Dott.ssa Silvia Boschero - Psicologa clinica

Dott.ssa Silvia Boschero - Psicologa clinica Psicologa clinica di orientamento umanistico, gestalt e transpersonale (psicosintetico). Ricevo online o in presenza a Roma

Un centimetro oltre l’ereditàLarissa Iapichino, la nostra campionessa di salto in lungo, ha battuto di un centimetro il ...
05/07/2026

Un centimetro oltre l’eredità
Larissa Iapichino, la nostra campionessa di salto in lungo, ha battuto di un centimetro il record italiano di sua madre, Fiona May. Un centimetro nello sport è un'immensità, e nella psiche anche. È inevitabile leggere in quel centimetro qualcosa che riguarda il rapporto tra genitori e figli, tra eredità e individuazione personale.
C’è una bellezza profonda nell’idea che un figlio possa superare un genitore, ma bisogna maneggiarla con cura, perché la retorica del superamento può diventare subito una trappola. Non tutti i figli devono andare più lontano dei padri o delle madri per essere liberi, ma soprattutto non tutti i genitori dovrebbero misurare la riuscita della propria vita attraverso le prestazioni dei figli. Anzi, molte sofferenze nascono proprio lì: dall’aspettativa, spesso non detta ma potentissima, che un figlio debba continuare, riscattare, confermare o addirittura completare il destino del genitore.
Sono certissima che per Fiona May e per Gianni Iapichino, due enormi sportivi e campioni italiani, è esattamente così: il passaggio sano non è “battere” il genitore, ma trovare la propria strada, il proprio demone. "Vengo da te, ma non sono te; porto qualcosa della tua storia, ma non sono obbligato a ripeterla".
Ba***re un record che dura da 28 anni, per di più detenuto dalla propria madre, è certamente una cosa grandiosa: sportiva e umana, è il segno che la vita ha fatto magnificamente il suo corso.
Il punto, però, è che sarebbe andata bene anche se Larissa non avesse superato Fiona May. Anche se avesse fatto semplicemente qualcosa di completamente diverso, ma sempre qualcosa di profondamente e gioiosamente suo.

IL TEMPO DEL LETARGO ESTIVOPer millenni l’essere umano ha vissuto accordandosi ai ritmi della natura. Il giorno e la not...
28/06/2026

