Psicologia Psicoterapia Dott.ssa Chiara Cicala

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Psicologia Psicoterapia Dott.ssa Chiara Cicala Svolge la propria attività a Roma, zona Furio Camillo, su appuntamento.

Chiara Cicala si è laureata in Psicologia nel 2002, è abilitata ed iscritta all'Ordine degli Psicologi del Lazio ed è specializzata in psicologia clinica e psicoterapia psicoanalitica.

15/10/2026

Il dolore degli altri come passatempo. E gli adulti, dov’erano?

«Ci siamo divertiti così».

Fermiamoci qui. Perché in questa frase, attribuita ai due minorenni che hanno ammesso le aggressioni dalla minicar a Roma, c’è il punto più inquietante dell’intera vicenda. Il divertimento sarebbe stato questo: colpire persone sconosciute, farle cadere, esporle a conseguenze gravissime. Tra le vittime c’è Davide Iacopini, che secondo le notizie del 14 ottobre è ancora in terapia intensiva.

Qualcuno finisce in ospedale. Qualcun altro passa una “bella serata”.

È questa la distanza che dovrebbe toglierci il sonno.

Perché quando il dolore di un altro diventa una fonte di divertimento, la domanda va ben oltre il singolo gesto:
che posto occupa un essere umano nella tua testa, se puoi usarlo per movimentare la serata?

Un bersaglio da colpire? Una reazione da provocare? Qualcosa da raccontarsi ridendo cinque minuti dopo?

Il punto psicologicamente più allarmante è proprio questo ossia la sofferenza della vittima entra nel divertimento. La paura, la caduta, l’impotenza diventano parte dell’esperienza cercata. E la persona aggredita scompare dietro l’effetto che produce.

Poi arriva la parola “gioco”. Comoda. Piccola. Quasi innocente.

Ma chiamare gioco un’aggressione serve anche a ridurne il peso nel racconto. A mettere distanza tra quello che hai fatto e quello che sei disposto a riconoscere, ossia le tue responsabilità. Chi viene colpito, però, quella distanza non ce l’ha. Si prende tutto: l’urto, l’asfalto, il dolore, le conseguenze.

E adesso veniamo agli adulti.

Come sono stati educati questi ragazzi? Che cosa avevano imparato sui limiti, sulla responsabilità, sul diritto degli altri a essere lasciati in pace?

Sono domande necessarie. Non possiamo affermare, senza conoscere la loro storia, quali segnali abbiano manifestato negli anni e chi li abbia eventualmente ignorati. Ma proprio quella storia va ricostruita. Con precisione. Senza accontentarsi della sorpresa a tragedia avvenuta.

C’erano state prepotenze? Episodi di umiliazione? Un’abitudine a deridere chi era più debole? Reazioni aggressive ai divieti? Segnalazioni da scuola? E, se c’erano state, che cosa avevano fatto gli adulti?

Qualcuno aveva chiesto conto dei comportamenti oppure si era fermato alle spiegazioni dei ragazzi?

«Stavano scherzando».
«Sono cose dell’età».
«È l’amico che lo trascina».
«Mio figlio, in fondo, è buono».

Sono frasi che, quando vengono usate per archiviare comportamenti preoccupanti, possono diventare una copertura formidabile. Il ragazzo impara che il problema si risolve. Che qualcuno troverà una giustificazione. Che la sofferenza provocata resterà sullo sfondo, mentre al centro torneranno sempre le sue ragioni.

Un genitore deve riuscire a vedere anche ciò che del proprio figlio fa paura.

Deve poter dire: questa cosa l’hai fatta tu. È grave. Adesso la affrontiamo. E se non riesco a gestirla, cerco aiuto.

Servono presenza, limiti credibili e la capacità di sostenere il conflitto. Perché educare significa anche sopportare che tuo figlio si arrabbi con te, ti contesti, ti trovi insopportabile. Se per conservare la pace in casa rinunci ogni volta a intervenire, quel conto può arrivare fuori. E può pagarlo una persona che passava per strada.

Le cronache riferiscono che uno dei due ragazzi è figlio di un carabiniere. Questo non dimostra una responsabilità del padre e non ci racconta, da solo, come sia stato cresciuto. Ci ricorda però quanto sia fragile l’idea che una professione rispettabile o una famiglia apparentemente rassicurante costituiscano una garanzia educativa.

