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Dott.ssa Laura Messina - Psicologa Psicodiagnosta La Dott.ssa Laura Messina è una Psicologa esperta nella valutazione diagnostica

Le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, meritano una riflessione che vad...
09/10/2026

Le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, meritano una riflessione che vada oltre la polemica politica. Perché quando si parla di salute psicologica dei giovani, le parole hanno un peso. E quelle pronunciate da chi è chiamato a governare il sistema scolastico ne hanno ancora di più.

Il Ministro ha definito una «sciocchezza» la cosiddetta psicologizzazione di tutti gli studenti, riferendosi alla proposta di introdurre attività psicologiche obbligatorie nelle scuole.

È opportuno chiarire che rendere obbligatorio un intervento psicologico individuale e garantire una presenza strutturale dello psicologo nel contesto scolastico sono questioni profondamente diverse. Ed è proprio questa distinzione che, a mio avviso, dovrebbe essere al centro del dibattito.

Lo psicologo a scuola non serve a trasformare gli studenti in pazienti. Serve, prima di tutto, a evitare che ogni difficoltà venga riconosciuta soltanto quando è già diventata un problema.

La psicologia scolastica non si esaurisce nella presa in carico del disagio conclamato. Si occupa di prevenzione, promozione del benessere, sviluppo delle competenze emotive e relazionali, sostegno ai processi di apprendimento, gestione delle dinamiche di gruppo e supporto all'intera comunità educante.

Ridurre questa complessità alla parola psicologizzazione significa alimentare una rappresentazione quantomeno fuorviante della nostra professione.

C'è poi un aspetto che trovo particolarmente contraddittorio.

Nel maggio scorso, lo stesso Ministro Valditara, presentando il progetto AscoltaMI, aveva riconosciuto l'importanza di intercettare precocemente il disagio psicologico degli studenti. Un'iniziativa certamente apprezzabile, ma che non può esaurire il tema della prevenzione nella scuola.

Se riconosciamo che il disagio deve essere intercettato prima che esploda, perché continuare a immaginare lo psicologo prevalentemente come una risorsa da attivare quando qualcuno ha già segnalato una criticità?

La prevenzione non può dipendere esclusivamente dalla capacità di un adolescente di chiedere aiuto, di un insegnante di riconoscere un segnale o di una famiglia di individuare tempestivamente una difficoltà.

Non tutti i ragazzi manifestano apertamente la propria sofferenza. Non tutte le difficoltà producono comportamenti problematici. E non tutte le famiglie dispongono degli stessi strumenti per riconoscere e affrontare il disagio psicologico.

Una presenza professionale stabile, qualificata e integrata nella comunità scolastica potrebbe contribuire proprio a colmare queste distanze.

Naturalmente, nessuno dovrebbe confondere la prevenzione universale con l'obbligo indiscriminato di sottoporsi a colloqui, valutazioni o trattamenti psicologici. Il rispetto dell'autodeterminazione, della riservatezza e delle responsabilità educative delle famiglie costituisce un presupposto imprescindibile.

Ma garantire a tutti la possibilità di accedere a una risorsa non significa obbligare tutti a utilizzarla.

E soprattutto, promuovere il benessere psicologico non significa presumere che tutti siano psicologicamente fragili.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'UNESCO e l'UNICEF sostengono da tempo approcci integrati alla promozione della salute mentale nei contesti educativi. Non perché la scuola debba diventare un ambulatorio, ma perché apprendimento, sviluppo emotivo, relazioni e benessere psicologico sono dimensioni strettamente interconnesse.

Il punto, dunque, non dovrebbe essere scegliere tra psicologo e famiglia, tra psicologia e pedagogia, tra prevenzione ed educazione.

Il punto dovrebbe essere costruire una scuola nella quale queste competenze collaborino, ciascuna nel rispetto del proprio ruolo.

Per questo ritengo che il dibattito debba concentrarsi su questioni ben più concrete: definizione delle competenze professionali, continuità degli interventi, accessibilità dei servizi, criteri di qualità, tutela della riservatezza e valutazione dell'efficacia.

Sono questi i temi sui quali sarebbe auspicabile ascoltare il Ministro.

