15/10/2026
Il dolore degli altri come passatempo. E gli adulti, dov’erano?
«Ci siamo divertiti così».
Fermiamoci qui. Perché in questa frase, attribuita ai due minorenni che hanno ammesso le aggressioni dalla minicar a Roma, c’è il punto più inquietante dell’intera vicenda. Il divertimento sarebbe stato questo: colpire persone sconosciute, farle cadere, esporle a conseguenze gravissime. Tra le vittime c’è Davide Iacopini, che secondo le notizie del 14 ottobre è ancora in terapia intensiva.
Qualcuno finisce in ospedale. Qualcun altro passa una “bella serata”.
È questa la distanza che dovrebbe toglierci il sonno.
Perché quando il dolore di un altro diventa una fonte di divertimento, la domanda va ben oltre il singolo gesto:
che posto occupa un essere umano nella tua testa, se puoi usarlo per movimentare la serata?
Un bersaglio da colpire? Una reazione da provocare? Qualcosa da raccontarsi ridendo cinque minuti dopo?
Il punto psicologicamente più allarmante è proprio questo ossia la sofferenza della vittima entra nel divertimento. La paura, la caduta, l’impotenza diventano parte dell’esperienza cercata. E la persona aggredita scompare dietro l’effetto che produce.
Poi arriva la parola “gioco”. Comoda. Piccola. Quasi innocente.
Ma chiamare gioco un’aggressione serve anche a ridurne il peso nel racconto. A mettere distanza tra quello che hai fatto e quello che sei disposto a riconoscere, ossia le tue responsabilità. Chi viene colpito, però, quella distanza non ce l’ha. Si prende tutto: l’urto, l’asfalto, il dolore, le conseguenze.
E adesso veniamo agli adulti.
Come sono stati educati questi ragazzi? Che cosa avevano imparato sui limiti, sulla responsabilità, sul diritto degli altri a essere lasciati in pace?
Sono domande necessarie. Non possiamo affermare, senza conoscere la loro storia, quali segnali abbiano manifestato negli anni e chi li abbia eventualmente ignorati. Ma proprio quella storia va ricostruita. Con precisione. Senza accontentarsi della sorpresa a tragedia avvenuta.
C’erano state prepotenze? Episodi di umiliazione? Un’abitudine a deridere chi era più debole? Reazioni aggressive ai divieti? Segnalazioni da scuola? E, se c’erano state, che cosa avevano fatto gli adulti?
Qualcuno aveva chiesto conto dei comportamenti oppure si era fermato alle spiegazioni dei ragazzi?
«Stavano scherzando».
«Sono cose dell’età».
«È l’amico che lo trascina».
«Mio figlio, in fondo, è buono».
Sono frasi che, quando vengono usate per archiviare comportamenti preoccupanti, possono diventare una copertura formidabile. Il ragazzo impara che il problema si risolve. Che qualcuno troverà una giustificazione. Che la sofferenza provocata resterà sullo sfondo, mentre al centro torneranno sempre le sue ragioni.
Un genitore deve riuscire a vedere anche ciò che del proprio figlio fa paura.
Deve poter dire: questa cosa l’hai fatta tu. È grave. Adesso la affrontiamo. E se non riesco a gestirla, cerco aiuto.
Servono presenza, limiti credibili e la capacità di sostenere il conflitto. Perché educare significa anche sopportare che tuo figlio si arrabbi con te, ti contesti, ti trovi insopportabile. Se per conservare la pace in casa rinunci ogni volta a intervenire, quel conto può arrivare fuori. E può pagarlo una persona che passava per strada.
Le cronache riferiscono che uno dei due ragazzi è figlio di un carabiniere. Questo non dimostra una responsabilità del padre e non ci racconta, da solo, come sia stato cresciuto. Ci ricorda però quanto sia fragile l’idea che una professione rispettabile o una famiglia apparentemente rassicurante costituiscano una garanzia educativa.
Bisogna guardare i comportamenti. Come tuo figlio tratta chi non gli serve. Come reagisce quando perde. Che cosa trova divertente. Se sa fermarsi davanti al disagio di un altro. Se accetta una responsabilità senza cercare subito qualcuno a cui scaricarla.
E nella coppia bisogna capire anche questo: che cosa accadeva tra loro? Si incoraggiavano? Cercavano l’approvazione reciproca? L’uno rendeva più facile all’altro continuare? Sono domande da approfondire, perché un compagno può diventare il pubblico davanti al quale la crudeltà acquista valore.
Nessuna diagnosi a distanza. Ma nessuna anestesia linguistica.
L’età impone un intervento educativo e psicologico serio, capace di chiedere conto dei fatti e lavorare sul cambiamento. La possibilità di recuperare questi ragazzi passa anche dalla loro capacità di riconoscere fino in fondo ciò che hanno provocato.
E gli adulti devono accettare una domanda scomoda: abbiamo insegnato loro a preoccuparsi del male fatto, oppure soprattutto delle conseguenze che avrebbero avuto se fossero stati scoperti?
Perché la differenza si vede quando nessuno controlla.
Si vede quando hai davanti uno sconosciuto vulnerabile, un amico accanto e la possibilità di farla franca.
È lì che dovrebbe esserci un limite già diventato tuo.
Ed è proprio l’assenza di quel limite, in questa vicenda, a fare paura.