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"Devo solo tenere duro ancora un po'."Quante volte te lo sei detto/a?Il burnout viene spesso trattato come una stanchezz...
19/10/2026

"Devo solo tenere duro ancora un po'."

Quante volte te lo sei detto/a?

Il burnout viene spesso trattato come una stanchezza da curare con una settimana di ferie. La ricerca, però, ci racconta un'altra storia. Quando lo stress lavorativo diventa cronico, il cervello cambia il modo in cui funziona. L'amigdala, il nostro sistema d'allarme, diventa più reattiva. Le aree che dovrebbero calmarla comunicano con lei meno efficacemente.

Il risultato lo conosce bene chi lo vive: irritabilità, pianti improvvisi, la mente annebbiata, la sensazione di non farcela più anche davanti a compiti che prima erano semplici. E soprattutto la colpa, perché "gli altri ce la fanno".

Ecco il punto: non è una questione di forza di volontà. È un sistema nervoso che lavora in modalità emergenza da troppo tempo.

Spingere ancora di più, in questa condizione, è come premere l'acceleratore con il freno rotto.
La parte più importante, però, è un'altra: il cervello è plastico. Gli studi mostrano che con il giusto percorso di cura alcune di queste alterazioni possono rientrare. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza e spesso ci vuole un aiuto esterno.

Ma il recupero è possibile.

Dottor Alessandro Valzania
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Il sollievo che provi quando disdici un impegno all'ultimo minuto è una sensazione fantastica. Ma c'è un prezzo altissim...
12/10/2026

Il sollievo che provi quando disdici un impegno all'ultimo minuto è una sensazione fantastica. Ma c'è un prezzo altissimo da pagare.

Nel mio studio di psicoterapia vedo costantemente come l'istinto di protezione naturale del nostro cervello diventi il nostro peggior nemico. Sfuggire a ciò che ci spaventa funziona... per circa dieci minuti. Poi l'ansia torna, ed è più grande, più forte e più affamata di prima.

Scorri il carosello per scoprire il paradosso del controllo e perché "affrontare il mostro" a piccoli passi è l'unica via d'uscita reale, validata scientificamente dalla CBT.

C'è una situazione specifica, grande o piccola, che stai evitando ultimamente? Parliamone nei commenti. 👇

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"Brain rot" è nata come battuta, ma ha centrato un'esperienza che conosciamo tutti: alzare gli occhi dal telefono dopo u...
07/10/2026

"Brain rot" è nata come battuta, ma ha centrato un'esperienza che conosciamo tutti: alzare gli occhi dal telefono dopo un'ora di video e sentirsi più stanchi, più distratti, quasi svuotati.

Nel 2025 un gruppo di ricercatori della Griffith University ha pubblicato su Psychological Bulletin una delle analisi più ampie finora sul tema, mettendo insieme decine di studi e quasi centomila partecipanti. Il risultato: chi usa di più i video brevi tende ad avere più difficoltà di attenzione e di controllo degli impulsi, e livelli più alti di stress e ansia.

Prima di allarmarci, però, servono due precisazioni. La prima: sono associazioni, non prove che lo scrolling danneggi il cervello. Spesso chi è già in difficoltà cerca nei video una via di fuga, e le due cose si rinforzano a vicenda. La seconda: il fattore più rilevante sembra la qualità compulsiva dell'uso, cioè quella sensazione di non riuscire a staccarsi anche quando vorremmo.

Per questo la domanda più utile non è "quanto tempo passo sul telefono", ma "riesco a smettere quando decido io? E come mi sento quando lo poso?". Se la risposta ti preoccupa, è un buon punto da cui partire per cambiare qualcosa.

Quanto hai scrollato ieri sera? Raccontamelo nei commenti

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Il burnout non nasce dalla debolezza: nasce da uno stress prolungato a cui non è stato concesso un vero recupero. Per qu...
02/10/2026

Il burnout non nasce dalla debolezza: nasce da uno stress prolungato a cui non è stato concesso un vero recupero. Per questo la soluzione non è "impegnarsi di più", ma cambiare qualcosa nel modo in cui lavori e ti riposi.