Non una contrapposizione ideologica tra scuola e psicologia, ma una discussione seria su quale modello di prevenzione intendiamo offrire alle nuove generazioni.

Perché la vera sciocchezza sarebbe continuare a considerare il benessere psicologico un tema secondario rispetto all'educazione, anziché una delle condizioni che possono renderla pienamente possibile.

Dott.ssa Laura G. M. Messina
Psicologa Psicodiagnosta

Siamo arrivati a quel periodo dell'anno in cui la stanchezza sembra avere la meglio. E se, almeno per un momento, provas...
24/07/2026

Siamo arrivati a quel periodo dell'anno in cui la stanchezza sembra avere la meglio. E se, almeno per un momento, provassimo a darle un significato diverso?
La stanchezza, a volte, ci racconta che siamo arrivati esattamente dove, qualche anno fa, speravamo di essere.
Buone vacanze a tutti. Che siano giorni di riposo, gratitudine e nuovi inizi. 🌿

25/06/2026
02/05/2026

Ci sono persone che, senza volerlo, parlano di salute mentale meglio di molti libri.

Alex Zanardi è una di queste.

La sua storia rappresenta la straordinaria capacità dell’essere umano di adattarsi, reinventarsi e continuare a dare significato alla propria vita anche quando il percorso cambia improvvisamente.

Ogni passaggio della sua esperienza ha mostrato coraggio, lucidità e una profonda fiducia nella possibilità di costruire nuove strade.

La resilienza, in psicologia, è proprio questo:
la capacità di attraversare il cambiamento, integrare le difficoltà e trasformarle in una nuova forma di equilibrio.

Nel lavoro clinico lo vediamo ogni giorno:
non esiste una sola modalità di ripartire, ma esiste sempre la possibilità di farlo.

Zanardi ha reso visibile tutto questo con autenticità, forza e dignità, diventando un esempio che appartiene non solo allo sport, ma alla vita.

Oggi salutiamo un uomo che ha insegnato, con i fatti, quanto valore possa nascere dalla determinazione e dalla capacità di guardare avanti.

Grazie, Alex.

La pratica psicologica è profondamente eterogenea.Esiste una reale libertà di azione su molti aspetti del nostro lavoro:...
10/01/2026

La pratica psicologica è profondamente eterogenea.
Esiste una reale libertà di azione su molti aspetti del nostro lavoro: il modello teorico di riferimento, il setting, le modalità di accesso, l’organizzazione del percorso, alcune scelte etiche e operative che ciascun professionista costruisce nel tempo, sulla base della propria formazione e della propria esperienza.

In questo quadro, molti miei colleghi scelgono di offrire un primo colloquio gratuito.
In parte posso comprenderne le ragioni: il desiderio di abbassare una soglia d’accesso, di favorire un primo contatto, di permettere alla persona di orientarsi e sentirsi meno esposta nel chiedere aiuto. Sono motivazioni che nascono spesso da attenzione e sensibilità verso il disagio dell’altro.

Con il passare del tempo, tuttavia, il colloquio gratuito è diventato quasi un passaggio dato per scontato.
Talvolta addirittura atteso, come se fosse una prassi ovvia.

Io ho scelto di non offrirlo, non per mancanza di empatia né per rigidità, ma perché ritengo che questa pratica, pur animata da buone intenzioni, sia profondamente riduttiva per la nostra professione e, nel lungo periodo, controproducente sia per chi chiede aiuto sia per chi lo offre. Diversamente da quanto può sembrare, la mia è una scelta che nasce dal rispetto profondo per chi chiede aiuto e per il lavoro clinico.

Un colloquio psicologico non è mai “solo una chiacchierata conoscitiva”.
È già un atto professionale: richiede ascolto qualificato, competenze specifiche, responsabilità, tempo, presenza emotiva e mentale.
È già intervento.

Quando questa prestazione viene resa gratuita, passa implicitamente un messaggio pericoloso:
che il lavoro dello psicologo sia basato sull’empatia “dovuta”, su una disponibilità spontanea, più che su una competenza costruita e su un ruolo professionale definito.
Un messaggio che non viene richiesto a nessun altro professionista della salute.
Nessuno si aspetta una prima visita gratuita da uno psichiatra, da un medico, da un fisioterapista.
E non perché siano “meno empatici”, ma perché il loro lavoro è riconosciuto come tale.

