Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

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Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa - Psicoterapeuta - Analista Transazionale Nella mia pratica clinica, nel mio studio a Roma, mi occupo di consulenza e supporto psicologico.

Questa pagina ha lo scopo di fornire spunti di riflessione su tematiche legate alla psicologia, al confronto e allo scambio di opinioni. Non fornisco consulenze tramite Facebook, invito chiunque ne abbia bisogno a rivolgersi ai professionisti più adeguati. Psicoterapia. Colloqui individuali. Supporto durante i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita, sterilità e infertilità, ansia, attacch

i di panico, fobie, compulsioni, ossessioni, depressione, lutto, perdita, separazione, divorzio, abbandono, difficoltà relazionali e affettive, fasi critiche della vita, disagio e conflitto col partner, con i figli o nel rapporto familiare, problemi di autostima, senso di vuoto, inefficacia, paura di vivere, solitudine, dipendenze, mobbing, disturbi dell’alimentazione, difficoltà di gestione di esperienze traumatiche, problematiche legate alla sfera sessuale individuale e di coppia, problematiche dell’identità, disturbi di personalità. Qualsiasi pubblicazione relativa alla pubblicità di altri siti o pagine Facebook effettuata sulla mia pagina senza autorizzazione, verrà rimossa. La maggior parte delle immagini inserite in questa pagina sono prese da internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, non esitate a comunicarmelo e provvederò a rimuoverle.

21/08/2026

Ho letto per caso questa frase: “Credono che sia forte perché faccio tutto da sola. E non capiscono che, se devi fare tutto da sola, non sei forte. Sei sola”.

E ho pensato che ci sono frasi che sembrano carezze o complimenti e invece, se le ascoltiamo bene, un po’ pungono e un po’ feriscono.
“Sei forte”. Quante volte lo diciamo e quante volte ce lo sentiamo dire.

Le persone forti esistono davvero. Esistono persone che hanno attraversato momenti difficili, hanno trovato dentro di sé risorse che non pensavano di avere, si sono rialzate e hanno imparato a sostenere pesi enormi. Quella forza è una conquista e hanno tutto il diritto di riconoscersela e difenderla. Ma essere forti non può voler dire non potersi mai fermare.

Se riesco a sollevare un peso sono forte. Ma devo anche potermi concedere di posarlo, quando diventa troppo pesante. Posso affidarlo per un po’ a qualcuno, riprendere fiato e poi tornare a occuparmene. Sapere che, se per un momento non lo porto io, qualcuno mi aiuterà a non farlo cadere.

Se questa possibilità non esiste, se devo tenerlo a tutti i costi perché altrimenti crolla tutto, non so più se possiamo chiamarla forza. È la forza della necessità, della disperazione o della sopravvivenza quella che troviamo perché non abbiamo alternative.

È un po’ come il coraggio. Essere coraggiosi non significa non avere paura. Significa poterla sentire e capire quando attraversarla e quando, invece, ascoltarla e fermarsi. Allo stesso modo, la forza ha bisogno di contemplare anche la fragilità. Il permesso di dire: “Questo oggi non riesco a sostenerlo. Ho bisogno che qualcuno lo tenga insieme a me”.

E invece continuiamo a dire: “Tanto tu sei forte. Tu ce la fai”. A volte lo diciamo perché ammiriamo sinceramente quella persona. Altre volte perché la sua forza ci permette di non guardare troppo da vicino la sua fatica. Se ce la fa sempre, possiamo convincerci che non abbia davvero bisogno di noi. Possiamo non fare domande, non accorgerci e non esserci fino in fondo.

Voler bene a qualcuno non significa diventare responsabili della sua vita o caricarsi addosso tutti i suoi pesi. Significa anche accorgerci quando sta facendo una fatica enorme e non usare la sua forza come una buona ragione per lasciarlo solo.

Poi ci sono persone che sono state forti per così tanto tempo da non sapere più come si fa ad affidarsi. Hanno imparato che, se mollano la presa, nessuno raccoglierà quello che cade. E può succedere che continuino a crederlo anche quando, nel frattempo, accanto a loro è arrivato qualcuno che ci sarebbe davvero.

Diffidano di una mano tesa perché hanno imparato troppo bene a farne a meno. Non chiedono, non si appoggiano e non riescono più nemmeno a riconoscere il proprio bisogno di riposare. E così quella forza che le ha salvate per tanto tempo finisce per diventare anche una condanna.

