19/06/2026
Sta circolando in queste ore una riflessione che, al di là della polemica del momento, merita attenzione: se anche quest’anno, alla Maturità 2026, nella tipologia A non fosse presente un’autrice, non saremmo davanti solo a una curiosità scolastica. Sarebbe anche un segnale culturale.
Perché la scuola non trasmette soltanto nozioni. Trasmette anche simboli, gerarchie, riferimenti. Decide, almeno in parte, quali voci vengono percepite come centrali, autorevoli, “classiche”, e quali invece continuano a restare più ai margini.
Il punto non è fare una gara tra uomini e donne, né inserire un nome femminile per semplice bilanciamento. Il punto è chiedersi come mai, in un patrimonio letterario ricchissimo anche di scrittrici fondamentali, la loro presenza continui a essere così poco rappresentata in uno dei momenti più simbolici del percorso scolastico.
Non è solo una questione di programma.
È una questione di sguardo.
Leggere un’autrice non significa fare un favore a qualcuno. Significa ampliare l’orizzonte culturale, offrire agli studenti una visione più completa della letteratura, della sensibilità umana e della complessità del pensiero.
Forse dovremmo iniziare a considerare questa non come una rivendicazione, ma come una normalità ancora da costruire.
Perché la cultura, quando è davvero tale, non esclude: rappresenta, apre, restituisce pluralità. E forse anche la scuola, oggi più che mai, dovrebbe interrogarsi su questo.