Il colloquio gratuito è controproducente per il paziente.
Perché abbassa il valore percepito dell’incontro, rende più difficile l’assunzione di un impegno reale e rischia di collocare la relazione su un piano ambiguo, poco chiaro nei confini.
La cura, per funzionare, ha bisogno di un setting solido, di ruoli definiti, di un patto esplicito.

È controproducente anche per il professionista, perché normalizza l’idea che una parte del lavoro possa — o debba — essere offerta senza riconoscimento, come se non fosse lavoro vero.
E una professione che non tutela il proprio valore finisce, nel tempo, per indebolirsi.

Accogliere non significa svalutarsi.
Essere empatici non significa essere gratuiti.
Rispettare il dolore dell’altro significa anche offrire uno spazio professionale limpido, serio e tutelato.

Per questo ho scelto di lavorare all’interno di un setting chiaro, in cui il primo colloquio sia riconosciuto per ciò che è: un intervento professionale a tutti gli effetti, fondato su responsabilità, competenza e cura.

24/12/2025

Il Natale è fatto di piccoli gesti che sanno creare atmosfera: una luce accesa, una musica in sottofondo, una tazza calda tra le mani, il tempo condiviso con chi amiamo.
Sono momenti semplici, ma capaci di nutrire emozioni positive e di farci sentire più presenti, più connessi, più sereni.

Per questo, il nostro augurio non è quello della “felicità a tutti i costi”, ma di un tempo gentile.
Un tempo in cui potersi fermare un po’, respirare con più calma, ascoltarsi senza giudizio.
Un tempo in cui concedersi cura, anche nelle piccole cose di ogni giorno.

Circondarsi di ciò che ci fa stare bene, coltivare l’attesa di ciò che verrà e concedersi rituali che scaldano il cuore sono modi semplici e preziosi per prendersi cura di sé.

A chi è in percorso con noi, a chi lo ha concluso, a chi sta pensando di iniziarlo e a chi semplicemente ci legge, auguriamo un Natale fatto di luce, calore e momenti autentici.

🎁 Con affetto,
il Team Klinikos 🎁

Ho firmato questa petizione perché non parlare di educazione sessuo-affettiva a scuola non significa proteggere, signifi...
20/12/2025

Ho firmato questa petizione perché non parlare di educazione sessuo-affettiva a scuola non significa proteggere, significa lasciare bambini e ragazzi soli davanti a domande enormi, affidandoli a risposte sbagliate, frammentarie o pericolose.

Ogni giorno, prima ancora degli adulti, internet educa al posto nostro: lo fanno i social, i video non filtrati, i messaggi distorti su corpo, consenso, identità, relazioni, valore di sé. Pensare che il silenzio sia una forma di tutela è una grave illusione.

L’educazione sessuo-affettiva non è ideologia, non è “anticipare”, non è “indurre”.
È prevenzione, è salute, è cura.
È insegnare il rispetto, il consenso, il riconoscimento delle emozioni, dei confini, della dignità propria e altrui.
È ridurre bullismo, violenza, abusi, discriminazioni.
È aiutare ragazzi e ragazze a crescere meno soli, meno confusi, meno esposti.

Le evidenze scientifiche internazionali – incluse quelle di Organizzazione Mondiale della Sanità e UNESCO – sono chiarissime:
l’educazione sessuo-affettiva non anticipa i comportamenti sessuali, ma aumenta consapevolezza, responsabilità, benessere psicologico e qualità delle relazioni.

Firmare questa petizione significa dire che:
👉la scuola deve essere un luogo sicuro anche emotivamente;
👉la prevenzione è un atto di responsabilità collettiva;
👉l’educazione va affidata a professionisti formati, non all’improvvisazione o al web;
👉il benessere dei minori viene prima delle paure ideologiche degli adulti.