“Devi essere forte”, dicono.
Ma la forza non nasce dal trattenere le lacrime, né dal silenzio che ingoia il dolore e la fatica. La forza vera è anche avere il coraggio di dire: “Oggi non ce la faccio. Oggi no”. Perché il peso più grande non è la fragilità, che appartiene a tutti noi, ma la condanna a non mostrarla mai.

La prossima volta, prima di dire a qualcuno “Tanto tu sei forte”, chiediamoci anche: “Ma chi si prende cura di te quando smetti di esserlo?”.
Perché se la risposta è “Nessuno”, quelle parole non sono più un complimento. Suonano più come: “Continua a reggere, perché se lasci la presa non verrà nessuno ad aiutarti, neanche io”.

Qualche volta, invece di dire a una persona quanto è forte, avremmo bisogno di farle sentire che con noi non è obbligata a esserlo sempre. Riflettiamoci. VS

21/08/2026

Ogni tanto credo sia utile ricordare dove siamo.

Questa pagina è gestita interamente da me e quello che condivido rispecchia il mio modo di pensare, ciò in cui credo e ciò che ho imparato attraverso lo studio, il lavoro, la ricerca e la mia lunga esperienza di terapia personale. Dietro questo profilo c’è una psicoterapeuta, ma prima ancora c’è una persona che ha studiato, lavorato, ascoltato e vissuto profondamente ciò di cui parla.

Quando porto qui un pensiero so che può essere condiviso oppure no. Le opinioni diverse sono benvenute, i dubbi, anche i più scomodi, trovano ascolto e le domande possono aprire confronti interessanti.
Quello che scrivo non è un dogma di fede. Potete dirmi che non siete d’accordo, spiegarmi perché e portarmi a vedere un aspetto che magari non avevo considerato. È accaduto diverse volte e ne sono stata contenta, perché anch’io ascolto, rifletto e mi metto in discussione.

Il problema nasce quando per critica non si intende più un confronto capace di aggiungere qualcosa, ma una valutazione su ciò che ho scritto: se sia adeguato, se sia legittimo che trovi posto qui, se una psicoterapeuta avrebbe dovuto scriverlo o se io avrei fatto meglio a tenerlo per me. Questo significa mettersi nella posizione di chi pensa di poter dare un voto ai miei pensieri e decidere quali possano trovare spazio sulla mia pagina.

Credo che trovarsi in uno spazio pubblico crei in alcune persone una sorta di implicito permesso, anzi la presunzione di avere un diritto: stabilire cosa dovrei scrivere, come dovrei gestire questo spazio, come dovrei svolgere il mio lavoro e che professionista io sia o debba essere.

Ecco, no. Questo non è ammissibile.

I miei post si possono discutere, anche con molta fermezza. Non si possono usare per screditare chi sono come persona e come professionista o per mettere sotto esame il mio modo di lavorare, partendo da ciò che avete letto e da quello che fareste voi se questa pagina fosse vostra. Questa pagina, però, la gestisco io e sento la responsabilità di proteggere anche il modo in cui si sta al suo interno.

Non amo scrivere post che ricordino cosa si possa fare e cosa no, perché da sempre ho grande fiducia nel pensiero umano e nella capacità delle persone di comprendere da sole fin dove possano spingersi.
Mi accorgo però sempre più spesso che affidarsi al buon senso rischia di diventare una specie di roulette russa: non si sa mai cosa qualcuno possa sentirsi autorizzato a dire o a fare in nome del diritto di parola e della libertà che ritiene gli spetti perché si trova su una pagina aperta a tutti.

Io do rispetto e pretendo rispetto. È la condizione necessaria per restare in questo spazio.

Se volete costruire, siete i benvenuti e vi ringrazio, perché con i vostri commenti arricchite anche me, mi portate a riflettere, a crescere e a mettermi in discussione.

Se invece volete distruggere, offendere o demolire, anche in modo sottile, velato e apparentemente rispettoso, questo non è il posto per voi. Si può screditare qualcuno mantenendo un tono formalmente educato e si può tentare di demolirlo fingendo di volergli offrire soltanto uno spunto di riflessione.

Le parole educate non bastano a trasformare un attacco in un confronto. E questa differenza la riconosco benissimo.

