Psicologo Psicoterapeuta Alessandro Valzania

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L'ansia da prestazione estiva è reale, e clinicamente devastante​il mese di Agosto è quasi finito, il periodo dell'anno ...
28/08/2026

L'ansia da prestazione estiva è reale, e clinicamente devastante

​il mese di Agosto è quasi finito, il periodo dell'anno in cui i social network si trasformano in una vetrina di presunta felicità obbligatoria. Tutti sembrano rilassati, tutti si divertono, tutti sono abbronzati e in ottima compagnia.

​Eppure, in studio clinico, Agosto è spesso il mese dei crolli emotivi.

​Se hai un sistema nervoso che tende all'iper-vigilanza, o se vieni da mesi di forte stress, l'estate porta con sé una serie di trigger psicologici giganteschi che la società finge di ignorare:

La dittatura della felicità: L'imperativo categorico di "doverti divertire" si trasforma in ansia da prestazione. Se non provi gioia, inizi a patologizzarti e a sentirti sbagliato.

Il collasso dell'evitamento: Durante l'anno usi il lavoro per non pensare a un matrimonio infelice, a dinamiche familiari tossiche o al senso di vuoto. In ferie, senza il tuo "scudo" lavorativo, ti ritrovi faccia a faccia con i tuoi mostri.

Il Fawning relazionale: Per non rovinare le vacanze agli altri, spegni i tuoi bisogni. Accetti ritmi massacranti, tolleri compagnie che detesti e finisci per esaurirti in nome del compiacimento sociale.

​Adattarsi compulsivamente alle aspettative vacanziere del tuo gruppo di amici o del tuo partner non è "spirito di adattamento". È annullamento di sé.

​La vera cura, il vero riposo neurobiologico, inizia quando smetti di performare la tua estate per compiacere l'algoritmo o le aspettative altrui.

​Hai il diritto clinico e umano di essere stanco. Hai il diritto di non voler vedere nessuno. Hai il diritto di dire: "Oggi non faccio nulla e mi va bene così".

​ Scorri le slide per comprendere perché questi giorni possono farti sentire così vulnerabile.

​ Quante volte hai detto di sì a un programma estivo che detestavi, pur di non sembrare "quello difficile"? Ti aspetto nei commenti per parlarne. 👇

Dottor Alessandro Valzania
Psicologo Psicoterapeuta
Ricevo online e in studio Roma Ostiense

Lavorare troppo non ti rende superiore.​Nel nostro studio vediamo quotidianamente professionisti brillanti, manager e im...
07/08/2026

Lavorare troppo non ti rende superiore.

​Nel nostro studio vediamo quotidianamente professionisti brillanti, manager e imprenditori che sono letteralmente consumati dal loro lavoro. Quando cerchi di farli rallentare, si difendono parlando di "ambizione", "dovere" o "etica del lavoro".

​Ma la realtà clinica, osservata attraverso la lente della psicotraumatologia, è spesso molto diversa.

​Il Workaholism (la dipendenza da lavoro) è l'unica dipendenza che la nostra società capitalistica premia, incentiva e glorifica. Ma dietro le quinte, il motore che spinge una persona a lavorare 14 ore al giorno rinunciando a sonno, relazioni e salute, è raramente una sana passione. Spesso è puro terrore.

​Si tratta di una risposta di Fuga (Flight Response) del sistema nervoso centrale.

​Mantenere il cervello costantemente occupato da urgenze, scadenze e problemi da risolvere è un modo incredibilmente efficace per evitare di "sentire". È un'anestesia contro l'ansia, contro l'insoddisfazione relazionale, o contro i traumi infantili legati al bisogno di approvazione.

​Se da piccolo hai imparato che venivi visto e validato solo quando portavi a casa ottimi voti o non davi problemi, il tuo cervello ha registrato un'equazione mortale: Produzione = Valore Personale.

​Di conseguenza, smettere di lavorare significa smettere di esistere.

Ecco perché il riposo ti fa sentire in colpa. Ecco perché la domenica pomeriggio vieni assalito dall'angoscia: perché senza il rumore del lavoro, sei costretto ad ascoltare cosa si agita davvero dentro di te.

​Ma la verità è ineluttabile: nessuna promozione, nessun aumento di fatturato e nessuna lode dal tuo capo potranno mai curare una ferita emotiva. Non puoi risolvere un problema psicologico raddoppiando le ore in ufficio.

​ Scorri il carosello per capire come funziona la mente di chi ha sviluppato una dipendenza da lavoro.

​Se in questo momento non potessi più definirti attraverso il tuo lavoro, come ti definiresti? Ti leggo nei commenti.

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"Finalmente sono in ferie... ma perché mi sento così nervoso e apatico?" ​Se sei in Burnout o hai vissuto mesi di stress...
31/07/2026

"Finalmente sono in ferie... ma perché mi sento così nervoso e apatico?"