IL TEMPO DEL LETARGO ESTIVO

Per millenni l’essere umano ha vissuto accordandosi ai ritmi della natura. Il giorno e la notte, il caldo e il freddo, le stagioni fertili e quelle sterili, il tempo dell’azione e quello del riparo non erano semplici variazioni, ma condizioni reali e necessarie. Anche il mondo animale e vegetale conosce questa sapienza: ci sono momenti in cui sopravvivere significa ridurre il movimento, rallentare il metabolismo, consumare meno energia, proteggersi. Esiste persino una parola per questo: “estivazione”. È una forma di quiescenza, una sorta di “letargo estivo” adottato da alcuni animali e piante per attraversare climi caldi e secchi. Rallentando il metabolismo, questi organismi evitano la disidratazione e superano la scarsità di risorse nei mesi più torridi. È intelligenza biologica.
Noi, invece, sembriamo aver dimenticato questa intelligenza antica. Continuiamo a vivere come se il nostro livello di attività dovesse restare sempre uguale, in ogni stagione, in ogni passaggio, in ogni condizione interna ed esterna. Ci diciamo: “non posso fermarmi”, “devo andare”, “devo produrre”, “restare efficiente”. Come se ogni tregua fosse una colpa, segnale di un fallimento personale.
Naturalmente, a questo punto, il tecno-entusiasta di turno potrebbe obiettare: sì, va bene la natura, le stagioni, gli animali che estivano, ma noi ci siamo evoluti. Non siamo più nelle caverne, abbiamo la scienza, la tecnologia, l’aria condizionata, la possibilità di lavorare, viaggiare, produrre e fare più o meno quello che ci pare anche quando fuori ci sono quaranta gradi. Ed è vero. Ci siamo evoluti. Abbiamo costruito strumenti straordinari per proteggerci dalla fatica, dal caldo, dal buio, dalla scarsità, dai limiti del corpo. Il problema non è l’aria condizionata, il problema è l’illusione che, siccome possiamo neutralizzare alcune condizioni esterne, allora possiamo ignorare tutte le condizioni interne.
Possiamo raffreddare una stanza, ma non possiamo raffreddare l’ansia. Possiamo illuminare la notte, ma non possiamo eliminare il bisogno di riposo. Possiamo velocizzare le comunicazioni, gli spostamenti, il lavoro, ma non possiamo pretendere che la psiche segua lo stesso ritmo senza presentare, prima o poi, il conto. Ci siamo evoluti, sì, ma a che prezzo, se l’evoluzione diventa la pretesa di non avere più soglie, di non avere più stagioni?
Chiedersi “perché ho costruito una vita che esige da me una tenuta costante?”. Perché abbiamo impostato la nostra esistenza su un livello di attività continuo, iperproduttivo, senza vuoti, senza spazio tra una cosa e l’altra? E soprattutto: che cosa temiamo possa accadere se ci fermiamo davvero, o anche solo se rallentiamo?
Il terrore di fermarsi, “mettersi in letargo”, anche per poco, raramente riguarda solo l’organizzazione pratica della giornata; spesso ha a che fare con ciò che emerge in quel vuoto. Fermarsi può voler dire sentire la stanchezza, la rabbia, la tristezza, il desiderio, l’insoddisfazione. E allora via col movimento, il riempimento. Spesso una difesa, una fuga elegante, socialmente premiata.
Rallentare, invece, può diventare un gesto terapeutico. Non significa scomparire, lasciarsi andare all’inerzia, ma concedersi una tregua, non contrastare ogni mutamento come se fosse un nemico. Significa riconoscere che anche il corpo cambia ritmo, che anche la psiche ha le sue stagioni, e che ad ogni stagione, ne seguirà un’altra.
Silvia Boschero
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“Dottoressa ho portato il quaderno delle emozioni. Ho annotato che quando vedo qualcosa tipo qualcuno che si abbraccia p...
19/06/2026

“Dottoressa ho portato il quaderno delle emozioni. Ho annotato che quando vedo qualcosa tipo qualcuno che si abbraccia per strada oppure un tramonto, mi viene la pelle d’oca. Che roba strana, mi fa paura!”
Me l’ha detto una ragazza molto giovane, una di quelle che arrivano in terapia convinte di non sentire abbastanza, di avere dentro una specie di vuoto, un difetto di fabbricazione dell’anima. Si descrivono come anestetizzate, fredde, forse sbagliate, e portano questa diagnosi privata con una serietà dolorosa e preoccupata. Per loro le emozioni non hanno ancora un nome, tantomeno quelle che scuotono il corpo provocando ansie insostenibili. Le emozioni, prima di diventare parole ordinate (gioia, tristezza, rabbia, tenerezza, paura) spesso arrivano in forma confusa e sottile: una stretta al petto, un nodo alla gola, gli occhi che si riempiono senza un motivo spiegabile, oppure quella pelle d’oca che compare davanti a un abbraccio visto per strada o a un tramonto. Il corpo registra, risponde, vibra. Solo che chi non ha ricevuto abbastanza fiducia nelle proprie sensazioni, finisce per guardarle con sospetto, come se ogni movimento interno fosse un allarme.
Nel suo quaderno delle emozioni, quella ragazza aveva annotato proprio questo: la pelle d’oca davanti a qualcosa di bello. Ovviamente mi si è subito squarciato il cuore. E mi è sembrata una frase preziosa, perché conteneva già una smentita silenziosa della sua paura di vuoto, di anestesia. Portava una presenza ancora timida, forse impaurita, ma viva. Quella pelle d’oca diceva: qualcosa del mondo mi attraversa, lascia un segno.
In terapia, a volte, non si tratta di “tirare fuori” emozioni che non ci sono, né di fabbricare intensità dove sembra esserci aridità, piuttosto si tratta di restituire dignità a ciò che già accade, di renderlo manifesto: “guardati… sei viva, sei meravigliosa!”. Di aiutare una persona a non scambiare la delicatezza per debolezza o la sensibilità per difetto. Sembra scontato, ma oggi con i giovanissimi capita che sia necessario sottolinearlo. Spazzare via quel deserto emotivo che la famiglia, le difficoltà, i traumi, hanno lasciato a seccare sotto il sole. Serve tempo, allora, e uno sguardo meno spietato, per accorgersi che dentro non c’era il deserto: c’era un giardino fiorito che aspettava solo di essere visto e raccontato nel modo giusto.
Silvia Boschero - Psicologa Clinica
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La vittoria di Zverev al Roland Garros mi ha colpita non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano. Zverev è un a...
08/06/2026

