Anna Maria Giannini

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Anna Maria Giannini Professore Ordinario di psicologia generale, psicologia giuridica e forense - “Sapienza” Università di Roma.

Direttrice del Dipartimento di Psicologia e Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Giuridica e Forense e Criminologica

Quando si parla di disagio adolescenziale e di violenza tra i più giovani, cercare una sola causa rischia di essere fuor...
05/10/2026

Quando si parla di disagio adolescenziale e di violenza tra i più giovani, cercare una sola causa rischia di essere fuorviante.

Le situazioni sono diverse, così come i contesti e le storie personali. Ma alcuni elementi ricorrono: l’esposizione prolungata alla rete senza adeguati strumenti critici, la difficoltà nel riconoscere le conseguenze delle proprie azioni, la perdita di punti di riferimento e, in alcuni casi, una progressiva normalizzazione della violenza.

Il problema non è la rete in sé. I social e il digitale fanno ormai parte della vita quotidiana e possono offrire opportunità importanti. La questione è imparare ad abitarli con consapevolezza.

Quando immagini, linguaggi aggressivi e comportamenti violenti diventano una presenza continua sullo schermo, il rischio è che perdano progressivamente la loro gravità. Si può arrivare a non percepire più fino in fondo il dolore provocato all’altro, né le conseguenze reali di determinate azioni.

È qui che il ruolo degli adulti diventa fondamentale.

Famiglia e scuola devono poter costruire un vero patto educativo, fondato sull’ascolto, sul dialogo e sulla capacità di porre limiti. Non un controllo costante e invasivo, che può generare insofferenza, ma una presenza capace di trasmettere fiducia e, insieme, responsabilità.

Anche i “no” hanno una funzione educativa. Imparare ad attendere, tollerare una frustrazione, accettare che non tutto possa essere ottenuto immediatamente significa acquisire strumenti indispensabili per affrontare la vita.

In una società costruita sempre più sul feedback istantaneo, sui like e sullo scroll continuo, educare all’attesa, all’empatia e alle conseguenze delle proprie azioni diventa una responsabilità collettiva.

Per intercettare il disagio non esistono formule semplici. Ma esistono due strumenti che restano insostituibili: **esserci e ascoltare**.

Nei casi di cronaca è fondamentale non fermarsi alla superficie, ma considerare relazioni, contesti e conseguenze.A Piet...
21/09/2026

Nei casi di cronaca è fondamentale non fermarsi alla superficie, ma considerare relazioni, contesti e conseguenze.

A Pietracatella le indagini devono prendere in esame ogni possibilità, senza escludere né l’ipotesi accidentale né quella di un delitto maturato in un contesto di vicinanza.

Nel caso Garlasco, invece, emerge con forza il tema della vittimizzazione dei familiari di Chiara Poggi: anni di ipotesi, dubbi e ricostruzioni rendono ancora più difficile elaborare un dolore che non può mai davvero chiudersi.

Nei casi di violenza contro le donne tornano dinamiche note: controllo, possesso, difficoltà ad accettare l’autonomia dell’altra persona. Dopo anni di violenza, anche ritrovare la capacità di reagire e ricostruire la propria vita può essere estremamente complesso.

E poi ci sono gesti spiegati con parole apparentemente semplici, come la “noia”. Ma dietro una motivazione di questo tipo possono esserci aspetti psicologici molto più profondi: la mancata percezione delle conseguenze, la distanza dalla sofferenza altrui, la deumanizzazione.

Comprendere non significa giustificare. Significa cercare di leggere ciò che accade con maggiore profondità e responsabilità.

𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐄𝐝𝐞𝐥𝐚 𝟐𝟎𝟐𝟔: 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨, 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀. Ringrazio l’Associazione Edela, Rob...
17/09/2026

𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐄𝐝𝐞𝐥𝐚 𝟐𝟎𝟐𝟔: 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨, 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀. Ringrazio l’Associazione Edela, Roberta Beolchi per questo importante riconoscimento del quale sono onorata e che mi stimola a fare sempre meglio. Ringrazio l’Avvocato Cataldo Calabretta che ha presentato l’Evento e accompagnato la premiazione con parole molto belle.
Ricevere il Premio Edela – IV Edizione è stato per me un grande onore e un momento di profonda emozione.
Questo premio richiama un tema che considero centrale nel mio lavoro: la violenza di genere non è un problema delle donne e non è una battaglia tra i sessi. È un problema che riguarda tutte e tutti, una questione di civiltà, educazione, responsabilità e prevenzione.
È necessario imparare a riconoscere anche quei segnali che, soprattutto tra i più giovani, vengono talvolta scambiati per manifestazioni d’amore: il controllo, la richiesta continua di sapere dove si trova l’altra persona, la geolocalizzazione, le limitazioni nell’abbigliamento o nelle relazioni con gli amici. È anche da qui che deve partire un cambiamento culturale profondo.
Un saluto e le mie più sincere congratulazioni vanno inoltre a tutte le premiate e a tutti i premiati di questa edizione. Condividere questo momento con persone impegnate, ciascuna nel proprio ambito, nella costruzione di una società più attenta e più giusta è stato particolarmente significativo.
Sono convinta che percorsi così complessi possano essere affrontati soltanto insieme, uomini e donne, istituzioni, scuola, università, famiglie e società civile. Ed è proprio questa condivisione di responsabilità a darci la forza di continuare.