​Se sei in Burnout o hai vissuto mesi di stress cronico estremo, fermarti potrebbe essere l'esperienza peggiore dell'anno.

​È un fenomeno clinico documentato e prende il nome di Leisure Sickness (Malattia da tempo libero). Moltissimi pazienti ad alto funzionamento mi raccontano di crollare fisicamente e psicologicamente proprio nei primissimi giorni di vacanza.

​Nel nostro settore c'è la tendenza a prescrivere il "relax totale" come cura per ogni male. Ma neurobiologicamente parlando, è un consiglio disastroso per un sistema nervoso dis-regolato.

​Se il tuo corpo ha passato un anno intero a produrre cortisolo e adrenalina per farti sopravvivere a un ambiente lavorativo tossico o a scadenze impossibili, non puoi aspettarti che un lettino in spiaggia resetti il tuo nervo vago.

​Quando passi bruscamente dall'iper-produttività all'immobilità passiva:

1. Sperimenti un "Crash": Il sistema immunitario, non più sostenuto dagli ormoni dello stress, cede (e ti ammali).

2. Perdi la tua distrazione: Senza le urgenze lavorative, il trauma e l'ansia latente che stavi faticosamente silenziando riemergono in superficie.

3. Vai in astinenza: Il tuo cervello, ormai settato sulla dopamina da emergenza, legge il "vuoto" e il silenzio come una minaccia imminente.

​Cosa fare quindi in queste settimane?

Non imporvi il "nulla facente" assoluto se vi crea angoscia. Il vostro sistema nervoso non cerca il vuoto, cerca la sicurezza prevedibile.

Create delle micro-routine in vacanza. Fate lavori manuali, leggete, camminate. Strutturate le giornate in modo morbido.

​Le ferie non risolvono un ambiente di lavoro disfunzionale. Sono solo una tregua temporanea. Se il pensiero di Settembre vi toglie il fiato già oggi, usate queste settimane per capire come cambiare le regole del gioco, non solo per riprendere fiato prima del prossimo round.

​Succede anche a te di ammalarti o sentirti irrequieto appena iniziano le ferie? Ti aspetto nei commenti! 👇

Dottor Alessandro Valzania
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"Perché mi sento così stanco anche se non sto facendo nulla?" ​Se sei in Burnout e cerchi di curarti semplicemente stand...
20/07/2026

"Perché mi sento così stanco anche se non sto facendo nulla?"

​Se sei in Burnout e cerchi di curarti semplicemente stando steso sul divano, molto probabilmente ti starai sentendo peggio: più apatico, più vuoto, più disconnesso dalla realtà.

​Nel nostro settore c'è un malinteso enorme: trattiamo il burnout come se fosse una stanchezza muscolare. Ma la clinica e la Teoria Polivagale ci insegnano che il burnout è un fenomeno neurobiologico molto più complesso. È uno stato di "Shutdown" (spegnimento).

​Quando sottoponi il tuo corpo a mesi o anni di stress, scadenze, conflitti di valori o ansie lavorative, vivi costantemente in allarme (attivazione simpatica). Ma il corpo umano non può sostenere quell'infiammazione in eterno.

Quando le risorse finiscono, il tuo sistema nervoso tira il freno di emergenza per salvarti: innesca la risposta di "Congelamento" (Freeze).

​Improvvisamente non provi più ansia, ma non provi più niente. Arrivano il cinismo, il distacco emotivo, la sensazione di galleggiare, la nebbia cognitiva. Ti sei "spento" per non sentire più il dolore della pressione.

​In questo stato, l'immobilità passiva non ricarica le batterie. Al contrario, il cervello interpreta l'assenza di movimento come una conferma che c'è un pericolo in corso.

​Per uscirne, non serve "pensare positivo" o dormire di più. Serve rimandare segnali di sicurezza al sistema nervoso attraverso il corpo (approccio bottom-up): attività manuali a bassa richiesta cognitiva, passeggiate in natura, micro-routine prevedibili e connessioni umane non giudicanti.

​ Scorri le slide per scoprire cosa succede davvero al tuo cervello quando crolli, e perché devi smetterla di darti del pigro.

​ Riesci a riconoscere la differenza tra quando sei "stanco ma soddisfatto" e quando invece ti senti emotivamente "spento"? Ti leggo nei commenti! 👇

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"Dimmi che andrà tutto bene. Dimmi che non ho quella malattia. Dimmi che non mi lascerai." Se soffri d'ansia, di ipocond...
10/07/2026

"Dimmi che andrà tutto bene. Dimmi che non ho quella malattia. Dimmi che non mi lascerai."

Se soffri d'ansia, di ipocondria o di pensieri ossessivi, conosci benissimo questa dinamica. Il bisogno di rassicurazione è un impulso che brucia dentro: devi sapere, devi avere la certezza assoluta che la catastrofe che ti sei immaginato non si verificherà.
E quando finalmente qualcuno (o Google) ti rassicura, il sollievo è immediato.

