresenta il cammino.

Non racconta ciò che possiedo, ma ciò che ho dovuto attraversare per raggiungerla.

È la prova che la povertà può limitare i mezzi, ma non deve mai limitare i sogni.

Non tutti i sogni si realizzano.

E non sempre la vita ci conduce dove avevamo immaginato.

Ma sognare ci permette di continuare a camminare.

Ci costringe ad alzare lo sguardo.

Ci ricorda che il punto dal quale partiamo non deve necessariamente coincidere con quello nel quale siamo destinati ad arrivare.

Ogni volta che accendo il motore della mia Ferrari 250 GT Cabriolet Series II non sento soltanto la voce di un dodici cilindri.

Sento il rumore dei trattori della mia infanzia.

Sento le parole di mia madre.

Sento la voce di Little Tony.

Rivedo il sorriso di Fabrizio Frizzi.

Ricordo lo sguardo semplice e severo di Papa Francesco, che mi richiamava alla sobrietà e alla responsabilità verso gli altri.

E sento il battito del bambino che ero e che, nonostante tutto, non ha mai smesso di credere nell’impossibile.

Forse è proprio questo il significato più autentico della mia Regina.

Non è soltanto una delle Ferrari più eleganti mai costruite.

È la prova che certi sogni sanno aspettare.

Restano in silenzio per anni.

Attraversano sacrifici, ostacoli e delusioni, ma continuano a vivere dentro di noi.

Poi, un giorno, quando quasi non ce lo aspettiamo più, si presentano davanti alla nostra porta.

Ma, una volta raggiunti, ci chiedono qualcosa.

Ci chiedono di non dimenticare da dove siamo partiti.

Ci chiedono di non confondere mai il valore con il prezzo.

Ci chiedono di trasformare la fortuna ricevuta in un’occasione per aiutare gli altri.

E ci ricordano che quel bambino sognante non ci ha mai abbandonato.

Oggi, quando guardo la mia Regina, non vedo soltanto una Ferrari del 1961.

Vedo una promessa mantenuta.

Vedo la mia storia.

Vedo mia madre.

Vedo Little Tony.

Rivedo Fabrizio Frizzi.

Ricordo la lezione di Papa Francesco.

E rivedo quel bambino povero che, mentre prendeva una sculacciata per aver acceso un trattore, continuava a ripetere con ostinazione:

«Tanto da grande mi compro la Ferrari!»

Aveva soltanto quattro anni.

Non possedeva neppure una bicicletta.

Non sapeva quanto sarebbe stata lunga la strada.

Ma, dentro di sé, aveva già acceso il motore del suo sogno.

E forse, senza ancora saperlo, aveva già incontrato la sua Regina.

24/07/2026

Alzati e cammina...con calma e per piacere - ha commentato qualcuno sorridendo

DOPO “ROMA 1”, ECCO LA MIA REGINALa fotografia della mia Bianchi 175 Freccia d’Oro con la storica targa Roma 1 ha raggiu...
23/07/2026

DOPO “ROMA 1”, ECCO LA MIA REGINA

La fotografia della mia Bianchi 175 Freccia d’Oro con la storica targa Roma 1 ha raggiunto le 200.000 visualizzazioni.

Un risultato che mi ha sorpreso e che mi ha fatto comprendere quanto siano ancora vivi l’amore per la storia, la curiosità e la passione per i grandi capolavori della meccanica italiana.

Oggi desidero aprire le porte del mio garage e presentarvi la sua “inquilina” più aristocratica.

Una Ferrari costruita in appena 200 esemplari.

Una 250 GT Cabriolet Series II del 1961, telaio 2447 GT, appartenuta a Sua Altezza Reale il Principe Don Gonzalo de Bourbon.

Ha il telaio e il motore originali, i cosiddetti matching numbers, il raro tetto rigido di fabbrica, la certificazione Ferrari Classiche con Libro Rosso e la Targa Oro ASI.

Ma non è soltanto questo a renderla speciale.

La vidi per la prima volta nel 1972, quando non avrei potuto neppure immaginare di possederla. La corteggiai per più di venticinque anni e soltanto nel 2009 divenni finalmente il suo custode.

Perché certe Ferrari non si comprano soltanto.

Si aspettano.

Si inseguono.

Si meritano.

E, quando finalmente arrivano, ci si accorge che non siamo davvero noi a possederle: siamo soltanto chiamati a proteggerne la storia.