Quattro vicende molto diverse tra loro, ma tutte capaci di aprire interrogativi importanti.Nel caso della Famiglia nel B...
12/09/2026

Quattro vicende molto diverse tra loro, ma tutte capaci di aprire interrogativi importanti.

Nel caso della Famiglia nel Bosco, il possibile ritorno dei bambini, anche solo per alcune ore, nella casa e nei luoghi in cui sono cresciuti rappresenta certamente una buona notizia. Allo stesso tempo, però, bisogna considerare l’impatto emotivo di un rientro temporaneo: ritrovare i propri spazi, stare nuovamente con mamma e papà e poi dover tornare nella casa famiglia può essere molto difficile. Per questo ogni passaggio dovrebbe essere accompagnato con estrema attenzione, mantenendo sempre al centro il benessere dei bambini.

Diversa la vicenda delle morti in ambulanza. Qui colpisce il tema della deumanizzazione: quando la vita dell’altro diventa qualcosa su cui esercitare un potere assoluto, fino a decidere chi deve vivere e chi deve morire, viene meno completamente la dimensione dell’empatia. Non si tratta di persone in fin di vita o gravemente malate, ma di vite interrotte senza che vi fosse una condizione di sofferenza terminale.

Nel caso di Pietracatella, invece, uno degli aspetti centrali resta la ricerca del movente. L’avvelenamento è un gesto che richiede tempo, determinazione e una forte volontà di eliminare la vittima. Il fatto che siano morte sia la madre sia la figlia rende il quadro ancora più complesso e porta inevitabilmente a chiedersi chi potesse avere interesse a colpire entrambe e per quale ragione.

Infine Garlasco, dove è importante ribadire un confine metodologico preciso. Attraverso scritti, post e altri elementi disponibili si possono valutare eventuali compatibilità con determinate caratteristiche o condizioni, ma non si può costruire un vero profilo di personalità. Per farlo è necessario incontrare direttamente la persona e svolgere una valutazione clinica approfondita.

Vicende diverse, dunque, che richiedono tutte la stessa cautela: distinguere ciò che sappiamo, ciò che può essere ipotizzato e ciò che può essere affermato solo sulla base di elementi solidi e di valutazioni rigorose.

IL FEMMINICIDIO DI LORENA ISCERILorena Isceri, 45 anni, è stata sequestrata dall’ex compagno Federico Vella, rinchiusa n...
10/09/2026

IL FEMMINICIDIO DI LORENA ISCERI

Lorena Isceri, 45 anni, è stata sequestrata dall’ex compagno Federico Vella, rinchiusa nel bagagliaio della sua auto e poi gettata da un viadotto dell’A1. Prima di morire era riuscita a chiedere aiuto al 112. Gli elementi raccolti dagli investigatori fanno ipotizzare una sequenza di azioni preparate e conseguenziali.

In queste ore si parla molto anche della patologia psichiatrica di cui soffriva l’uomo. Ma è essenziale evitare ogni automatismo: malattia mentale e violenza non sono sinonimi. Per comprendere quanto la sintomatologia abbia avuto un ruolo saranno necessari accertamenti specifici.

Resta poi una domanda dolorosa: perché Lorena non aveva denunciato, nonostante la paura? Chi le era vicino racconta che non voleva danneggiarlo. È una dinamica che ricorre in molte storie di violenza: la vittima cerca di comprendere, proteggere, aiutare, fino a sottovalutare il pericolo che corre.

In questa vicenda, però, colpiscono soprattutto la lucidità e la consequenzialità delle azioni. Una patologia può essere parte della storia di una persona, ma non può diventare automaticamente la spiegazione di un femminicidio.

La scuola come luogo sicuro: il coraggio dei genitori e il valore degli insegnantiCi sono genitori che, davanti a segnal...
06/09/2026

La scuola come luogo sicuro: il coraggio dei genitori e il valore degli insegnanti

Ci sono genitori che, davanti a segnali difficili da interpretare, riescono a trovare la forza e la lucidità per reagire.