Ma come spiego sempre ai miei pazienti in terapia cognitivo-comportamentale, quel sollievo ha un prezzo altissimo.
La rassicurazione è il cibo preferito dell'ansia.
Ogni volta che cedi all'impulso di farti rassicurare, non stai curando la tua ansia: stai solo confermando al tuo cervello che avevi ragione ad avere paura e che l'incertezza è intollerabile. Inneschi un circolo vizioso che crea vera e propria assuefazione. Il sollievo durerà sempre meno, e il bisogno di chiedere conferme diventerà sempre più invalidante.

Il vero lavoro clinico non è trovare certezze assolute (che nella vita non esistono), ma allenare il sistema nervoso a tollerare il dubbio e l'incertezza senza andare in tilt.

👉 Scorri le slide per scoprire la meccanica di questa "trappola" e come iniziare a spezzarla.

Qual è il tuo comportamento di rassicurazione più frequente? Le ricerche infinite su Google o le domande a raffica a chi ti sta vicino? Ti leggo nei commenti! 👇

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"Non posso fermarmi, ho troppe cose da fare". Nel nostro campo lo vediamo costantemente: il confine tra l'essere un prof...
26/06/2026

"Non posso fermarmi, ho troppe cose da fare".

Nel nostro campo lo vediamo costantemente: il confine tra l'essere un professionista dedicato e lo scivolare nella dipendenza da lavoro (Workaholism) è sottilissimo. E la cultura dell'hustle e della produttività tossica non fa che peggiorare le cose, trasformando un sintomo di disagio in uno status symbol.

Da una prospettiva clinica, il workaholism ha dinamiche molto simili a quelle del disturbo ossessivo-compulsivo. Non si lavora per raggiungere un obiettivo di vita, si lavora per placare un'ansia interna. Il lavoro diventa una compulsione necessaria per mettere a tacere quella voce che dice: "Se non produci, non vali nulla".

Il problema più grande? È una strategia di evitamento (coping disfunzionale) perfetta. Tenersi occupati 12 ore al giorno è il modo socialmente più accettabile per non affrontare i silenzi, i problemi relazionali o il vuoto emotivo che ci aspetta a casa.

Ma il corpo e la mente presentano sempre il conto. Continuare a spingere sull'acceleratore senza mai ricaricare il sistema dopaminergico e senza un reale distacco psicologico è la ricetta infallibile per arrivare a un burnout sistemico.

👉 Scorri il carosello per scoprire la differenza tra una sana dedizione e una dinamica di dipendenza (e fai attenzione al sintomo di "astinenza" della domenica pomeriggio).

E tu, riesci a goderti il tempo libero senza la sensazione di star "sprecando tempo"? Ti leggo nei commenti! 👇

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"Perché incontro sempre la persona sbagliata?"È una delle domande più cariche di dolore e frustrazione che emergono nell...
05/06/2026

"Perché incontro sempre la persona sbagliata?"
È una delle domande più cariche di dolore e frustrazione che emergono nella pratica clinica. La risposta cambia radicalmente la prospettiva: non stai "attirando" relazioni tossiche per sfortuna. È il tuo sistema nervoso che riconosce e sceglie ciò che gli è familiare.

Quando cresciamo in un ambiente in cui l'affetto è condizionato, instabile o fonte di paura, impariamo un alfabeto emotivo distorto. La mente registra un'equazione silenziosa ma potente: l'amore equivale allo stato d'allarme.

Da adulti, questa "ferita dell'attaccamento" si trasforma in una bussola sregolata. Ci spinge a scambiare l'ansia, lo stress e l'iper-attivazione cronica per passione travolgente. Al contrario, un partner sicuro e stabile viene percepito dal nostro sistema nervoso traumatizzato come "noioso" o estraneo, semplicemente perché manca il dramma a cui siamo abituati a sopravvivere.

Per questo motivo, la dipendenza affettiva non si cura solo con la "forza di volontà" o con i buoni consigli. Va trattata alla radice come un vero e proprio adattamento traumatico.
Il percorso clinico prevede una prima fase fondamentale di stabilizzazione, per insegnare al corpo a tollerare la sicurezza.
Successivamente, andiamo al nucleo del problema: attraverso la terapia EMDR, rielaboriamo e desensibilizziamo i ricordi traumatici e le ferite infantili di abbandono o rifiuto, rimaste "congelate" nelle reti neurali.
Spegnendo il dolore del passato, disinneschiamo il cortocircuito emotivo nel presente.
Non sei condannato a ripetere per sempre lo stesso copione. Riscrivere il tuo modo di amare è possibile, partendo dalla cura delle radici.

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Indirizzo

Via Del Porto Fluviale, 3d
Rome
00154

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
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