Bisogna guardare i comportamenti. Come tuo figlio tratta chi non gli serve. Come reagisce quando perde. Che cosa trova divertente. Se sa fermarsi davanti al disagio di un altro. Se accetta una responsabilità senza cercare subito qualcuno a cui scaricarla.

E nella coppia bisogna capire anche questo: che cosa accadeva tra loro? Si incoraggiavano? Cercavano l’approvazione reciproca? L’uno rendeva più facile all’altro continuare? Sono domande da approfondire, perché un compagno può diventare il pubblico davanti al quale la crudeltà acquista valore.

Nessuna diagnosi a distanza. Ma nessuna anestesia linguistica.

L’età impone un intervento educativo e psicologico serio, capace di chiedere conto dei fatti e lavorare sul cambiamento. La possibilità di recuperare questi ragazzi passa anche dalla loro capacità di riconoscere fino in fondo ciò che hanno provocato.

E gli adulti devono accettare una domanda scomoda: abbiamo insegnato loro a preoccuparsi del male fatto, oppure soprattutto delle conseguenze che avrebbero avuto se fossero stati scoperti?

Perché la differenza si vede quando nessuno controlla.

Si vede quando hai davanti uno sconosciuto vulnerabile, un amico accanto e la possibilità di farla franca.

È lì che dovrebbe esserci un limite già diventato tuo.

Ed è proprio l’assenza di quel limite, in questa vicenda, a fare paura.

20/09/2026

Le parole pronunciate da Antonio Tajani non sono semplicemente una battuta infelice. Sono molto più interessanti (e molto più preoccupanti) per ciò che rivelano.

La donna “meno appariscente”, con la “gonna più lunga”, sarebbe quella più seria, più affidabile, più fedele, destinata a essere una “buona madre di famiglia”. Quella più affascinante, invece, potrebbe tradire. Questo è il ragionamento pronunciato pubblicamente dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri.

Ecco perché continuare a sostenere che la cultura patriarcale sia un’invenzione ideologica significa non voler vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Il patriarcato non è soltanto l’uomo che impone esplicitamente alla donna cosa fare. È anche (e soprattutto) un sistema di rappresentazioni talmente interiorizzato da diventare apparentemente “normale”.

La donna “rassicurante” è quella composta. Poco vistosa. Sessualmente non minacciosa. Devota. Materna. Fedele. Familiare. Possibilmente prevedibile.

In una parola: controllabile.

Ed è proprio qui il problema.

Perché quando il valore e l’affidabilità di una donna vengono anche solo simbolicamente collegati alla lunghezza della gonna, al numero delle relazioni precedenti, al suo essere più o meno appariscente e alla capacità di incarnare il modello della “brava madre di famiglia”, non stiamo parlando semplicemente di gusti personali.

Stiamo riproducendo uno stereotipo antico: la donna “buona” è quella che occupa poco spazio, non disturba, non eccede, non mette in discussione l’ordine costituito.

La donna che sceglie, cambia, seduce, lascia, vive liberamente la propria identità diventa invece quella da guardare con sospetto.

Ed è forse questo l’aspetto più significativo di tutta la vicenda: certi schemi sono così profondamente radicati da emergere con assoluta naturalezza persino nel linguaggio di chi occupa le più alte responsabilità istituzionali.

Altro che patriarcato inesistente.

Il problema è esattamente l’opposto: è talmente presente da risultare invisibile a chi lo riproduce.

E se nel 2026 dobbiamo ancora spiegare che l’affidabilità di una donna non si misura dalla sua gonna, dalla sua bellezza, dal numero dei suoi ex o dalla sua disponibilità a incarnare l’angelo del focolare, significa che la strada culturale da percorrere è ancora enorme.

Altro che 150 anni.

Di questo passo potrebbero non bastare.

17/09/2026

Genitori, il cervello dei vostri figli non si educa a chiacchiere. Si allena.

La corteccia prefrontale è la parte del cervello che consente a una persona di fermarsi prima di fare danni.

È quella che permette di dire:
“Mi sto arrabbiando, ma non posso spaccare tutto.”
“Mi sento frustrato, ma non posso aggredire.”
“Desidero una cosa, ma non tutto quello che desidero mi è dovuto.”
“Ho sbagliato, quindi adesso riparo.”

In sostanza, è la cabina di regia dell’autocontrollo, della responsabilità e della capacità di scegliere invece di reagire come un proiettile impazzito.

…nei bambini e negli adolescenti questa cabina di regia non è ancora completa. È in costruzione.

