05/12/2025
Ieri ho partecipato a un colloquio per una importante realtà istituzionale, di cui non farò il nome.
Il mio profilo era perfettamente aderente alla posizione: esperienza, competenze, settore, seniority… tutto in linea.
Non li ho cercati io: sono stati loro a contattare me, dopo aver visionato il mio curriculum presente in un elenco professionisti.
Mi sono preparata con cura, come faccio sempre: ho rivisto il mio profilo, ho pensato a cosa valorizzare, ho fatto quello che qualunque professionista serio farebbe quando un ente di rilievo ti contatta.
E sì, lo ammetto: per un attimo ci ho voluto credere.
Certo, già la convocazione mi aveva fatto alzare un sopracciglio: lo slot a me dedicato era di soli dieci minuti su Teams.
Mi sono detta: potrebbe essere un colloquio di prima scrematura... ma perché mai, tutto ciò che sono e faccio è scritto sul CV... Forse è un colloquio rapido per proporre una collaborazione?
Di certo non immaginavo che quei dieci minuti servissero a dire "de visu" ciò che non si poteva scrivere nero su bianco.
Ad ogni modo, il colloquio è iniziato puntuale.
Dieci minuti.
Cronometrati.
Di cui io ho parlato… zero.
La persona che mi intervistava ha esordito così:
“Non voglio farle perdere tempo.”
E... incredibile, nel giro di trenta secondi, è riuscito ad avverare la profezia.
Mi spiega che stavano cercando qualcuno con disponibilità totale, dal lunedì al venerdì, 8:30–16:30 (anche 17.00), per un anno intero, a partita IVA,
senza certezza di continuità,
senza garanzia di carico di lavoro,
senza rinnovo assicurato,
e ovviamente senza nominare mai — neanche per sbaglio — un compenso.
Ah, e dimenticavo il dettaglio più pittoresco:
mi ha anche avvisata che il lavoro è “molto rischioso”, perché comprende responsabilità penali qualora si dichiarasse idonea una persona che poi dovesse rendersi responsabile di reati o, cito testualmente, “stragi”.
Un tentativo di terrorismo psicologico che si è sgonfiato da solo quando gli ho risposto — con la massima serenità — che questa è la normalità in qualunque contesto di valutazione psicologica in ambito istituzionale, e che noi professionisti conviviamo da sempre con questo livello di responsabilità.
Lui è rimasto interdetto. Forse non si aspettava che la sua “frase ad effetto” fosse così poco efficace...
Ma, del resto, se pensi di spaventare con le responsabilità giuridiche chi fa psicodiagnosi per professione… forse hai sbagliato mestiere.
In sintesi, un lavoro full time, rischi annessi, travestito da collaborazione.
Un contratto di dipendenza mascherato da libera professione.
Un ossimoro occupazionale.
Alle soglie del 2026, ancora.
Poi è arrivato il pezzo migliore:
“Il suo curriculum è uno dei migliori che ci è pervenuto negli ultimi anni! Sapevo che quasi sicuramente non avrebbe potuto accettare,
ma ci dovevo provare.”
Ah.
“Ci dovevo provare.”
Provare cosa, esattamente?
A farmi mollare tutto — attività avviata, collaborazioni, impegni, docenze — per un anno di precariato totale senza tutele, senza garanzie, e senza nemmeno la possibilità di sapere quanto sarei stata pagata?
Ma la cosa più surreale è stata la sua serenità.
Assoluta.
Come se fosse normalissimo.
Mi ha perfino detto — con un candore quasi poetico — che se io non fossi stata disponibile, avrebbero “scalato” su profili meno qualificati ma più flessibili.
Tradotto:
meglio uno schiavetto poco competente che un esperto non disponibile a farsi sfruttare.
Alla fine del colloquio (colloquio… diciamo “monologo verticale”), lui non era minimamente scosso dalle mie osservazioni.
Zero.
Anzi, aveva premura di passare alla prossima persona da "illuminare".
E prima o poi qualcuno lo troveranno davvero.
Certo, sarà un problema per quella persona.
Ma credo, purtroppo, anche per l’utente finale.
Se c’è una cosa che mi ha offeso profondamente, non è stata la proposta indecente.
È stata la noncuranza.
La naturalezza con cui si dà per scontato che un professionista con formazione avanzata, anni di esperienza, responsabilità istituzionali e competenze specialistiche debba essere felice di accettare condizioni che non garantirebbero dignità neanche a un neolaureato.
E tutto questo senza una telefonata preliminare, senza una scrematura, senza nemmeno inserire nella mail l’unica informazione realistica: “richiediamo una disponibilità full time travestita da collaborazione”.
Perché?
Semplice: non si può mettere nero su bianco ciò che non è legale né etico.
E allora?
Allora si invita al colloquio.
Dieci minuti.
Parla solo l’ente.
E poi: “Ci dovevo provare”.
Ecco: basta.
Non possiamo più far “provare” nessuno.
La professionalità non è un favore.
La disponibilità non è sottomissione.
E la dignità non è negoziabile.
Finché non smetteremo di accettare condizioni indecenti,
continueranno a proporcele.
Perché alla fine — purtroppo — qualcuno ci casca.
E allora il sistema si autoalimenta.
Io ho detto no.
Senza esitazioni.
E, paradossalmente, sono stata io a perdere un’opportunità con la quale professionalmente mi sarebbe davvero piaciuto confrontarmi.
Epilogo: Per chi se lo stesse chiedendo: sì, al termine del colloquio ho inviato una mail di ringraziamento.
Professionale, educata, impeccabile.
Come dovrebbe fare qualunque professionista serio, anche dopo una proposta indecente. Un messaggio cortese, rispettoso, formale.
Un follow-up che in qualunque contesto sano meriterebbe almeno una risposta di cortesia.
Indovinate?
Nessun riscontro.
Zero.
Silenzio cosmico.
Come si addice, del resto, ai più “competenti” responsabili del personale… quelli così efficienti da non poter perdere tempo a leggere due righe, ma abbastanza disponibili a passare giornate intere a proporre su Teams un anno di sfruttamento mascherato da collaborazione.
E se anche avessero risposto?
Sarebbe cambiato qualcosa?
No, certo.
Ma il silenzio completa perfettamente il quadro:
pretendere disponibilità assoluta, senza essere in grado di garantire neppure una minima forma di rispetto.
Ed è esattamente per questo che ho detto no.
E continuerò a dire no, mio malgrado, tutte le volte che servirà.