28/06/2026
IL TEMPO DEL LETARGO ESTIVO
Per millenni l’essere umano ha vissuto accordandosi ai ritmi della natura. Il giorno e la notte, il caldo e il freddo, le stagioni fertili e quelle sterili, il tempo dell’azione e quello del riparo non erano semplici variazioni, ma condizioni reali e necessarie. Anche il mondo animale e vegetale conosce questa sapienza: ci sono momenti in cui sopravvivere significa ridurre il movimento, rallentare il metabolismo, consumare meno energia, proteggersi. Esiste persino una parola per questo: “estivazione”. È una forma di quiescenza, una sorta di “letargo estivo” adottato da alcuni animali e piante per attraversare climi caldi e secchi. Rallentando il metabolismo, questi organismi evitano la disidratazione e superano la scarsità di risorse nei mesi più torridi. È intelligenza biologica.
Noi, invece, sembriamo aver dimenticato questa intelligenza antica. Continuiamo a vivere come se il nostro livello di attività dovesse restare sempre uguale, in ogni stagione, in ogni passaggio, in ogni condizione interna ed esterna. Ci diciamo: “non posso fermarmi”, “devo andare”, “devo produrre”, “restare efficiente”. Come se ogni tregua fosse una colpa, segnale di un fallimento personale.
Naturalmente, a questo punto, il tecno-entusiasta di turno potrebbe obiettare: sì, va bene la natura, le stagioni, gli animali che estivano, ma noi ci siamo evoluti. Non siamo più nelle caverne, abbiamo la scienza, la tecnologia, l’aria condizionata, la possibilità di lavorare, viaggiare, produrre e fare più o meno quello che ci pare anche quando fuori ci sono quaranta gradi. Ed è vero. Ci siamo evoluti. Abbiamo costruito strumenti straordinari per proteggerci dalla fatica, dal caldo, dal buio, dalla scarsità, dai limiti del corpo. Il problema non è l’aria condizionata, il problema è l’illusione che, siccome possiamo neutralizzare alcune condizioni esterne, allora possiamo ignorare tutte le condizioni interne.
Possiamo raffreddare una stanza, ma non possiamo raffreddare l’ansia. Possiamo illuminare la notte, ma non possiamo eliminare il bisogno di riposo. Possiamo velocizzare le comunicazioni, gli spostamenti, il lavoro, ma non possiamo pretendere che la psiche segua lo stesso ritmo senza presentare, prima o poi, il conto. Ci siamo evoluti, sì, ma a che prezzo, se l’evoluzione diventa la pretesa di non avere più soglie, di non avere più stagioni?
Chiedersi “perché ho costruito una vita che esige da me una tenuta costante?”. Perché abbiamo impostato la nostra esistenza su un livello di attività continuo, iperproduttivo, senza vuoti, senza spazio tra una cosa e l’altra? E soprattutto: che cosa temiamo possa accadere se ci fermiamo davvero, o anche solo se rallentiamo?
Il terrore di fermarsi, “mettersi in letargo”, anche per poco, raramente riguarda solo l’organizzazione pratica della giornata; spesso ha a che fare con ciò che emerge in quel vuoto. Fermarsi può voler dire sentire la stanchezza, la rabbia, la tristezza, il desiderio, l’insoddisfazione. E allora via col movimento, il riempimento. Spesso una difesa, una fuga elegante, socialmente premiata.
Rallentare, invece, può diventare un gesto terapeutico. Non significa scomparire, lasciarsi andare all’inerzia, ma concedersi una tregua, non contrastare ogni mutamento come se fosse un nemico. Significa riconoscere che anche il corpo cambia ritmo, che anche la psiche ha le sue stagioni, e che ad ogni stagione, ne seguirà un’altra.
Silvia Boschero
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