E chi la costruisce?
Anche i genitori.
Non con le prediche infinite.
Non con le urla.
Non con le minacce da salotto.
Non con il “poverino, è fatto così”.
Non con il “lascialo stare, poi gli passa”.
E soprattutto non con l’idea devastante che un figlio debba essere protetto da ogni limite, ogni frustrazione, ogni no, ogni conseguenza.

Quella non è educazione.
È allevamento dell’impulsività.

Un figlio senza limiti non diventa libero. Diventa ostaggio dei propri impulsi.
Se ogni volta che urla ottiene, impara che urlare funziona.
Se ogni volta che offende viene giustificato, impara che l’offesa è uno strumento.
Se ogni volta che sbaglia qualcuno ripara al posto suo, impara che le conseguenze riguardano sempre qualcun altro.
Se ogni volta che pretende trova un adulto che cede, impara che il mondo deve inginocchiarsi davanti al suo capriccio.

Poi però quel bambino cresce.
E diventa un adolescente che non tollera il rifiuto.
Un ragazzo che non regge la frustrazione.
Un adulto che scambia il desiderio per diritto.
Un soggetto che, davanti a un limite, esplode.

La corteccia prefrontale si potenzia in un modo molto preciso ossia aiutando un figlio a fermarsi, dare un nome a quello che prova, pensare alle conseguenze e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

“Sei arrabbiato, ma non puoi insultare.”
“Sei deluso, ma non puoi distruggere.”
“Ti senti escluso, ma non puoi vendicarti.”
“Vorresti avere tutto subito, ma dovrai aspettare.”
“Hai sbagliato, quindi adesso troviamo il modo di riparare.”

Queste sono frasi educative.
Non umiliano.
Non annientano.
Non giustificano.

Contengono.
E contenere un figlio non significa schiacciarlo. Significa impedirgli di essere governato dalla parte più primitiva del suo cervello.

Il genitore serve anche a questo ossia prestare al figlio una funzione di controllo che lui non ha ancora costruito pienamente.

Ma attenzione: un genitore che urla sempre non insegna autocontrollo. Insegna esplosione.
Un genitore che minaccia e poi non mantiene nulla non insegna regole. Insegna che le parole non valgono niente.

Un genitore che cede per sfinimento non insegna amore. Insegna ricatto.
Un genitore che giustifica tutto non protegge il figlio. Lo consegna disarmato alla realtà.

Perché là fuori, prima o poi, qualcuno dirà no.
Qualcuno non lo sceglierà.
Qualcuno lo deluderà.
Qualcuno gli metterà un limite.
Qualcuno gli chiederà conto di quello che ha fatto.
E se quel figlio non è stato allenato a reggere tutto questo, non vivrà il limite come un dato della realtà.

Lo vivrà come un’offesa personale.
Ed è lì che cominciano molti disastri.

Educare significa costruire freni interni.
Significa insegnare che non tutto ciò che provo deve diventare azione.
Non tutto ciò che penso deve diventare parola.
Non tutto ciò che desidero deve essere ottenuto.
Non tutto ciò che mi ferisce mi autorizza a ferire.

Questa è la vera educazione emotiva.
Non quella melassa inutile in cui tutto viene compreso, accolto, diluito e infine giustificato.

Accogliere un’emozione non significa assolvere un comportamento.
Questa distinzione molti adulti dovrebbero tatuarsela nella mente.

Tuo figlio può essere arrabbiato.
Ma non può essere violento.
Può essere triste.
Ma non può usare la tristezza per manipolare.
Può essere frustrato.
Ma non può devastare chi ha intorno.
Può sentirsi ferito.
Ma non può trasformare il dolore in vendetta.

La corteccia prefrontale si allena così:
con limiti chiari, conseguenze coerenti, parole precise, esempi solidi e adulti che non hanno paura di fare gli adulti.

Perché il problema, oggi, non sono solo i figli fragili.
Sono troppi adulti che hanno abdicato.
Adulti che vogliono essere amici, complici, taxi emotivi, avvocati difensori permanenti dei propri figli, ma non guide.

E un figlio senza guida non è più felice.
È più esposto.
Più fragile.
Più arrogante.
Più impreparato.

Un genitore non deve crescere un figlio convinto che il mondo sia costruito intorno ai suoi bisogni.
Deve crescere una persona capace di stare nel mondo senza pretendere di devastarlo ogni volta che qualcosa non va come vuole.