Il mondo, reale e virtuale, è già pieno di spazi in cui sfogare maleducazione, aggressività e ignoranza. Qui no. VS

20/08/2026

“Ma lei, quando è in ferie, ci pensa a noi?”.
Qualche volta me lo chiedono scherzando, prima di salutarci.
E io magari rispondo: “Certo. Ormai conosco tutte le puntate, vorrò pure sapere come continua”.
Ci ridiamo su, come spesso accade in terapia quando dentro una domanda apparentemente leggera c’è anche qualcosa che leggero non è affatto.

Le ferie per me sono preziose, necessarie e rigeneranti.
Il mio è un lavoro che mi assorbe molto. Quando sono in seduta, io sono davvero lì.
È faticoso come tanti altri lavori, con una particolarità: lo strumento attraverso cui lavoro sono anche io. La mia mente, la mia sensibilità, la capacità di essere presente e di fare spazio dentro di me alla vita dell’altro.

Per questo, dopo molti mesi, sento il bisogno di ossigenarmi, di riempirmi di paesaggi nuovi, risate, libri, silenzio, natura e cose leggere. Di lasciare depositare ciò che ho ascoltato, un po’ come un filtro che ogni tanto va pulito per poter tornare a fare bene il proprio lavoro.

Non parto pensando: “Finalmente per un po’ non dovrò più occuparmi di loro”.
I miei pazienti non sono una pila di pratiche da chiudere in un cassetto fino a settembre. E io ho bisogno di riposare proprio perché voglio tornare a seguirli con la stessa partecipazione, lo stesso interesse e lo stesso affetto sincero. Perché voglio avere di nuovo spazio dentro di me per accogliere tutto ciò che porteranno.

So che questa pausa fa bene anche a loro. Anche se non tutti, quando glielo dico, mostrano immediatamente il mio stesso entusiasmo. E ci sta.

Fa bene sperimentarsi fuori dalla stanza della terapia. Accorgersi di quante cose costruite insieme ormai sono diventate proprie. Provare a tenere per mano da soli il proprio bambino interiore quando ha paura, sapendo che la terapeuta continua a esistere anche quando per qualche settimana non è seduta lì davanti.

E poi fa bene ritrovarsi. Riprendere il filo, portare ciò di cui si avrà voglia di parlare e guardare insieme che cosa è accaduto in quel tempo. Dove si è riusciti a fare qualcosa di nuovo, dove si è tornati a perdersi e dove, magari senza neanche rendersene conto, ci si è trattati finalmente con un po’ più di cura.

Nel frattempo io li penso.

Penso a chi sta vivendo qualcosa di bello, qualcosa che aspettava da tanto, e mi auguro che riesca finalmente a goderselo senza che la paura arrivi subito a portargliene via un pezzo. Che ne faccia una scorpacciata, che si riempia gli occhi e il cuore, sapendo che poi ci sarà di nuovo il nostro spazio, in cui potremo ritrovarci e parlarne insieme.

Penso a chi sta attraversando qualcosa di doloroso e spero che, nei momenti più difficili, riesca a trattarsi con un po’ della cura che tante volte abbiamo provato a costruire insieme. Che non si chieda di stare bene prima del tempo e non aggiunga alla propria fatica anche la pretesa di non sentirla.

Penso a chi ha bisogno di scoprire che può farcela, che gli strumenti ormai li ha anche se continua a cercarli soltanto nelle mie parole. E penso a chi, invece, deve imparare che per una volta può non fare tutto da solo, che può chiedere una mano prima di arrivare allo stremo e che scrivermi, se ne ha davvero bisogno, non farà crollare rovinosamente l’intero impianto delle mie ferie.

Per questo, prima di salutarci, a qualcuno dico: “Mi raccomando, non si lasci solo. Tenga sempre il suo bambino per mano”.

A qualcun altro ripeto: “Se ha bisogno mi scriva”. Magari lo dico anche due volte, perché so che potrebbe passare tre giorni a chiedersi se sia il caso, altri due a scrivere e cancellare il messaggio e poi concludere che, a quel punto, tanto vale aspettare settembre.

Non dico a tutti la stessa cosa perché conosco la storia di ciascuno, il punto in cui si trova e il passo che sta provando a fare. So se in quel momento la cura passa dal provare a fidarsi un po’ di più di sé oppure dal concedersi finalmente di chiedere aiuto. In entrambi i casi, il punto è imparare a non lasciarsi soli.