La vittoria di Zverev al Roland Garros mi ha colpita non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano. Zverev è un atleta con diabete mellito di tipo 1, insulino-dipendente, e credo che questo aspetto dica molto più di quanto sembri.
Il diabete di tipo 1 è una malattia che molti conoscono solo in superficie. Spesso viene ridotta al solito “devi stare attento agli zuccheri”, come se fosse una questione dietetica, mentre è qualcosa di molto più complesso, continuo, invasivo. È una malattia nascosta: non la porti scritta in faccia, gli altri non la vedono, non la immaginano, non capiscono quanta parte della tua giornata sia occupata dal monitoraggio, dalla prevenzione, dall’ascolto costante di segnali corporei che possono cambiare rapidamente, e degenerare altrettanto rapidamente.

Io ho una persona cara, carissima, in famiglia, il Signor G., che convive con il diabete di tipo 1 da quando era un ragazzo, e attraverso di lui ho potuto comprendere meglio quanto questa malattia sia subdola. Non perché impedisca di vivere, anzi: molte persone diabetiche vivono, lavorano, amano, fanno sport, viaggiano, costruiscono vite piene. Ma lo fanno portandosi dietro un livello di attenzione che gli altri non vedono. Ed è proprio questo il punto: c’è una fatica silenziosa, una vigilanza quotidiana, una forma di disciplina intima che non fa rumore, ma c’è sempre.
Per un atleta tutto questo diventa ancora più impressionante. Un corpo sottoposto a sforzo estremo, stress, adrenalina, pressione emotiva, aspettative, paura, rabbia, concentrazione: tutto può incidere sulla glicemia, e la glicemia a sua volta può incidere sull’umore, sull’energia, sulla lucidità, sulla tenuta mentale. Corpo e psiche non sono due reparti separati, con buona pace di chi ancora ragiona come se fossimo una macchina da sistemare quando va in tilt. Il corpo parla alla mente e la mente parla al corpo. A volte si sostengono, a volte si disturbano, a volte si mandano messaggi chiarissimi che però noi facciamo finta di non sentire.

Per questo mi interessa la storia di Zverev. Non solo perché “ha vinto nonostante il diabete”, formula che rischia di trasformare tutto in eroismo da giornalsmo di serie B. Mi interessa perché mostra qualcosa di più profondo: la possibilità di conoscere il proprio limite, non negarlo, non subirlo passivamente, ma integrarlo nella propria identità. Che è poi una delle grandi questioni psicologiche della vita: cosa facciamo con ciò che non abbiamo scelto? Lo odiamo? Lo nascondiamo? Ci identifichiamo completamente con quello? Oppure impariamo, lentamente, a farci i conti e a costruire una forma di forza più intelligente?
La forza non è solo spingere, resistere, stringere i denti. Quella è la versione un po’ muscolare e spesso anche un po’ ottusa della forza. Esiste una forza molto più raffinata: quella di chi sa ascoltarsi, regolarsi, fermarsi quando serve, ripartire quando può, riconoscere i segnali del corpo senza viverli come un tradimento. Una forza fatta di presenza, di conoscenza di sé, di alleanza con la propria fragilità.