Se anche tu credi che proteggere significhi educare,
se pensi che il rispetto si impari,
se vuoi una società con meno violenza e più consapevolezza,

✍️ firma e condividi questa petizione: https://c.org/gyBSkXc9LS
Ogni firma è una presa di posizione chiara: i ragazzi meritano strumenti, non silenzi.

Come sapete, negli ultimi mesi ho segnalato all’Ordine alcune piattaforme che propongono “psicoterapia” tramite chatbot....
17/12/2025

Come sapete, negli ultimi mesi ho segnalato all’Ordine alcune piattaforme che propongono “psicoterapia” tramite chatbot.
Da questa segnalazione è nata un’intervista a FACTA, che mi ha chiesto un parere professionale sull’uso dell’IA in psicoterapia.

Ne è derivato l’articolo “La psicoterapia basata sull’IA è ancora una pessima idea”.
Il tema è complesso e merita spazio: per questo qui mi limito a segnalarlo e rimando alla lettura completa per chi vuole approfondire.

📎 Articolo completo: link nei commenti

Ieri ho partecipato a un colloquio per una importante realtà istituzionale, di cui non farò il nome.Il mio profilo era p...
05/12/2025

Ieri ho partecipato a un colloquio per una importante realtà istituzionale, di cui non farò il nome.

Il mio profilo era perfettamente aderente alla posizione: esperienza, competenze, settore, seniority… tutto in linea.
Non li ho cercati io: sono stati loro a contattare me, dopo aver visionato il mio curriculum presente in un elenco professionisti.

Mi sono preparata con cura, come faccio sempre: ho rivisto il mio profilo, ho pensato a cosa valorizzare, ho fatto quello che qualunque professionista serio farebbe quando un ente di rilievo ti contatta.
E sì, lo ammetto: per un attimo ci ho voluto credere.

Certo, già la convocazione mi aveva fatto alzare un sopracciglio: lo slot a me dedicato era di soli dieci minuti su Teams.
Mi sono detta: potrebbe essere un colloquio di prima scrematura... ma perché mai, tutto ciò che sono e faccio è scritto sul CV... Forse è un colloquio rapido per proporre una collaborazione?
Di certo non immaginavo che quei dieci minuti servissero a dire "de visu" ciò che non si poteva scrivere nero su bianco.

Ad ogni modo, il colloquio è iniziato puntuale.
Dieci minuti.
Cronometrati.
Di cui io ho parlato… zero.

La persona che mi intervistava ha esordito così:

“Non voglio farle perdere tempo.”

E... incredibile, nel giro di trenta secondi, è riuscito ad avverare la profezia.

Mi spiega che stavano cercando qualcuno con disponibilità totale, dal lunedì al venerdì, 8:30–16:30 (anche 17.00), per un anno intero, a partita IVA,
senza certezza di continuità,
senza garanzia di carico di lavoro,
senza rinnovo assicurato,
e ovviamente senza nominare mai — neanche per sbaglio — un compenso.

Ah, e dimenticavo il dettaglio più pittoresco:
mi ha anche avvisata che il lavoro è “molto rischioso”, perché comprende responsabilità penali qualora si dichiarasse idonea una persona che poi dovesse rendersi responsabile di reati o, cito testualmente, “stragi”.

Un tentativo di terrorismo psicologico che si è sgonfiato da solo quando gli ho risposto — con la massima serenità — che questa è la normalità in qualunque contesto di valutazione psicologica in ambito istituzionale, e che noi professionisti conviviamo da sempre con questo livello di responsabilità.

Lui è rimasto interdetto. Forse non si aspettava che la sua “frase ad effetto” fosse così poco efficace...
Ma, del resto, se pensi di spaventare con le responsabilità giuridiche chi fa psicodiagnosi per professione… forse hai sbagliato mestiere.

In sintesi, un lavoro full time, rischi annessi, travestito da collaborazione.
Un contratto di dipendenza mascherato da libera professione.
Un ossimoro occupazionale.

Alle soglie del 2026, ancora.

Poi è arrivato il pezzo migliore:

“Il suo curriculum è uno dei migliori che ci è pervenuto negli ultimi anni! Sapevo che quasi sicuramente non avrebbe potuto accettare,
ma ci dovevo provare.”

Ah.
“Ci dovevo provare.”

