24/08/2026
QUANDO CAMBIA IL VENTO
C’è qualcosa di psicologicamente interessante nella rapidità con cui, in questi giorni, molte persone sembrano prendere le distanze dalla cosiddetta cultura woke.
Fino a poco tempo fa persino mettere in discussione alcuni suoi aspetti poteva significare essere immediatamente collocati dalla parte sbagliata della storia. Appestati. Oggi, quasi improvvisamente, si moltiplicano i distinguo: forse abbiamo esagerato, forse alcune battaglie identitarie sono diventate autoreferenziali, forse il linguaggio ha finito per occupare lo spazio della realtà, forse occorre tornare a parlare anche di lavoro, povertà, casa, solitudine, disuguaglianze.
Negli ultimi anni lo zelo woke ha prodotto un pericoloso paradosso: nel tentativo di riconoscere ogni differenza, abbiamo cominciato a costruire categorie su categorie, definizioni sempre più minute, appartenenze sempre più specifiche. Ma più aumentavano le categorie, più sembrava aumentare anche la distanza tra le persone: uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, cisgender e transgender… Identità continuamente nominate, precisate, delimitate. E il rischio è diventato realtà: a forza di voler rendere visibili le differenze, abbiamo finito per trasformarle in confini; e quando ogni relazione viene interpretata attraverso l’appartenenza a una categoria, l’altro rischia di non essere più semplicemente una persona, diventa il rappresentante del proprio gruppo. Non ci si incontra più, ci si posiziona.
Ieri su Instagram mi sono soffermata su una giovane dottoranda in filosofia che si occupa di “femminismi e pornografie” e che, come spesso accade sul suo canale, ci ha messo in guardia da un comportamento, questo classificato come “petromascolinità”, ovvero quel modo di essere che “unisce il cambiamento climatico, le bistecche e i capi famiglia”.
C’è del ridicolo, ma anche del tragico, quando un movimento emancipatorio giudica fortemente e cataloga qualsiasi rappresentazione del reale fino a trasformarsi in una nuova ortodossia.
E allora accade che possiamo ribellarci alla famiglia tradizionale fino a trasformarla in qualcosa di cui quasi doversi giustificare; possiamo liberare le donne dall’obbligo della maternità e arrivare, paradossalmente, a guardare con sospetto una donna che desideri profondamente essere madre; possiamo mettere in discussione modelli rigidi di maschile e femminile e finire per costruirne altri, altrettanto rigidi.
Lo vedo nella stanza della terapia: ragazzi vergognarsi e scusarsi di essere uomini. Li vedo mettere le mani avanti, terrorizzati all’idea di ve**re additati alla gogna pubblica come “maschi tossici”. Li vedo prendere le distanze da una parte fondamentale della propria identità prima ancora di aver avuto la possibilità di conoscerla, integrarla, renderla adulta.
Non sto parlando di ragazzi aggressivi o violenti, né di persone che rifiutano di interrogarsi sui propri comportamenti. Sto parlando di ragazzi spesso sensibili, rispettosi, pieni di dubbi, che hanno interiorizzato l’idea che la loro mascolinità sia, in partenza, qualcosa di sospetto e sbagliato. E questo produce tantissima sofferenza.
E produce vergogna, inibizione, paura del giudizio, difficoltà a desiderare, a prendere iniziativa, a stare dentro il conflitto senza sentirsi immediatamente colpevoli. Produce ragazzi che non sanno più distinguere tra l’essere responsabili dei propri comportamenti e il sentirsi responsabili, in quanto uomini, di tutto ciò che altri uomini hanno fatto.
Una parte enorme del disagio dei ragazzi oggi nasce anche da qui: da un dibattito pubblico dopato, che ha trasformato l’identità maschile in un problema da sorvegliare prima ancora che in una dimensione da comprendere.
Negli ultimi anni abbiamo parlato moltissimo di identità e molto meno di ambivalenza, molto di riconoscimento e poco di conflitto interiore. Ma soprattutto abbiamo affibbiato categorie a ciò che di meno catalogabile esista al mondo: l’individuo, che per antonomasia è contraddittorio, mutevole, spesso incoerente.
La psiche umana, purtroppo per le ideologie, non ama stare nelle caselle. Chi ama starci sono spesso quelli che dalle polarizzazioni ci guadagnano e che, quando cambia il vento, cambiano casacca. Come sta accadendo.