E quando li penso, non è mai un pensiero generico, un “chissà come staranno”.
Penso proprio a quella persona e so che cosa le sto augurando. Conosco il momento di vita preciso che sta attraversando, quanto le è costato arrivare fin lì e che cosa potrebbe avere bisogno di ricordare proprio adesso.

È un pensiero affettuoso, carezzevole. Quello che si ha per qualcuno a cui si tiene e al quale si augura del bene. Il suo bene, quello che in quel momento può avere un significato soltanto per lui.

Io ai miei pazienti voglio bene davvero.

Lo so che la terapia è il mio lavoro, che esiste un onorario, che i ruoli sono diversi e che questa non è un’amicizia. Tutto vero e giustissimo. Il fatto che sia una relazione professionale non rende meno autentico l’affetto che può nascere dentro quella relazione.

Non credo si possa stare così vicini alla vita di una persona, conoscerne le ferite, le paure, gli sforzi e le speranze e poi considerarla soltanto qualcuno con cui si ha un appuntamento fissato in agenda.

So anche che non tutti, facendo terapia, si sono sentiti pensati in questo modo. Qualcuno può aver incontrato un terapeuta più distante o essersi sentito dimenticato appena uscito dalla stanza. Io posso parlare del modo in cui vivo questa professione e so di non essere l’unica a viverla così.

L’affetto che provo per i miei pazienti è difficile da spiegare a chi immagina la terapia come un incontro freddo tra un professionista e qualcuno che gli espone un problema. Ha confini precisi, necessari e fondamentali. E proprio dentro quei confini può esserci qualcosa di profondamente sincero.

Così, se durante questa pausa qualcuno di loro dovesse domandarsi se ogni tanto lo penso, la risposta è sì.
Con quella tenerezza discreta con cui si pensa a qualcuno di cui conosciamo la fatica e al quale auguriamo, anche da lontano, di riuscire a tenersi per mano proprio nei giorni in cui non possiamo farlo insieme. VS

19/08/2026

A volte basta assistere a una scena di pochi minuti per sentirci completamente inadeguati.

Il figlio di un’altra persona comincia a urlare, si butta per terra, rifiuta di andare via. Il genitore si abbassa, gli parla con calma, gli dà un nome per quello che sta provando, contiene il capriccio senza umiliarlo e senza perdere la pazienza.

Noi guardiamo e pensiamo che al posto suo avremmo sentito salire la rabbia. Quell’istinto antico di urlare più forte, di minacciare, magari persino di alzare le mani per farci rispettare. Oppure saremmo rimasti lì a implodere, con gli occhi delle persone addosso e un unico pensiero in testa: ti prego, fallo smettere.

In pochi minuti quel genitore ci sembra un incrocio perfetto tra Maria Montessori, Mary Poppins e l’ultimo manuale di pedagogia efficace. Noi, invece, ripensiamo a quella volta in cui abbiamo urlato in macchina. A nostro figlio che si è zittito e ci ha guardato spaventato. A quando, più tardi, siamo entrati nella sua stanza mentre dormiva, gli abbiamo fatto una carezza e ci siamo sentiti i genitori peggiori del mondo.

Quello che abbiamo visto può essere assolutamente vero. Quel genitore, in quel momento, è stato capace, amorevole e competente. Non c’è bisogno di ridimensionarlo per sentirci meglio. Abbiamo visto, però, soltanto quei pochi minuti.

Non sappiamo se la sera prima si è chiuso in bagno perché non ne poteva più. Se ha chiamato qualcuno dicendo: “Io con mio figlio sto sbagliando tutto”. Se per imparare a non urlare ha dovuto fare i conti con tutte le urla che ha ricevuto da piccolo. Se altre volte ha perso la pazienza, ha detto cose che non voleva dire e poi si è seduto sul letto con le mani nei capelli chiedendosi come affrontare quella situazione.

Dovremmo ricordarcelo ogni volta che guardiamo la vita degli altri da una finestra strettissima e poi la confrontiamo con tutto quello che sappiamo della nostra.

Vediamo una coppia che ride, si cerca con gli occhi e sembra capirsi senza nemmeno parlare. E magari è davvero una coppia affiatata. Si vogliono bene, hanno costruito una complicità rara e hanno imparato a stare insieme bene.