La chiamo Regina.

E nel mio garage non è sola: accanto a lei vive anche una Principessa, la Vespa autentica di Vacanze Romane.

Una Regina e una Principessa.

Due meraviglie italiane, due storie straordinarie e un ragazzo che, nonostante il passare degli anni, non ha mai smesso di sognare.

Con piacere condivido con voi il Capitolo 18 del mio libro. Ve lo metto a disposizione appena possibile.

LA MIA REGINA
Una Ferrari da corte, da viaggio e da sogno

200.000 visualizzazioni in poco più di 4 giorni. Da non credere.Confesso che non avrei mai immaginato un interesse così ...
21/07/2026

200.000 visualizzazioni in poco più di 4 giorni. Da non credere.

Confesso che non avrei mai immaginato un interesse così grande per la mia Bianchi 175 Freccia Oro Sport – Seconda Serie, impreziosita dalla sua rarissima e storica targa Roma 1.

Duecentomila visualizzazioni non sono soltanto un numero. Raccontano la forza della curiosità, l’amore per la storia e la passione per i grandi capolavori della meccanica italiana.

Molti si soffermano sulla rarità della moto. Altri rimangono affascinati da quella targa, Roma 1, che da sola sembra aprire una finestra su un’epoca lontana e irripetibile.

Ma il vero protagonista, al di là della moto e della sua targa, è lo straordinario patrimonio di ingegno, stile e maestria artigianale che il nostro Paese ha saputo esprimere.

Ogni volta che la osservo penso a quanto sia importante custodire questi testimoni del passato: non per semplice nostalgia, ma per trasmettere alle nuove generazioni il valore della nostra storia e la capacità tutta italiana di trasformare la tecnica in bellezza.

Grazie di cuore a tutti per i messaggi, i commenti e le numerosissime condivisioni.

È emozionante vedere come una motocicletta nata quasi un secolo fa riesca ancora oggi a fermare lo sguardo, accendere la curiosità e far incontrare persone unite dalla stessa passione.

La storia non invecchia mai. Cambiano gli anni, ma non lo stupore che sa suscitare.

Cari amici ecco la promessa mantenuta.CAPITOLO 23IL PROFESSORE CHE MI APRÌ LA PORTALuigi Gioffré, una lezione d’inglese ...
20/07/2026

Cari amici ecco la promessa mantenuta.
CAPITOLO 23

IL PROFESSORE CHE MI APRÌ LA PORTA

Luigi Gioffré, una lezione d’inglese e l’inizio della mia vita professionale

Ci sono incontri che sembrano casuali.

Avvengono durante un esame, in un corridoio universitario o davanti a una domanda alla quale dobbiamo rispondere.

Soltanto molti anni dopo comprendiamo che non erano affatto casuali.

Erano appuntamenti preparati dalla vita.

Il professor Luigi Gioffré entrò nella mia storia durante un esame di Chirurgia. Ma, per raccontare davvero ciò che rappresentò per me, devo tornare un poco indietro, al giorno in cui fui costretto a scegliere tra il desiderio di mio padre e il sogno che portavo dentro fin da bambino.

IL DENARO RESTITUITO A MIO PADRE

Mio padre desiderava che uno dei suoi figli diventasse avvocato.

Era un sogno legittimo, nato probabilmente dal prestigio che allora circondava quella professione e dal desiderio di vedermi occupare un posto importante nella società.

Mi consegnò quindi il denaro necessario per iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Andai all’università e mi misi in fila davanti allo sportello.

Quando arrivò il mio turno, però, provai una sensazione stranissima, quasi fisica. Era come se dovessi ingoiare un boccone amaro che non riuscivo a mandare giù.

Non perché non rispettassi la professione dell’avvocato o non ritenessi interessante quella facoltà.

Semplicemente, non era la mia strada.

La medicina era il mio sogno fin da bambino.

Tanti bambini giocano a fare il medico, ascoltano il cuore di una bambola o fingono di curare un compagno. Per me, però, non era soltanto un gioco. Sentivo che prendermi cura degli altri sarebbe diventata la mia vita.

Tornai a casa senza essermi iscritto.

Con rispetto restituii a mio padre il denaro, sperando nella sua comprensione e, forse, nella sua clemenza.

La sua reazione fu per me imprevedibile e dolorosa.