Salva questo post per i giorni in cui ti serve.

Quale di questi cinque fai più fatica a mettere in pratica? Scrivimelo nei commenti

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Del burnout si parla ormai molto. Del dopo, quasi mai. Eppure è proprio lì che molte persone si sentono più sole.Succede...
25/09/2026

Del burnout si parla ormai molto. Del dopo, quasi mai. Eppure è proprio lì che molte persone si sentono più sole.

Succede questo: ti fermi, prendi un periodo di riposo, magari cambi mansione o azienda. Chi ti sta intorno considera la questione chiusa. Ma tu ti accorgi che qualcosa non si è riacceso. Non hai più il petto stretto la domenica sera, eppure non provi entusiasmo per niente. Ti chiedi se sarai sempre così.

Ha senso dal punto di vista psicofisiologico. Il burnout, secondo il modello di Christina Maslach, si compone di tre dimensioni: esaurimento emotivo, distacco o cinismo verso il proprio lavoro e riduzione del senso di efficacia personale. Queste componenti non regrediscono insieme. L'energia fisica tende a tornare per prima, mentre il coinvolgimento emotivo e la fiducia nelle proprie capacità richiedono molto più tempo. Nel frattempo si convive con una sensazione di opacità che è facile scambiare per depressione o per pigrizia.

C'è poi una componente che osservo spesso: la paura della ricaduta. Dopo un crollo, molte persone sviluppano una vigilanza continua sui propri segnali. Ogni stanchezza diventa sospetta, ogni settimana intensa un possibile preludio. È una reazione comprensibile, ma se resta attiva troppo a lungo alimenta essa stessa una condizione di allerta.
Il punto più delicato, però, è l'obiettivo che ci si pone. Molti desiderano tornare a essere la persona di prima: quella che reggeva tutto, che non si fermava mai, che rispondeva a qualsiasi richiesta. Ma quel modo di funzionare è parte della strada che ha condotto all'esaurimento. Ripristinarlo significherebbe tornare al punto di partenza.

La ripresa reale non si misura in produttività. Si riconosce dal ritorno del desiderio: la voglia di chiamare un amico, di riprendere qualcosa che si era abbandonato, di pensare al futuro senza angoscia. Sono segnali silenziosi, che arrivano molto dopo il momento in cui tutti ci considerano guariti.

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Ti svegli, prendi il caffè, apri il portatile sul tavolo della cucina. La sera lo chiudi nello stesso punto, e la cucina...
23/09/2026

Ti svegli, prendi il caffè, apri il portatile sul tavolo della cucina. La sera lo chiudi nello stesso punto, e la cucina torna a essere cucina. O almeno dovrebbe.

Lo Smart working ha cambiato la vita di milioni di persone. Ha restituito tempo, flessibilità, a volte anche serenità. Ma nel mio studio incontro sempre più persone che, pur lavorando da casa, raccontano una stanchezza nuova: non riescono a staccare, si sentono sole, hanno la sensazione che le giornate si somiglino tutte
Dal punto di vista psicologico, non è un caso. La nostra mente ha bisogno di confini per orientarsi: luoghi diversi per attività diverse, momenti di passaggio che segnano l'inizio e la fine di un ruolo. Il tragitto verso l'ufficio, il saluto ai colleghi, la porta che si chiude alle spalle la sera erano piccoli rituali che aiutavano a entrare e uscire dal lavoro. Senza, il lavoro rischia di non finire mai davvero.

Poi c'è la dimensione delle relazioni. Siamo esseri profondamente sociali, e le interazioni spontanee con gli altri, anche le più banali, ci aiutano a regolare le emozioni e a sentirci parte di qualcosa. Uno schermo può mantenerci in contatto, ma non sempre riesce a farci sentire vicini.

Riconoscere queste difficoltà non significa rimpiangere l'ufficio. Significa imparare ad abitare il lavoro da remoto in modo più consapevole: proteggendo i propri orari, creando rituali di inizio e fine giornata, cercando occasioni di incontro reale. E, quando la fatica diventa troppa, concedersi uno spazio di ascolto con un professionista.