Perché ogni no sostenuto bene, ogni attesa tollerata, ogni errore riparato, ogni frustrazione attraversata, ogni emozione nominata e non agita, costruisce un pezzo di cervello adulto.

E allora diciamolo chiaramente.
L’amore senza regole non è amore. È resa educativa.
E i figli non hanno bisogno di genitori arresi.
Hanno bisogno di adulti presenti, fermi, lucidi, coerenti.
Adulti capaci di dire:
“Ti voglio bene. Proprio per questo non ti lascio diventare schiavo dei tuoi impulsi.”

Perché educare davvero significa questo ossia aiutare un figlio a costruire dentro di sé quel freno, quella lucidità, quella responsabilità che un giorno dovranno funzionare anche quando noi non saremo lì.

Il resto sono scuse.
Comode, fragili e pericolose.

10/09/2026

Non chiediamoci perché Lorena non abbia denunciato.

La domanda sbagliata è: “Perché non lo ha denunciato?”.

Quella corretta è:
che cosa impedisce a tante donne di proteggersi quando hanno già percepito il pericolo?

Spesso entrano in gioco vergogna, senso di colpa, paura di non essere credute, dipendenza economica, isolamento, speranza di un cambiamento e persino compassione per l’aggressore. La vittima può finire per occuparsi della sofferenza di colui dal quale dovrebbe difendersi.

Questo non rende Lorena responsabile della propria morte. Il responsabile è soltanto chi ha progettato e realizzato la violenza.
Ma la sua storia deve diventare un insegnamento perché quando la paura entra in una relazione, non bisogna più ragionare esclusivamente in termini sentimentali.
Bisogna ragionare in termini di rischio.

IL DECALOGO DI SICUREZZA
1. Credete alla vostra paura
Se temete la sua reazione, non minimizzate. La paura è un’informazione, non una colpa. Non occorre attendere l’aggressione più grave per riconoscere il pericolo.
2. Chiamate la violenza con il suo nome
Minacce, spinte, schiaffi, strangolamenti, controllo del telefono, pedinamenti, ricatti, umiliazioni e limitazioni economiche non sono “litigi di coppia”. Sono condotte violente e persecutorie.
3. Raccontate tutto a persone affidabili
Individuate almeno due persone che conoscano la situazione. Condividete nomi, indirizzi, fotografie, messaggi e spostamenti. Concordate una parola in codice da utilizzare quando avete bisogno che venga chiamato immediatamente il 112.
4. Non annunciate la separazione durante un litigio
Se esistono precedenti di violenza o minacce, pianificate l’allontanamento con professionisti e persone fidate. Non comunicate in anticipo dove andrete e non affrontate l’uomo da sole.
5. Evitate “l’ultimo incontro chiarificatore”
Quando un uomo non accetta la fine, l’ultimo incontro può diventare il luogo dell’aggressione. Se uno scambio è indispensabile, deve avvenire attraverso legali, intermediari o in condizioni di assoluta sicurezza.
6. Conservate le prove senza mettervi in pericolo
Salvate messaggi, e-mail, fotografie delle lesioni, referti, registrazioni consentite e testimonianze. Conservatene una copia in uno spazio digitale sicuro o consegnatela a una persona fidata. La documentazione può essere decisiva per ricostruire l’escalation.
7. Rivolgetevi subito a un centro antiviolenza
Il 1522 è gratuito, attivo 24 ore su 24 e offre anche un servizio via chat con operatrici specializzate. Può orientare verso i centri antiviolenza presenti sul territorio e aiutare a predisporre un piano personalizzato. Sito ufficiale 1522
8. Segnalate e denunciate
Non pensate alle conseguenze che subirà l’autore della violenza: pensate a quelle che potreste subire voi se nessuno interviene.

Anche familiari e amici che conoscano una situazione grave devono smettere di tacere e chiedere l’intervento delle autorità.
9. Proteggete telefono, account e posizione
Cambiate password e codici di accesso; disattivate la condivisione della posizione; controllate dispositivi collegati, localizzatori e accessi alle applicazioni. Non pubblicate sui social il luogo in cui vi siete rifugiate.
10. Nel pericolo immediato chiamate il 112

Se l’uomo vi segue, vi aspetta sotto casa, tenta di entrare, possiede armi, minaccia di uccidere voi o se stesso, vi ha già strangolate o l’aggressività sta aumentando, non affrontatelo: raggiungete un luogo sicuro e chiamate immediatamente il 112.