Mi cacciò di casa e mi disse:

«Arrangiati.»

E io mi arrangiai.

CINQUE LIRE PER OGNI LITRO DI LATTE

Per mantenermi agli studi accettai i lavori più umili.

Non me ne vergognavo allora e, a maggior ragione, non me ne vergogno oggi. Ogni lavoro onesto possiede una sua dignità, soprattutto quando rappresenta il prezzo da pagare per inseguire un sogno.

Ricordo che consegnavo il latte a domicilio con una bicicletta appositamente attrezzata.

Guadagnavo cinque lire per ogni litro consegnato.

Pedalavo per Roma portando le bottiglie nelle case e, insieme al latte, trasportavo dentro di me la speranza di diventare medico.

Con enormi sacrifici riuscii a completare con successo i primi due anni di Medicina.

Poi, però, le difficoltà economiche divennero troppo grandi.

Dovetti arrendermi, almeno temporaneamente.

Insieme a Giovanni, un mio amico d’infanzia, partii all’avventura per Londra.

Non avevamo grandi sicurezze, ma avevamo giovinezza, coraggio e voglia di lavorare. Trovammo presto un’occupazione e io riuscii a mettere da parte quello che, per le mie possibilità, rappresentava un piccolo tesoro.

Quando ebbi accumulato abbastanza denaro, tornai a Roma.

Il sogno della medicina mi stava ancora aspettando.

L’ESAME CHE CAMBIÒ LA MIA VITA

Ripresi gli studi.

Studiavo spesso insieme ad altri compagni, anche perché non possedevo tutti i libri necessari e dovevo condividere quelli che riuscivamo a procurarci.

Il primo esame del terzo anno fu Chirurgia, con il professor Gianfranco Fegiz.

Mi presentai insieme a Michele, un mio compagno di studi.

A interrogarci fu uno degli assistenti del professor Fegiz: il professor Luigi Gioffré.

L’esame ebbe un esito completamente diverso per noi due.

Io fui promosso con il massimo dei voti.

Michele, invece, fu bocciato.

Eppure, conoscendo bene la sua preparazione, sentii che quella decisione non gli rendeva giustizia. Michele aveva studiato molto ed era, a mio giudizio, persino più preparato di me.

Feci allora qualcosa di insolito.

Dissi al professor Gioffré:

«Professore, deve bocciare anche me. Michele è molto più preparato di quanto lo sia io.»

Il professore mi osservò, probabilmente sorpreso da quella dichiarazione. Non capita spesso che uno studente appena promosso con il massimo dei voti chieda di rinunciare al risultato ottenuto per solidarietà verso un compagno.

Il professor Gioffré concesse a Michele un’interrogazione supplementare con il professor Fegiz.

Purtroppo anche quella seconda prova ebbe esito negativo.

Michele fu nuovamente bocciato.

Il professor Gioffré, però, non dimenticò il mio gesto.

Aveva apprezzato quella disponibilità a mettere in discussione persino la mia promozione per difendere un amico.

Mi spiegò che aveva già compreso quale sarebbe stato l’esito dell’interrogazione supplementare. Non si trattava soltanto di sapere le cose: durante un esame contavano anche il metodo di studio, la capacità di ragionare e il modo di comunicare ciò che si era appreso.

Fu allora che, con una certa audacia, decisi di giocarmi una carta.

Una carta che si sarebbe rivelata vincente.

LA LEZIONE D’INGLESE PIÙ IMPORTANTE DELLA MIA VITA

Dissi al professore:

«Forse ho capito: non conta soltanto quanto si studia, ma anche il metodo e il modo in cui si riesce a comunicare. Io ho avuto la fortuna di lavorare a Londra, ho imparato l’inglese e adesso impartisco lezioni private.»

Il professor Gioffré si mostrò subito molto interessato.

Desiderava imparare e perfezionare la lingua inglese e mi domandò quanto chiedessi per un’ora di lezione.

A quel punto dissi una bugia.

Non ero abituato a mentire e ancora oggi lo confesso con un certo imbarazzo.

Normalmente chiedevo millecinquecento lire.

A lui risposi:

«Tremilacinquecento lire.»

Forse pensavo che un prezzo troppo basso avrebbe fatto apparire meno credibile la mia preparazione. Forse parlò l’incoscienza della giovinezza. O forse fu soltanto il disperato bisogno di guadagnare abbastanza per continuare gli studi.