E forse è questa la lezione che possiamo prendere da una storia come questa, anche se non siamo atleti e anche se non abbiamo il diabete. Ognuno di noi ha un corpo che non può comandare come un tiranno né ignorare fino al crollo. Ognuno ha le proprie vulnerabilità, le proprie zone sensibili, le proprie “particolarità” (chiamiamole così), perché non tutto ciò che ci limita deve diventare una condanna.
Il corpo ci traghetta attraverso la vita, è il luogo in cui la nostra storia psichica si deposita, è la nostra barca. Prendersene cura non significa inseguire una perfezione astratta, ma imparare una forma più adulta di rispetto: sapere chi siamo, che cosa ci accende, che cosa ci destabilizza, che cosa ci chiede attenzione. In questo senso, la vittoria di Zverev mi riempie di gioia, di ammirazione, di rispetto.
Non parla solo di tennis, ma di quella fatica invisibile che alcune persone portano ogni giorno senza farne uno spettacolo.
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Più studio le cosiddette “nuove” tendenze della psicologia contemporanea, più mi sembra evidente una cosa: molte di esse...
30/05/2026

Più studio le cosiddette “nuove” tendenze della psicologia contemporanea, più mi sembra evidente una cosa: molte di esse stanno andando in una direzione che Roberto Assagioli aveva già tracciato quasi cento anni fa con la psicosintesi.
Oggi parliamo di mindfulness, Sé osservante, accettazione, valori, azione impegnata, lavoro con le parti interiori, integrazione della personalità, centralità della relazione terapeutica, tecniche immaginative. Tutti concetti preziosi, grazie a dio ci siamo arrivati.
La psicosintesi aveva già messo al centro l’idea che noi non siamo soltanto i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri ruoli o le nostre paure. Possiamo osservarli, riconoscerli, disidentificarci da essi, entrare in rapporto con le nostre diverse parti interiori senza esserne dominati e soprattutto possiamo cercare una sintesi più ampia, una direzione, un centro.
Assagioli parlava di volontà non come controllo rigido, ma come capacità di scegliere e orientare la propria vita secondo ciò che ha valore. Parlava di integrazione, di consapevolezza, di parti della personalità, di crescita.
Molti approcci contemporanei (dall’ACT alle terapie basate sulla mindfulness, dal lavoro con le parti agli orientamenti integrativi e relazionali) sembrano riscoprire, con altri nomi e altri linguaggi molto codificati, intuizioni che la psicosintesi aveva già formulato in modo sorprendentemente moderno cento anni fa
Questo non significa sminuire le psicoterapie attuali, significa però riconoscere una genealogia.
Probabilmente la psicosintesi è stata una psicologia in anticipo.
E oggi, mentre moltiplichiamo tecniche, protocolli, inglesismi e acronimi, tornare ad Assagioli può ricordarci una cosa essenziale: la cura non è solo riduzione del sintomo, è soprattutto la possibilità di diventare più interi, più liberi in collegamento con il nostro Sé.
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22/05/2026

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IL PROBLEMA E' LA MANCANZA DI REGOLE?Ogni epoca produce i suoi smarrimenti.In “Pastorale americana” di Philip Roth, Merr...
16/05/2026

IL PROBLEMA E' LA MANCANZA DI REGOLE?

Ogni epoca produce i suoi smarrimenti.
In “Pastorale americana” di Philip Roth, Merry, la figlia del vincente "Svedese", cresce dentro una famiglia alto-borghese americana, ordinata, benestante, perfetta. Siamo negli anni Sessanta: da una parte c’è il sogno americano con la sua promessa di successo, decoro, famiglia, prosperità. Dall’altra ci sono le lotte civili, il Vietnam, la rabbia, il rifiuto, la voce di chi resta fuori dalla cartolina luminosa dell'american dream.
Merry non odia solo le regole della sua famiglia, odia la cecità di quel sogno. Per lei il problema sembrano essere proprio le regole: quelle della famiglia, della classe sociale, della rispettabilità e dunque la sua rottura è radicale: prima la lotta politica violenta, poi una forma estrema di rinuncia e non-violenza, fino a cancellarsi tra gli ultimi. Come se l’unico modo per non essere complice di quel mondo fosse scomparire ad esso.