NON PROTEGGETE CHI VI FA PAURA
Non possiamo sapere con certezza che cosa sarebbe accaduto se Lorena avesse denunciato. Nessuno possiede il diritto di riscrivere una tragedia attribuendo alla vittima il peso di ciò che non ha fatto.
Possiamo però affermare una cosa:
la denuncia, il coinvolgimento di un centro antiviolenza e l’attivazione di una rete di protezione rappresentano le possibilità concrete per interrompere un’escalation.

Non garantiscono che ogni rischio scompaia, ma non chiedere aiuto lascia la vittima sola davanti all’aggressore.

Lorena non è morta perché era fragile. Non è morta perché aveva amato troppo. È morta perché un uomo non ha tollerato che lei esercitasse il diritto più elementare: andarsene.

La sua sensibilità non deve essere usata contro di lei. La sua storia non deve essere trasformata nell’ennesima cronaca destinata a scomparire dopo pochi giorni.

Deve restarci una frase, netta e impossibile da fraintendere:

Se un uomo vi fa paura, non preoccupatevi di non rovinare lui. Preoccupatevi di salvare voi stesse.

02/07/2026
02/07/2026

LA GENTILEZZA È LA FORMA PIÙ ALTA DELL’INTELLIGENZA

Si dice che Tolstoj sostenesse che l’intelligenza di una persona si misura dalla sua gentilezza.
Che la frase sia sua oppure no, il suo significato resta profondamente vero.
Oggi siamo abituati a confondere l’intelligenza con la velocità di risposta, con la cultura, con il successo o con la capacità di prevalere sugli altri.
Ma l’intelligenza più rara è un’altra.
È quella che sa ascoltare senza interrompere.
Che sa rispettare senza umiliare.
Che sa usare le parole per costruire e non per ferire.
Essere gentili non significa essere deboli.
Significa avere abbastanza forza da non aver bisogno dell’arroganza.
Forse, alla fine, una persona non si ricorda tanto per quanto fosse brillante, ma per come faceva sentire chi aveva accanto.
E quella è una forma di intelligenza che nessun titolo di studio può insegnare.
Giovanni Nuti

22/06/2026

Un genitore responsabile non agisce così.

Un genitore responsabile non sottrae i figli alla protezione, alle istituzioni, alle regole, alla verità.

Un genitore responsabile non trasforma due minorenni in ostaggi di una guerra personale.

Perché qui il punto è uno solo: i figli non sono proprietà privata.

Non sono strumenti di vendetta.
Non sono pedine da muovere contro l’altro genitore.
Non sono corpi da nascondere.
Non sono vite da trascinare dentro il proprio delirio oppositivo.

Sono persone.
Sono minori.
Sono soggetti fragili che hanno diritto a essere protetti, non sequestrati dentro le ossessioni degli adulti.

E quando una madre arriva a sottrarre due figlie da una struttura protetta, se le accuse verranno confermate, non siamo davanti a “amore materno”.
Siamo davanti al suo esatto contrario.

L’amore protegge.
L’amore non espone.
L’amore non fugge.
L’amore non costringe due ragazze a vivere nascoste per giorni, mentre fuori un Paese intero le cerca.

L’amore non produce paura.
Non produce latitanza.
Non produce clandestinità affettiva.

Chi ama davvero un figlio non lo trascina nel caos.
Non lo usa per regolare conti.
Non lo mette contro il mondo.
Non gli insegna che le regole valgono solo quando fanno comodo.

Questa vicenda, al netto degli accertamenti giudiziari, ci consegna un’immagine devastante:
adulti che invece di proteggere avrebbero alimentato una sottrazione, una fuga, una frattura, una ferita ulteriore.

E allora diciamolo chiaramente.

Essere madre non significa essere automaticamente adeguata.
Essere madre non significa essere automaticamente protettiva.
Essere madre non significa avere sempre ragione.

La genitorialità non è un titolo biologico.
È una responsabilità quotidiana.

E quando quella responsabilità viene tradita, bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Non siamo davanti a una madre “disperata”.
Non siamo davanti a una storia da giustificare con il solito vittimismo tossico.

Siamo davanti a un comportamento gravissimo, se confermato, che avrebbe messo due minorenni in una condizione di rischio, isolamento e manipolazione.

Un genitore sano collabora con le autorità.
Un genitore sano tutela i figli anche quando non ottiene ciò che vuole.
Un genitore sano antepone il benessere dei figli al proprio ego ferito.