È quello che è accaduto ai genitori di un bambino autistico che, non potendo raccontare con le parole ciò che viveva, aveva bisogno che qualcuno sapesse leggere quei segnali. La loro capacità di intervenire, cercare risposte e comprendere cosa stesse accadendo è stata fondamentale.

Non c’è spazio per il senso di colpa. Quando hanno percepito che qualcosa non andava, hanno agito. E oggi possono continuare a fare ciò che conta di più: stare accanto al loro bambino, aiutarlo a ritrovare sicurezza, fiducia e serenità.

Ma questa storia richiama anche una responsabilità più ampia.

La scuola deve essere un luogo sicuro per tutti e ancora di più per i bambini più vulnerabili, per chi ha maggiori difficoltà a comunicare ciò che prova o ciò che gli accade.

Per questo chi lavora ogni giorno accanto a loro deve essere formato, preparato e sostenuto, anche sul piano psicologico e relazionale.

E va detto con altrettanta chiarezza: nelle nostre scuole ci sono tantissimi insegnanti straordinari, competenti, attenti e profondamente consapevoli della responsabilità che hanno nei confronti dei bambini e delle loro famiglie.

È anche a partire da queste professionalità che bisogna costruire una scuola capace di proteggere, accogliere e riconoscere i segnali di chi, a volte, non riesce a chiedere aiuto con le parole.

🏫 Scuola e famiglia: educare significa camminare nella stessa direzioneLe novità introdotte per il nuovo anno scolastico...
31/08/2026

🏫 Scuola e famiglia: educare significa camminare nella stessa direzione

Le novità introdotte per il nuovo anno scolastico riportano al centro un tema essenziale: il benessere delle ragazze e dei ragazzi come parte integrante del percorso educativo.

La possibilità di avere un servizio strutturato di sostegno psicologico, con particolare attenzione alla terza media e al primo biennio delle superiori, rappresenta un passaggio importante. In una fase così delicata dell’adolescenza, poter contare su uno spazio di ascolto, libero e rispettoso della privacy, significa offrire agli studenti un luogo in cui portare difficoltà, domande e preoccupazioni, ma anche imparare a cercare possibili soluzioni. Perché anche l’apprendimento diventa più efficace quando avviene in una condizione di benessere.

La scuola è anche uno dei principali luoghi dell’integrazione. Potenziare la conoscenza dell’italiano per gli studenti provenienti dall’estero non significa soltanto insegnare una lingua: significa permettere di comprendere cultura, abitudini e contesto, creare vicinanza e valorizzare insieme differenze e somiglianze.

Ma nessuna scuola può essere lasciata sola nel proprio compito educativo. Allo stesso modo, non possono esserlo le famiglie.

Tra queste due fondamentali agenzie educative deve esistere un vero patto di corresponsabilità, capace di evitare contrapposizioni e messaggi incoerenti. Difendere un figlio a ogni costo contro gli insegnanti, così come delegare completamente alla scuola la responsabilità educativa, rischia di produrre proprio quella discordanza che disorienta ragazze e ragazzi.

Educare significa soprattutto dare l’esempio. E quando scuola e famiglia collaborano, si riconoscono reciprocamente e trasmettono messaggi coerenti, si creano le condizioni perché il processo educativo possa davvero funzionare.

☀️ Le vacanze finiscono, il benessere no!Il ritorno alla quotidianità può essere faticoso: cambiano di nuovo i ritmi, to...
31/08/2026

☀️ Le vacanze finiscono, il benessere no!

Il ritorno alla quotidianità può essere faticoso: cambiano di nuovo i ritmi, tornano gli orari, gli impegni, il traffico, le riunioni e tutte quelle piccole e grandi preoccupazioni che fanno parte della vita di ogni giorno.

Per questo il rientro non dovrebbe essere vissuto come un interruttore da accendere improvvisamente, ma come un passaggio da accompagnare con gradualità.

Una colazione fatta con un po’ più di calma, qualche minuto di movimento, una passeggiata, un’attività piacevole, uno spazio da dedicare a se stessi: piccoli gesti che possono aiutare a rendere più dolce il ritorno alla routine.

E poi ci sono i ricordi.

Un tramonto, un profumo, una passeggiata, una giornata trascorsa con le persone care. Tornare con la mente alle esperienze positive vissute durante le vacanze significa conservarne le emozioni e portarne qualcosa con noi anche dopo il rientro.