Mi è tornata in mente Merry, che è una delle pagine più lancinanti di tutta la letteratura di Roth, pensando ad alcuni ragazzi di oggi: intelligenti, doloranti, sensibilissimi, in fuga. Anche loro in rotta con la propria provenienza sociale, anche loro disturbati da una società che percepiscono come non autentica, asfittica. Solo che in loro il movimento sembra opposto: Merry si ribella a un eccesso di forma, loro soffrono per una mancanza di forma. Lei combatte un mondo che impone una rispettabilità ipocrita, loro sembrano cercare un confine in un mondo che, pur avendoli sostenuti, non ha dato loro abbastanza limite, struttura, direzione.
Incredibile a dirsi ma tanti ragazzi oggi cercano il limite, magari passando per l’aggressività, le droghe, la promiscuità, il rifiuto delle emozioni, nonostante (o forse proprio perché) abbiano avuto adulti che si sono posti al loro pari: compagni di viaggio, confidenti, facilitatori, presenza affettuosa, ma non sempre educatori. Genitori che hanno sostenuto molto, ascoltato molto, lasciato molta libertà, ma che hanno faticato a dire no: “questa è una soglia”, “io sono l’adulto e tu puoi appoggiarti anche al mio limite”.
Perché il limite, quando è sano, non è una punizione, è una forma di contenimento, di protezione; è una parete contro cui il ragazzo può sb****re con tutta la propria forza, la propria rabbia, e qui mostrare la propria differenza, individuarsi. Sono ragazzi che “si buttano via”, direbbe qualcuno, che rifiutano la stabilità, le relazioni definite, la casa, l’appartenenza, nonostante abbiano avuto tutto: sostegno, amore, presenza. Tutto questo, da fuori, può sembrare pura distruzione, ma a volte la distruzione è un modo maldestro di cercare una legge, una forma interna, un confine. Qualcosa che dica: qui ci sei tu, qui comincia il mondo, qui puoi scegliere senza dissolverti.
Ogni epoca produce i suoi smarrimenti, dicevamo.
Negli anni Sessanta i ragazzi avevano bisogno di liberarsi da regole soffocanti e da un ordine sociale profondamente ingiusto. Oggi, in certi casi, il dramma è più sottile: una libertà senza orientamento finisce per diventare un labirinto in cui è facile perdersi. Ritrovandosi accanto a Merry.

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LA VITA E' DAVVERO CIO' CHE NE FAI?Life is what you make it, cantavano i Talk Talk negli anni Ottanta, can’t escape it! ...
29/04/2026

LA VITA E' DAVVERO CIO' CHE NE FAI?