Chi invece trasforma i figli in strumenti della propria battaglia personale non sta amando.

Sta possedendo.

E il possesso non è amore.
È controllo.

E quando il controllo passa sopra la tutela di due minorenni, la risposta deve essere una sola: fermezza assoluta.

Perché i bambini e gli adolescenti non si salvano assecondando gli adulti disfunzionali.

Si salvano proteggendoli da loro.

20/05/2026
22/11/2025

È gravissimo. Sentire un ministro della Repubblica affermare, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che «nel codice genetico dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi» è inaccettabile.

È ancora più inquietante che una ministra affermi, senza supporto empirico, che «non c’è correlazione tra l’educazione sessuo-affettiva a scuola e una diminuzione dei femminicidi».

Facciamo chiarezza.

Le dinamiche patriarcali, la sopraffazione maschile, la violenza di genere NON sono “codificate nel DNA” dei maschi. Sono cultura, potere, stereotipi, narrazioni sociali e modelli familiari che si tramandano, non predisposizioni biologiche inevitabili.

Affermazioni del tipo “è nel codice genetico” servono solo a naturalizzare la violenza maschile, a sminuire la responsabilità degli uomini e della società, a nascondere che dietro ogni femminicidio c’è una scelta, c’è una storia, c’è un contesto.

Dichiarare che l’educazione sessuo-affettiva “non serve” alla prevenzione dei femminicidi è un passo indietro. Negare o minimizzare l’importanza della prevenzione culturale e relazionale significa ignorare decenni di ricerche che evidenziano come l’educazione al rispetto, al consenso, all’uguaglianza agisca come fattore protettivo. (Anche se non è l’unica risposta, è parte imprescindibile.)

Quando il governo affida toni, parole e significati a ministri che parlano di “tara mentale” o di “codice genetico” che resiste alla parità, significa che non è davvero al lavoro su una strategia di cambiamento culturale, ma su una retorica che giustifica l’immobilismo.

Significa che il discorso pubblico sulle donne, sulla violenza maschile, sulle relazioni di potere è ancora dominato da logiche patriarcali, da mentalità che vedono l’uguaglianza come un ostacolo da “naturalizzare” anziché un obiettivo da costruire.

Significa che chi è vittima di violenza, chi subisce discriminazioni, chi si impegna quotidianamente nella prevenzione, viene ignorato o banalizzato. Perché “non è colpa dell’uomo”, è “il suo DNA”.

Dobbiamo usare parole chiare, senza scuse, per descrivere il fenomeno: violentatori che agiscono in un sistema di potere, culture che legittimano la sopraffazione, istituzioni che spesso tergiversano. Non “tara genetica”, non “resistenza subconscia”.

Chi ha potere (anche istituzionale) ha anche responsabilità precise.

Se un ministro agisce come magistrato da anni, come nel caso di Carlo Nordio, quando pronuncia concetti di questo tipo, dovrebbe misurare bene la gravità delle parole perché queste parole investono, coinvolgono, definiscono le politiche, il tono pubblico, le priorità. Eppure lui parla come se la violenza contro le donne fosse una conseguenza inevitabile dell’essere “maschio”. Non è così. Non può esserlo.

Se una ministra per le pari opportunità, come Eugenia Roccella, sminuisce l’educazione affettiva e relazionale scolastica come strumento marginale, sta fraintendendo gravemente il ruolo della prevenzione nelle scuole: la scuola non è solo luogo di trasmissione di nozioni, ma di trasformazione relazionale, di modelli. È da lì che devono passare il rispetto, il consenso, la parità.

Basta con queste metafore genetiche che aboliscono la responsabilità degli adulti.

Investiamo nella cultura del rispetto, nelle scuole, nelle famiglie, nella giustizia riparativa e nella prevenzione.

Rifiutiamo chi propone che “la violenza maschile è nel DNA”. Perché se è così, allora non resta che rassegnarsi m…e non accetterò mai la rassegnazione su un punto così fondamentale.

…non possiamo tollerare che al vertice delle istituzioni ci siano voci che parlano di incapacità di tollerare la parità tra i generi come di un male da “rimuovere dal subconscio degli uomini”. O, addirittura, dal loro DNA.

La parità non è un optional, non è un favore, non è un “obbligo che pesa”.

È un fondamento civico, è un diritto, è una condizione della convivenza democratica. E chi non lo capisce, o lo ostacola con retoriche tossiche, va chiamato fuori dal campo di battaglia perché non è in grado di affrontarla.

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