29/03/2026
Un mio mentore una volta mi ha detto questa frase: “ognuno procede al ritmo delle proprie ferite”.
A volte i terapeuti sono tentati di procedere a ritmi più rapidi dei ritmi interni delle persone che hanno in cura. Chiamati da un desiderio di efficienza, magari dal desiderio di rispondere a ciò che talvolta gli stessi pazienti chiedono: una soluzione rapida al problema percepito (spesso formulato come una richiesta di “risolvere il sintomo”).
Mi capita spesso di constatare che nei primi mesi di terapia il sintomo manifesto tende a migliorare, ammorbidirsi, diventare meno pervasivo e invalidante, ma quasi sempre il paziente rimane ben oltre, e la terapia prende nuove direzioni. Il miglioramento è dovuto a una combinazione di fattori (dal “semplice” - ma non facile - aver iniziato a prendersi cura di sé, all’acquisizione di strumenti per entrarci in contatto e declinarlo in un contesto più ampio), ma ben presto ci si rende conto che quello era solo un segnale, per qualcosa di più profondo che aveva bisogno di essere ascoltato.
Nel rispondere a quel desiderio di efficienza che i pazienti stessi non di rado impongono a se stessi, spesso anche con grande severità, potremmo essere tentati di cercare di accelerare il processo, nel tentativo di “aggiustare” la persona, di rispondere al suo desiderio conscio di essere aggiustato, piuttosto che al desiderio, più celato, se non completamente alieno, di entrare in contatto con delle parti di sé rimaste confinate troppo a lungo, e di poter trovare lo spazio per esprimerle. Rischiando così di perdere di vista il ritmo del loro processo e forse, anche di dimenticarci che noi stessi procediamo al ritmo delle nostre ferite.
Confinare quelle parti potrebbe essere stato necessario per anni, o in alcuni casi anche per decenni, per proteggersi da ferite profonde, per tentare con i mezzi che si aveva a disposizione di superare momenti e situazioni difficili.
Per trovare la strada è necessario procedere al ritmo di quelle ferite… chi l’avrebbe detto che quasi trent’anni dopo avrei visto con altri occhi l’adagio (non a caso) preferito dalle nonne: “chi va piano va sano e va lontano”.