Life is what you make it, cantavano i Talk Talk negli anni Ottanta, can’t escape it! La vita è ciò che ne fai, non puoi sfuggirle.
Una frase banale nella sua chiarezza ma se la ascoltiamo bene, non parla solo di volontà, di decisioni, di coraggio... parla anche, e soprattutto, del modo in cui interpretiamo ciò che ci accade.
Perché la vita, in gran parte, sembra adeguarsi alla lente con cui la guardiamo: se il bicchiere è sempre mezzo vuoto, non è solo perché “siamo negativi”. È perché, da qualche parte dentro di noi, abbiamo imparato ad aspettarci il vuoto, abbiamo sviluppato uno sguardo sintonizzato sulla mancanza, la fregatura, la delusione imminente. E allora anche ciò che potrebbe essere una possibilità viene letto come minaccia, un cambiamento diventa perdita, un’occasione diventa qualcosa da cui difendersi.
Non vediamo mai la realtà in modo neutro, la attraversiamo con le nostre rappresentazioni interne: con le ferite antiche, con le aspettative inconsce, con le scene già vissute che tendiamo a ripetere. A volte non reagiamo all’evento presente, ma a tutto ciò che quell’evento risveglia in noi in maniera inconsapevole.
Così la vita diventa davvero “ciò che ne facciamo”, ma non nel senso ottimistico del “basta volerlo”, ma nella misura in cui il nostro mondo interno partecipa continuamente alla costruzione del nostro mondo esterno. Un’impasse, allora, può essere vissuta come la conferma di un fallimento già scritto, di una “geometria esistenziale” come direbbe qualcuno, a cui non riusciamo a sfuggire. Oppure, lentamente, può diventare un punto di svolta. A patto che la geometria esistenziale venga spezzata, sovvertita. Un lutto, una malattia, una difficoltà, possono chiuderci nel dolore, nel risentimento, nella sensazione che il mondo ci debba qualcosa. Oppure possono diventare il luogo da cui ricominciare a chiederci: che cosa posso fare, adesso, con ciò che sono diventato?
Ma se questa predisposizione non c’è? Se non siamo persone naturalmente fiduciose, elastiche, capaci di vedere possibilità dove altri vedono solo macerie? Allora si tratta di iniziare a riconoscere la lente. E domandarsi: sto guardando questa situazione o sto guardando una vecchia storia che si ripete? Sto reagendo al presente o a un copione antico? Sto davvero scegliendo, o sto obbedendo a una parte di me che conosce solo difesa, controllo, rinuncia, dramma?
La psicoterapia lavora anche qui: non cambia magicamente gli eventi, ma cambia la posizione interna da cui li guardiamo. E con lo sguardo, con la lente, cambia anche il destino possibile degli eventi.
Life is what you make it, o meglio: Life is what you tell it: la vita è come te la racconti, è il significato che siamo in grado di dare a ciò che accade.
Silvia Boschero
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ADORATORI DEL SOLEViviamo come se la natura fosse qualcosa di separato da noi, una sorta di fondale silenzioso da attrav...
24/04/2026

ADORATORI DEL SOLE
Viviamo come se la natura fosse qualcosa di separato da noi, una sorta di fondale silenzioso da attraversare, usare o, al massimo, fotografare. Quando la riscopriamo, in fuga dal nostro mondo di cemento, abbiamo bisogno di renderla attraente o vendibile, inventando espressioni new age come “forest bathing” o “immersioni nel verde”, come se fosse necessario un nuovo linguaggio per legittimare qualcosa che, in realtà, ci appartiene da sempre.
La verità è che non abbiamo bisogno di inventare nulla, ma di ricordare. Da quando l'uomo esiste, la natura non è stata pensata come un oggetto inerte, ma come qualcosa di vivo. Già Platone, nel Timeo, descriveva il cosmo come un essere vivente dotato di anima e intelligenza, e il sole come un'entità divina, il "sol invictus" degli antichi romani.
Recentemente il biologo Rupert Sheldrake ricorda come nelle prime forme della teologia cristiana e nel pensiero medievale influenzato da Aristotele e Tommaso d'Aquino, la natura era considerata animata: il sole, la terra, le piante, gli animali partecipavano tutti di un principio vitale, e Dio non era concepito come separato dal mondo, ma come profondamente intrecciato ad esso. In questa visione, la natura era viva, non una macchina.
A un certo punto, però, qualcosa si è incrinato: la riforma protestante e la successiva rivoluzione scientifica hanno progressivamente contribuito a costruire un’immagine del mondo come sistema meccanico, funzionale e prevedibile, ma anche, in qualche modo, muto. Eppure, nonostante questa trasformazione, una traccia di quella visione più antica sembra non essersi mai del tutto spenta.
La si intravede, per esempio, nei bambini, che continuano a disegnare il sole con un volto sorridente, come se fosse naturale attribuirgli una forma di coscienza; ma la si ritrova anche negli adulti, spesso in modo inconsapevole, nella nostra attrazione quasi viscerale per il sole, nelle spiagge affollate e in quel fenomeno che gli inglesi chiamano “sun worshippers”, gli adoratori del sole.
Come se, sotto la superficie della modernità, continuasse a muoversi un bisogno antico di relazione con qualcosa di più grande e vivo.
Oggi, paradossalmente, anche la scienza sembra riavvicinarsi a questa intuizione, pur parlando un linguaggio completamente diverso: tante ricerche mostrano che il contatto con la natura è in grado di ridurre significativamente i livelli di cortisolo, di regolare il sistema nervoso e di migliorare l’umore, l’attenzione e la qualità del sonno. Non si tratta di magia, ma forse non si tratta nemmeno soltanto di biologia.
Forse si tratta di relazione, relazione con qualcosa più grande di noi, che di fatto ci contiene. Forse il punto non è utilizzare la natura per stare meglio, ma riconoscere che siamo parte della stessa vita che cerchiamo. In questa prospettiva, il “sacro” non è qualcosa da aggiungere dall’esterno, ma qualcosa da riattivare nel nostro modo di percepire e abitare il mondo: nel modo in cui guardiamo un albero, nel tempo che concediamo al silenzio, nella possibilità di stare, anche solo per qualche minuto, dentro qualcosa che non abbiamo costruito noi.