Il professore accettò.

Cominciai così a impartirgli lezioni d’inglese.

Successivamente lo accompagnai perfino a Londra, affinché potesse esercitare la lingua direttamente sul posto. Io conoscevo ormai la città come le mie tasche e diventai per lui insegnante, accompagnatore e, poco alla volta, amico.

Da quelle lezioni nacque infatti qualcosa di molto più importante.

Nacque una bellissima amicizia.

Luigi Gioffré non fu più soltanto il professore che mi aveva interrogato durante un esame universitario.

Divenne una persona fondamentale nella mia vita.

Fu anche mio testimone di nozze.

ADY, DOLCE COME IL PANE

Attraverso Luigi conobbi sua moglie, la cardiologa Adelaide Pagliazzi, che tutti chiamavamo affettuosamente Ady.

Era una donna dolce, generosa e buona come il pane.

Mi accolse con affetto, senza mai farmi pesare la differenza di condizione sociale, di esperienza o di posizione professionale. Con lei e Luigi non mi sentivo uno studente povero in cerca di aiuto, ma una persona alla quale venivano riconosciuti dignità, capacità e desiderio di crescere.

Anche il padre di Ady, il prof. Paolo Pagliazzi, presidente del Monte dei Paschi di Siena, ebbe nei miei confronti una delicatezza che non ho mai dimenticato.

Doveva pronunciare a Londra un discorso in occasione dell’apertura della nuova sede della banca e mi chiese di tradurglielo in inglese.

Ancora oggi sono convinto che, con quella sensibilità tipica dei veri signori, non avesse realmente bisogno di me.

Probabilmente desiderava soltanto offrirmi un lavoro e permettermi di guadagnare qualcosa senza farmi sentire beneficiario di un’elemosina.

La vera generosità è proprio questa: aiutare una persona proteggendone, prima di tutto, la dignità.

L’EREDITÀ PIÙ PREZIOSA

Nel frattempo morì il padre di Luigi, anch’egli medico.

Fu un momento doloroso per tutta la famiglia.

Poco tempo dopo, Luigi mi comunicò una decisione che mi lasciò incredulo e profondamente commosso.

Mi disse di considerarmi l’unico erede degno di proseguire l’attività medica del padre e mi affidò il suo studio professionale, in via Paolo C. de’ Calboli 6, nel quartiere Prati.

Per me non si trattava soltanto di ricevere uno spazio nel quale iniziare a lavorare.

Era una consacrazione.

Un professore universitario, un uomo che aveva conosciuto la mia povertà, i miei sacrifici e la mia determinazione, mi affidava ciò che suo padre aveva costruito durante un’intera vita professionale.

Mi affidava i suoi pazienti.

Mi affidava il suo nome.

Mi affidava, soprattutto, la sua fiducia.

Da quello studio ebbe inizio la mia vera attività professionale.

Da lì sono partito.

E non mi sono più fermato.

LA LAUREA ANNUNCIATA TROPPO PRESTO

Dopo quell’esame di Chirurgia, felice per il massimo dei voti e incoraggiato dall’incontro con il professor Gioffré, telefonai a mio padre.

Desideravo ricucire il nostro rapporto.

Volevo dirgli che avevo ripreso gli studi di Medicina, che ero stato promosso brillantemente e che, finalmente, riuscivo a intravedere il traguardo.

Forse mi espressi male.

Forse fu lui a fraintendermi.

Fatto sta che mio padre, orgoglioso ed entusiasta, fece pubblicare sul giornale l’annuncio della mia laurea.

Ma io non ero ancora laureato.

La notizia si diffuse rapidamente e divenni lo zimbello di tutti.

Mi prendevano in giro.

Mi sentivo mortificato persino davanti alle pietre.

Per un ragazzo che aveva già affrontato la povertà, la lontananza da casa e tanti sacrifici, quella situazione poteva rappresentare un colpo definitivo.

La mia reazione, invece, fu incredibile e imprevedibile.

Decisi che quell’annuncio, sebbene prematuro, sarebbe dovuto diventare vero nel più breve tempo possibile.

Non volevo perdere nuovamente il rapporto con mio padre.

Non volevo deludere la sua stima, il suo orgoglio e il suo affetto, che avevo finalmente sentito rinascere.

Studiai con una determinazione quasi feroce.

