15/08/2026
Un bambino di 7 anni non riesce a mandare giù un antibiotico prescritto: il gusto è sgradevole, la nausea è forte e il suo corpo reagisce nell’unico modo possibile. Vomita.
Non è una provocazione, non è un dispetto. È un riflesso fisiologico e un segnale di sopraffazione.
Di fronte a questa scena, la risposta del pediatra è stata una sentenza: “È un TESTONE! TUTTI I BAMBINI si curano!”.
Come Psicologa dell’Età Evolutiva, specializzata nel sostegno genitoriale, credo che nel 2026 sia fortemente necessario dirlo con chiarezza e ad alta voce: noi professionisti della salute infantile, e non solo, abbiamo il dovere etico e clinico di fare un passo oltre.
Abbiamo il dovere di:
• DISTINGUERE UN LIMITE DA UN CAPRICCIO: Un riflesso di vomito non è un’opposizione emotiva. Scambiare un disagio corporeo o percettivo per “testardaggine” significa ignorare le basi della fisiologia e dello sviluppo infantile.
• ABOLIRE LE ETICHETTE SVALUTANTI: Definire un bambino “testone” davanti a lui o ai suoi genitori non è una battuta innocua. È un’etichetta che il bambino interiorizza, trasformando una difficoltà momentanea in un senso di inadeguatezza (“sono io quello sbagliato”).
• SUPERARE LA TRAPPOLA DEL “TUTTI I BAMBINI LO FANNO”: I bambini non sono prodotti in serie. Ognuno ha una propria soglia sensoriale, un’ipersensibilità gustativa diversa, un modo unico di reagire al dolore e alla malattia. Omologare significa smettere di osservare chi abbiamo davanti.
• FARE ALLEANZA CON LA FAMIGLIA, NON GIUDICARLA: Quando diciamo a un genitore che “tutti i bambini si curano”, non stiamo aiutando: stiamo insinuando il germe della colpa e dell’isolamento in un momento di totale vulnerabilità.
Curare un bambino non significa solo somministrare una terapia o prescrivere una dieta rigida. Significa farsi carico di come quel bambino e quella famiglia attraversano la cura.
Il nostro primo compito non è pretendere obbedienza, ma trovare strade alternative per garantire la salute del bambino senza calpestarne il rispetto corporeo ed emotivo.
Perché un bambino che non riesce a prendere una medicina non sta sfidando nessuno: sta solo chiedendo aiuto per riuscirci.