Silvia Boschero
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In foto: Il re Akhenaton (a sinistra) con la regina Nefertiti e tre delle loro figlie sotto i raggi del dio del sole Aton, rilievo dell'altare, metà del XIV secolo a.C.; nei Musei Statali di Berlino

CHI SONO I "RAGAZZI DI OGGI"?“I ragazzi di oggi” non esistono. Esistono ragazzi reali: complessi, contraddittori, vulner...
15/04/2026

CHI SONO I "RAGAZZI DI OGGI"?

“I ragazzi di oggi” non esistono. Esistono ragazzi reali: complessi, contraddittori, vulnerabili, acuti, spesso molto più profondi di come gli adulti li raccontano.
Molti sono fortissimi, solidi. Apparentemente. Portano armature impressionanti dietro cui, talvolta, c'è una grande ferita.
Succede soprattutto quando si cresce accanto a figure genitoriali complesse, o con un padre assente, immaturo, emotivamente incapace. In questi casi può capitare che il ragazzo non diventi fragile in modo visibile. Diventa, al contrario, efficiente, lucido, coerente, iperstrutturato. Insomma: diventa quello che non crea problemi, quello che capisce, che risolve, e soprattutto che NON CHIEDE.
Ma il bisogno di essere accuditi non scompare solo perché è stato umiliato o ignorato, piuttosto si nasconde, e da adulto riemerge proprio nei legami.
Così capita che persone rigidissime, razionali, “linee rette”, si leghino a partner opposti: incoerenti, creativi, imprevedibili, sfuggenti, emotivamente poco strutturati. Non perché siano “stupide”, non perché “si cerchino i problemi”, e nemmeno perché “gli opposti si attraggono”.
Ma perché lì stanno proiettando (o cercando disperatamente) pezzi decisivi di sé: l’affetto mancato, la vitalità repressa, la spontaneità proibita e soprattutto il desiderio infantile di essere finalmente presi per mano da qualcuno di cui fidarsi, a cui affidarsi.
Chi ha una ferita narcisistica profonda, spesso senza rendersene conto, non cerca soltanto amore, cerca riparazione. È come se volesse ridipingere il quadro della propria infanzia in una forma finalmente giusta, con colori caldi, accesi.
Come se, nel film della sua vita volesse rigirare una scena antica in cui qualcuno dica: “Questa volta ci sono io. Ti tengo. Lasciati andare”. Romantico sì, accogliente sì, quello che tutti noi abbiamo il diritto di avere!
E spesso usa il legame anche come contenitore delle proprie paure: finché l’altro c’è, sembra che regga lui, quando l’altro va via, arriva il panico. Ma a volte proprio lì emerge una verità scomoda e preziosa: che si soffre, sì, ma non si crolla. Che l’altro conteneva le nostre paure solo perché gliele avevamo affidate.
E che la forza che vedevamo in lui era, almeno in parte, una forza nostra.
Molte identità forti sono costruzioni nate dalla ferita, non dalla pace, e molte persone “solidissime” sono bambini antichi che hanno imparato a sopravvivere attraverso il controllo.
E molte storie d’amore non parlano soltanto d’amore: parlano di padri mancati, di fame affettiva, di narcisismo ferito, di bisogni che non si sono mai estinti.
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