Perché, in fondo, un viaggio non finisce davvero quando si torna a casa: ciò che abbiamo vissuto entra a far parte di noi e può continuare a regalarci benessere.

📰 Ne ho parlato con Adnkronos Salute nell’articolo dedicato al rientro dalle vacanze e alle strategie per affrontarlo riducendo lo stress.

👉 Leggi l’articolo completo.

Giannini (Sapienza): 'Fare colazione con calma e movimento, concedersi coccole e rivivere ricordi piacevoli, così il rientro è più dolce'

Quattro casi diversi, quattro riflessioni su indagini, violenza e prevenzione.🔎 PietracatellaNei casi di avvelenamento, ...
29/08/2026

Quattro casi diversi, quattro riflessioni su indagini, violenza e prevenzione.

🔎 Pietracatella
Nei casi di avvelenamento, considerati spesso delitti di prossimità, le indagini partono dalle persone più vicine alla vittima e progressivamente allargano il cerchio. Il lavoro investigativo procede incrociando gli elementi scientifici, a partire dal percorso compiuto dal veleno, con le testimonianze e la ricerca del possibile movente. Il fatto che alcune persone vengano ascoltate nuovamente mostra quanto sia complesso arrivare alla verità.

🔎 Il caso di Noemi
Due versioni continuano a contrapporsi. La famiglia esclude il suicidio, mentre dall’altra parte questa ipotesi viene sostenuta con convinzione. Restano da valutare le contraddizioni emerse, il mancato immediato allarme ai soccorsi e quanto può essere ricostruito attraverso messaggi, relazioni e testimonianze. Anche l’autopsia psicologica può offrire elementi importanti.

🔎 Gli scippatori speronati con un SUV
Dove termina la legittima difesa e dove inizia la vendetta? La paura può spiegare uno stato d’animo, ma non può cancellare il confine tra la necessità di difendersi e l’accanimento. In uno Stato di diritto il rispetto della vita umana resta fondamentale.

🔎 Savona
Un semplice gesto può diventare una richiesta d’aiuto quando una persona è impossibilitata a parlare o a comunicare liberamente. Conoscere questi segnali è importante, così come imparare a riconoscere prima possibile gli indicatori di controllo e costrizione.

Quattro vicende che richiamano alla necessità di comprendere, verificare e prevenire, senza mai perdere di vista il valore della vita e la complessità delle situazioni.

Dieci anni dopo, Amatrice è ancora memoria, ferita e appartenenza.Il 24 agosto 2016 la terra tremò nel Centro Italia, sp...
22/08/2026

Dieci anni dopo, Amatrice è ancora memoria, ferita e appartenenza.
Il 24 agosto 2016 la terra tremò nel Centro Italia, spezzando vite, famiglie, case e certezze. A dieci anni da quella notte, il ricordo delle vittime resta indelebile, così come quello di una comunità costretta improvvisamente a confrontarsi con uno dei traumi più destabilizzanti che una persona possa vivere.
Un terremoto non fa crollare soltanto gli edifici. Fa venir meno, anche simbolicamente, la terra sotto i piedi. In pochi istanti vengono meno i punti di riferimento, la sicurezza, la possibilità stessa di immaginare cosa accadrà nei minuti successivi a sé stessi e alle persone amate.
Eppure, proprio dentro una ferita così profonda, può emergere la straordinaria capacità delle persone di resistere e ricostruire.
In questi dieci anni, la resilienza ha avuto molti volti: la forza individuale, il sostegno reciproco, il desiderio di restare, la volontà di tornare. E soprattutto un legame fortissimo con quei luoghi che non sono semplicemente uno spazio geografico, ma custodiscono storia, identità, affetti e memoria.
Una montagna osservata ogni mattina, una strada percorsa per una vita, una piazza, un corso, una casa: riferimenti che diventano parte di ciò che si è. Per questo ricostruire significa anche restituire alle persone i luoghi nei quali una comunità può tornare a riconoscersi e incontrarsi.
Amatrice racconta anche questo: una collettività che, nel dolore, ha saputo stringersi e ritrovare il proprio senso di comunità.
E nel ricordo non può mancare chi arrivò per prestare soccorso. Vigili del fuoco, volontari, forze dell’ordine, personale sanitario e tutti coloro che si trovarono ad affrontare scenari di dolore estremo, portandone inevitabilmente con sé l’impatto emotivo.
Dieci anni dopo, ricordare significa custodire le vite perdute, rispettare le ferite di chi è rimasto e continuare a ricostruire non soltanto case e strade, ma legami, identità e futuro.
🕯️ Amatrice, 24 agosto 2016 – 24 agosto 2026.

Indirizzo

Rome

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