Tu lavori da remoto? Raccontami nei commenti come stai vivendo questa esperienza

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Quando stiamo male, avere una risposta immediata può farci sentire meno soli. Per questo sempre più persone usano l’inte...
21/09/2026

Quando stiamo male, avere una risposta immediata può farci sentire meno soli. Per questo sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per parlare di ansia, relazioni, tristezza o difficoltà quotidiane.

Ma una cosa è ricevere una risposta che sembra empatica. Un’altra è essere accompagnati da un professionista che conosce la nostra storia, osserva ciò che accade nella relazione e si assume una responsabilità clinica.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento di supporto: può aiutarti a mettere ordine nei pensieri, preparare una seduta o trovare le parole per raccontare ciò che provi. Non dovrebbe però sostituire la psicoterapia, soprattutto nei momenti di crisi.

E ricordati: non inserire online dati personali o dettagli molto intimi. Se hai pensieri di farti del male o ti trovi in una situazione di emergenza, contatta subito i servizi di emergenza, una persona di fiducia o un professionista.

Tu hai mai usato l’intelligenza artificiale per parlare di come stavi? Che effetto ti ha fatto? Ti leggo nei commenti

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Vi è mai capitato di arrivare a sera, sentirvi fare una domanda apparentemente innocua come "cosa mangiamo stasera?" o "...
15/09/2026

Vi è mai capitato di arrivare a sera, sentirvi fare una domanda apparentemente innocua come "cosa mangiamo stasera?" o "a che ora metti la sveglia domani?", e avvertire un improvviso impulso di rabbia o, al contrario, sperimentare il vuoto totale nella mente?

​Molte persone interpretano questa reazione come un problema di gestione dello stress, o peggio, come una forma di insofferenza o pigrizia. In realtà, dal punto di vista clinico, state sperimentando un fenomeno neurobiologico molto preciso: la Fatica Decisionale (Decision Fatigue), che culmina in quello che definiamo Ego Depletion (l'esaurimento dell'autocontrollo).

​Il nostro cervello non ha un'energia illimitata. La corteccia prefrontale, ovvero l'area deputata alle funzioni esecutive, al problem solving e al controllo degli impulsi, dispone di un "budget" giornaliero limitato. Ogni singola scelta che compiamo nell'arco della giornata — da quale strada percorrere per evitare il traffico, a come formulare un'email, fino alla gestione degli imprevisti familiari — consuma una porzione irreversibile di questa preziosa risorsa.

​Durante i periodi dell'anno in cui le nostre routine sono stabili, circa il 40% delle nostre azioni è automatizzato: andiamo col pilota automatico e non consumiamo batteria decisionale. Ma in queste prime settimane autunnali di ripartenza, i vecchi automatismi non sono ancora a regime.

​Il nostro sistema nervoso è costretto a processare attivamente decine di micro-decisioni in più, mantenendo un costante e logorante stato di ipervigilanza logistica. È il carico mentale invisibile: il dover calcolare e ricordare continuamente tutto.

​Il risultato è inevitabile: arrivate alle 19:00 e la "benzina" esecutiva è finita. A quel punto il cervello entra in modalità di autoprotezione, inibendo ulteriori sforzi cognitivi. Ecco perché scattate per delle inezie, perdete la pazienza facilmente o finite per isolarvi facendo scrolling passivo sul telefono. Non è un difetto del vostro carattere, è una precisa risposta biologica all'overload

Vi leggo nei commenti

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Se in queste settimane di caldo incessante ti senti costantemente al limite, c'è un fenomeno neurobiologico e cognitivo ...
08/09/2026

Se in queste settimane di caldo incessante ti senti costantemente al limite, c'è un fenomeno neurobiologico e cognitivo che devi assolutamente conoscere.

​Si chiama Errata Attribuzione dell'Attivazione (Misattribution of Arousal).