Noi, intanto, veniamo da tre giorni di musi, da una discussione cominciata per una sciocchezza e finita tirando fuori cose successe sei anni fa. Abbiamo cenato senza guardarci e siamo andati a letto girati dalla parte opposta. Poi incontriamo loro, li vediamo ridere e pensiamo che loro abbiano qualcosa che noi non avremo mai.

Ci manca il resto della loro storia. Le volte in cui si sono parlati senza riuscire ad ascoltarsi, quelle in cui uno dei due si è sentito solo pur avendo l’altro accanto. I periodi in cui hanno dovuto ritrovarsi, le notti dormite girati di spalle e le parole sbagliate che hanno avuto bisogno di tempo per essere perdonate. Può darsi che oggi sappiano volersi bene proprio perché hanno attraversato tutto questo. E può darsi che qualche volta continuino a gestirlo malissimo.

Sul lavoro accade continuamente. Il collega che durante una riunione ha sempre la risposta pronta, trova le parole giuste e sembra non perdere mai il filo. Noi siamo ancora fermi a quella domanda alla quale abbiamo risposto balbettando, mentre sentivamo il viso diventare rosso e avremmo voluto sparire sotto il tavolo.

Di lui vediamo la risposta riuscita, di noi sentiamo anche il cuore che accelera, la paura di sembrare incompetenti, le ore passate a ripensare a quello che avremmo potuto dire e il dubbio di non essere all’altezza.

Magari quel collega è davvero più preparato di noi in alcune cose. Possiamo riconoscerlo e possiamo imparare da lui. Questo, però, non ci dice quante volte sia tornato a casa convinto di aver sbagliato tutto, quanto abbia studiato per sentirsi finalmente sicuro o quali siano le situazioni nelle quali è lui a guardare qualcun altro pensando: “Io non ci riuscirò mai”.

Succede anche con le persone che sanno dire di no. Le vediamo mettere un confine con fermezza, senza spiegarsi per mezz’ora e senza sentirsi in colpa. Noi accettiamo l’ennesima cosa che non volevamo fare, sorridiamo, diciamo “figurati” e poi ci arrabbiamo con noi stessi per tutta la strada del ritorno.

Quella persona può essere davvero più capace di proteggersi. E magari ha imparato dopo anni trascorsi a farsi calpestare, dopo relazioni nelle quali ha detto troppi sì e dopo essere tornata a casa mille volte con la sensazione di essersi tradita.

Bisogna vedere tutta la storia, non soltanto quell’episodio.

Lo dico spesso anche in terapia, perché un singolo momento racconta qualcosa di vero e allo stesso tempo non può raccontare tutto. Se prendiamo il momento migliore degli altri e lo mettiamo accanto al nostro peggiore, il risultato sarà quasi sempre che loro sono capaci e noi siamo un disastro.

E tante volte dimentichiamo che, senza rendercene conto, quelli osservati siamo noi.

Qualcuno può averci visti gestire bene nostro figlio proprio in uno dei giorni in cui ci siamo riusciti e aver pensato che con noi fosse sempre così. Può averci sentiti rispondere con sicurezza su una cosa che conosciamo bene e aver desiderato la nostra competenza. Può averci incontrati mentre ridevamo con il nostro partner senza sapere che la sera prima avevamo litigato.

Magari mentre ci sentivamo soltanto persone che cercavano di fare del proprio meglio, per qualcuno siamo sembrati quelli capaci, quelli forti, quelli che sanno sempre come si fa.

Perché nessuno è un completo disastro e nessuno è assolutamente perfetto.

Chi vuole farci credere di non sbagliare mai, di non crollare mai e di sapere sempre cosa fare sta lasciando fuori una parte della storia.

Una persona autentica può anche riconoscere di essere diventata molto brava in qualcosa, può giustamente prendersi il merito del lavoro fatto, dei sacrifici e di tutto ciò che ha imparato senza fingersi modesta per forza. Ma se c’è abbastanza confidenza sarà probabilmente la prima a dirci: “Sì, su questo sono diventata capace. Però sapessi quante volte non ci sono riuscita. A me ha aiutato fare così”.

Ed è questo che permette agli altri di esserci davvero utili. Possiamo ammirarli, prendere spunto da ciò che sanno fare meglio di noi e provare a imparare senza sentirli appartenenti a una specie umana diversa dalla nostra.