Provare cosa, esattamente?
A farmi mollare tutto — attività avviata, collaborazioni, impegni, docenze — per un anno di precariato totale senza tutele, senza garanzie, e senza nemmeno la possibilità di sapere quanto sarei stata pagata?

Ma la cosa più surreale è stata la sua serenità.
Assoluta.
Come se fosse normalissimo.

Mi ha perfino detto — con un candore quasi poetico — che se io non fossi stata disponibile, avrebbero “scalato” su profili meno qualificati ma più flessibili.

Tradotto:
meglio uno schiavetto poco competente che un esperto non disponibile a farsi sfruttare.

Alla fine del colloquio (colloquio… diciamo “monologo verticale”), lui non era minimamente scosso dalle mie osservazioni.
Zero.
Anzi, aveva premura di passare alla prossima persona da "illuminare".
E prima o poi qualcuno lo troveranno davvero.
Certo, sarà un problema per quella persona.
Ma credo, purtroppo, anche per l’utente finale.

Se c’è una cosa che mi ha offeso profondamente, non è stata la proposta indecente.
È stata la noncuranza.

La naturalezza con cui si dà per scontato che un professionista con formazione avanzata, anni di esperienza, responsabilità istituzionali e competenze specialistiche debba essere felice di accettare condizioni che non garantirebbero dignità neanche a un neolaureato.

E tutto questo senza una telefonata preliminare, senza una scrematura, senza nemmeno inserire nella mail l’unica informazione realistica: “richiediamo una disponibilità full time travestita da collaborazione”.
Perché?
Semplice: non si può mettere nero su bianco ciò che non è legale né etico.

E allora?
Allora si invita al colloquio.
Dieci minuti.
Parla solo l’ente.
E poi: “Ci dovevo provare”.

Ecco: basta.
Non possiamo più far “provare” nessuno.
La professionalità non è un favore.
La disponibilità non è sottomissione.
E la dignità non è negoziabile.

Finché non smetteremo di accettare condizioni indecenti,
continueranno a proporcele.
Perché alla fine — purtroppo — qualcuno ci casca.
E allora il sistema si autoalimenta.

Io ho detto no.
Senza esitazioni.
E, paradossalmente, sono stata io a perdere un’opportunità con la quale professionalmente mi sarebbe davvero piaciuto confrontarmi.

Epilogo: Per chi se lo stesse chiedendo: sì, al termine del colloquio ho inviato una mail di ringraziamento.
Professionale, educata, impeccabile.
Come dovrebbe fare qualunque professionista serio, anche dopo una proposta indecente. Un messaggio cortese, rispettoso, formale.
Un follow-up che in qualunque contesto sano meriterebbe almeno una risposta di cortesia.

Indovinate?
Nessun riscontro.
Zero.
Silenzio cosmico.

Come si addice, del resto, ai più “competenti” responsabili del personale… quelli così efficienti da non poter perdere tempo a leggere due righe, ma abbastanza disponibili a passare giornate intere a proporre su Teams un anno di sfruttamento mascherato da collaborazione.

E se anche avessero risposto?
Sarebbe cambiato qualcosa?
No, certo.

Ma il silenzio completa perfettamente il quadro:
pretendere disponibilità assoluta, senza essere in grado di garantire neppure una minima forma di rispetto.

Ed è esattamente per questo che ho detto no.
E continuerò a dire no, mio malgrado, tutte le volte che servirà.

02/12/2025

❗ Sempre più giovani si chiudono in sé stessi, evitano relazioni e si sentono soli... anche in mezzo agli altri.
Ma perché succede? E soprattutto: come possiamo aiutarli prima che sia troppo tardi? 🧠💬

👉 Pressioni scolastiche, confronto sui social, famiglie emotivamente assenti...
Dietro l’isolamento giovanile c’è molto più di quello che si vede.

Nel nuovo articolo sul blog analizziamo segnali, cause nascoste e strategie concrete per affrontare questo fenomeno psicologico in crescita.
Un contenuto utile per genitori, insegnanti, educatori... e chiunque voglia capire davvero.

🔍 Leggi ora l’articolo completo → https://www.klinikos.eu/isolamento-giovanile/

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