​Il nostro cervello è una macchina che cerca costantemente di dare un senso a ciò che il corpo prova. Quando sei sottoposto a uno stress termico prolungato, il tuo sistema nervoso autonomo è costretto a lavorare al massimo per raffreddarti. Il tuo battito cardiaco è più veloce, i vasi sanguigni sono dilatati, il sonno è disturbato e l'energia fisica è ridotta al minimo.

​Il problema? Questi parametri fisiologici sono identici a quelli della risposta di Attacco/Fuga (Fight/Flight).

​Il tuo cervello legge questa attivazione corporea e, invece di dirsi banalmente "Ho troppo caldo", va in allarme. Cerca nel tuo ambiente una causa per questa agitazione e inizia a innescare pensieri catastrofici o rabbia ingiustificata verso il partner, il lavoro o te stesso.

​Inizi a patologizzare la tua vita, quando in realtà hai solo bisogno di abbassare la tua temperatura corporea.

​A questo si unisce il crollo drastico della tua Finestra di Tolleranza. L'esaurimento da calore cronico ruba risorse preziose alla corteccia prefrontale (l'area del cervello che regola gli impulsi e la razionalità). Diventi reattivo, impulsivo e cinico perché, biologicamente parlando, non hai letteralmente l'energia per essere empatico e paziente.

​Non prendere decisioni drastiche sulla tua relazione o sulla tua carriera quando ci sono 35 gradi fuori. Aspetta che il tuo sistema nervoso si raffreddi prima di valutare la tua vita.

​ Scorri le slide per smettere di darti la colpa per un umore che dipende dal termometro, non dal tuo carattere.

​Hai notato anche tu che l'ansia o l'irritabilità in questi giorni sono fuori controllo? Ti leggo nei commenti

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L'ansia da prestazione estiva è reale, e clinicamente devastante​il mese di Agosto è quasi finito, il periodo dell'anno ...
28/08/2026

L'ansia da prestazione estiva è reale, e clinicamente devastante

​il mese di Agosto è quasi finito, il periodo dell'anno in cui i social network si trasformano in una vetrina di presunta felicità obbligatoria. Tutti sembrano rilassati, tutti si divertono, tutti sono abbronzati e in ottima compagnia.

​Eppure, in studio clinico, Agosto è spesso il mese dei crolli emotivi.

​Se hai un sistema nervoso che tende all'iper-vigilanza, o se vieni da mesi di forte stress, l'estate porta con sé una serie di trigger psicologici giganteschi che la società finge di ignorare:

La dittatura della felicità: L'imperativo categorico di "doverti divertire" si trasforma in ansia da prestazione. Se non provi gioia, inizi a patologizzarti e a sentirti sbagliato.

Il collasso dell'evitamento: Durante l'anno usi il lavoro per non pensare a un matrimonio infelice, a dinamiche familiari tossiche o al senso di vuoto. In ferie, senza il tuo "scudo" lavorativo, ti ritrovi faccia a faccia con i tuoi mostri.

Il Fawning relazionale: Per non rovinare le vacanze agli altri, spegni i tuoi bisogni. Accetti ritmi massacranti, tolleri compagnie che detesti e finisci per esaurirti in nome del compiacimento sociale.

​Adattarsi compulsivamente alle aspettative vacanziere del tuo gruppo di amici o del tuo partner non è "spirito di adattamento". È annullamento di sé.

​La vera cura, il vero riposo neurobiologico, inizia quando smetti di performare la tua estate per compiacere l'algoritmo o le aspettative altrui.

​Hai il diritto clinico e umano di essere stanco. Hai il diritto di non voler vedere nessuno. Hai il diritto di dire: "Oggi non faccio nulla e mi va bene così".

​ Scorri le slide per comprendere perché questi giorni possono farti sentire così vulnerabile.

​ Quante volte hai detto di sì a un programma estivo che detestavi, pur di non sembrare "quello difficile"? Ti aspetto nei commenti per parlarne. 👇

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Indirizzo

Via Del Porto Fluviale, 3d
Rome
00154

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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