Sostenni esami uno dopo l’altro.

Riuscii a concentrare tre anni di studi in uno solo e a sostenere ventitré esami in dodici mesi.

Mi laureai in Medicina e Chirurgia il 19 luglio 1973, a tempo di record e con il massimo dei voti.

Mancò soltanto la lode.

Ma forse il destino aveva deciso che quella lode non dovesse essermi consegnata da una commissione universitaria.

Avrei dovuto guadagnarmela sul campo, giorno dopo giorno, attraverso i pazienti curati, le persone incontrate, gli studenti formati e le vite nelle quali sarei riuscito a lasciare almeno un piccolo segno.

IL MISTERO DEL NUMERO 23

Solo dopo aver scelto il numero di questo capitolo mi sono accorto di una curiosa coincidenza.

Il capitolo dedicato al professor Luigi Gioffré era diventato, quasi per caso, il numero 23.

Eppure il 23, nella mia vita, di casuale sembra avere ben poco.

Per recuperare il tempo perduto e trasformare in realtà l’annuncio prematuro della mia laurea, riuscii infatti a sostenere ventitré esami in un solo anno.

Non so se sia stato un primato. Certamente, almeno per me, fu una piccola Olimpiade personale: senza medaglie, ma con molti libri, pochissime ore di sonno e una discreta dose di incoscienza giovanile.

Mia madre era nata nel 1923.

Io nacqui ventitré anni dopo.

Quando partii per il collegio, il sedile del pullman che mi fu assegnato portava il numero 23.

E 23 era anche il numero ricamato sulla mia biancheria, quello che distingueva i miei indumenti da quelli degli altri studenti delle scuole medie a Fano.

Da allora quel numero ha continuato ad apparire nei momenti e nei luoghi più diversi: sulle porte delle stanze d’albergo, sui biglietti, nei posti assegnati in aereo e in tante altre piccole circostanze della vita.

Non sono particolarmente superstizioso e non saprei dire se i numeri possiedano davvero un significato nascosto.

So soltanto che il 23 sembra divertirsi a seguirmi.

Ogni tanto compare, mi fa l’occhiolino e pare ricordarmi:

«Ivo, io c’ero anche questa volta.»

Forse è soltanto una coincidenza.

Ma, dopo una vita trascorsa insieme, sarebbe ormai scortese non considerarlo almeno un vecchio amico.

GRAZIE, LUIGI

Ripensando oggi a quella storia, mi accorgo che tutto ebbe origine da un gesto di solidarietà verso un compagno.

Se non avessi chiesto al professor Gioffré di bocciare anche me, forse non avrebbe notato qualcosa nel mio carattere.

Se non avessi parlato della mia esperienza londinese, forse non avrei cominciato a impartirgli lezioni d’inglese.

Se non fossimo partiti insieme per Londra, forse non sarebbe nata quella straordinaria amicizia.

E se Luigi e Ady non avessero creduto in me, il mio cammino professionale sarebbe stato certamente più difficile.

La vita è fatta anche di porte.

Alcune restano chiuse.

Altre si aprono appena.

Poi esistono persone che non si limitano ad aprirtele: ti prendono per mano, ti invitano a entrare e ti fanno comprendere che sei degno di trovarti dall’altra parte.

Luigi Gioffré fu per me una di queste persone.

Non mi offrì soltanto un’occasione professionale.

Mi offrì fiducia quando ero ancora un giovane studente che consegnava il latte in bicicletta e impartiva lezioni private per pagarsi gli studi.

Vide in me qualcosa che forse, in quel momento, non riuscivo ancora a vedere pienamente.

Grazie, Luigi.

Grazie, Ady.

Grazie alla famiglia Gioffré.

Ogni volta che ho varcato la porta di quello studio, ogni volta che ho indossato il camice e ogni volta che un paziente ha affidato alla mia coscienza la propria salute, una parte di quella fiducia ha continuato a vivere dentro di me.

Perché dietro una carriera non ci sono soltanto sacrifici, capacità e determinazione.

Ci sono incontri.

Ci sono mani tese.

Ci sono persone che credono in noi prima ancora che diventiamo ciò che siamo destinati a essere.

«Alcuni maestri ti insegnano una materia.
Altri ti aprono una porta.
I più grandi ti consegnano la fiducia necessaria per attraversarla.»

Indirizzo

Via Caposile, 6
Rome
00195

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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