Possiamo anche accorgerci che una nostra reazione ha ferito qualcuno e che abbiamo bisogno di cambiarla. Tutto questo si può fare senza usare ogni difficoltà come una sentenza su chi siamo.

“Ho urlato” non deve diventare “sono un cattivo genitore”.

“Non ho saputo rispondere” non deve diventare “sono incompetente”.

“Stiamo attraversando una crisi” non deve diventare “noi non ci ameremo mai come loro”.

Essere compassionevoli con noi stessi vuol dire guardarci per intero. Vedere l’errore e anche la fatica che c’era dietro. Prenderci la responsabilità di ciò che abbiamo fatto e ricordarci quante volte, invece, siamo riusciti a fermarci, a capire, a riparare e a fare diversamente.

Alla fine siamo tutti persone che provano a fare meglio. A volte ci riusciamo, a volte no. A volte guardiamo qualcuno e impariamo da lui. Altre volte, senza saperlo, siamo noi quelli che qualcuno sta guardando.

La prossima volta che vi sembrerà di essere gli unici a non saper reggere una situazione, provate a ricordare che gli altri li state guardando da fuori, mentre voi vi conoscete da dentro.

Datevi il tempo di imparare senza trattarvi come una continua delusione. Ci sono ancora cose che potete fare meglio, certo. E ce ne sono già molte che state facendo meglio di quanto riuscite a vedere. VS

18/08/2026

Quasi tutti, a un certo punto, diciamo di volere una relazione sana, stabile e serena. Lo diciamo con convinzione, perché è davvero quello che pensiamo di desiderare. Eppure capita di incontrare una persona presente, affettuosa, emotivamente disponibile e di sentire che manca qualcosa. Mentre quella che ci cerca e scompare, si avvicina e si allontana, ci entra nella testa in un modo dal quale sembra impossibile liberarsi.

Sappiamo che ci fa stare male. Ne parliamo con gli amici più cari, raccontiamo per l’ennesima volta quello che è successo e diciamo che stavolta chiudiamo davvero. E in quel momento ne siamo veramente convinti. Basta che quella persona ricompaia, però, e dentro di noi cambia tutto.

Abbiamo trascorso la giornata cercando di non guardare il telefono, portandolo sempre con noi, tenendolo a tavola con lo schermo nel punto in cui possiamo vederlo accendersi. Quando finalmente compare il suo nome sentiamo il cuore accelerare.

La testa ricorda le notti passate a piangere, lo smarrimento, la rabbia, la disperazione, le promesse non mantenute e tutte le ragioni per cui avevamo deciso di chiudere. La pancia dice sì. Dice sì perché ricorda il sollievo di quando quella persona torna e perché, per un attimo, essere cercati ci fa smettere di sentirci dimenticati.

Quando torna, infatti, torna anche la sensazione di contare qualcosa.

Per giorni ci siamo sentiti messi da parte, sostituibili e mai abbastanza. Ci siamo chiesti che cosa avessimo sbagliato e che cosa ci mancasse. Il messaggio che aspettavamo ferma per un momento tutte quelle domande: se ci ha cercati vuol dire che ci ha pensati, se è tornata vuol dire che un posto nella sua vita ce l’abbiamo ancora.

E insieme al valore recuperiamo un po’ di potere. Durante l’attesa era l’altra persona a decidere quando esserci, quando allontanarsi e quanto darci. Il suo ritorno ci fa credere che siamo riusciti a raggiungerla, a smuoverla, magari persino a cambiarla. Se siamo riusciti a far tornare qualcuno di così difficile da raggiungere, allora siamo importanti davvero.

A volte basta pochissimo: un «Come stai?» dopo giorni di silenzio, una frase affettuosa, un «Mi manchi» arrivato proprio mentre stavamo cercando di rimetterci in piedi. Siamo rimasti per settimane nel deserto e quella persona ci offre una goccia d’acqua. E siccome abbiamo una sete terribile, quella goccia ci sembra tutto. Ci rimette in vita abbastanza da farci restare, prima che ricominci la siccità.

È questo che rende così doloroso lasciare andare. Perdere quella persona significa perdere anche la speranza che un giorno ci dia in modo stabile proprio la conferma che finora ci ha fatto intravedere e subito dopo ci ha tolto. Significa accettare che tutto quello che abbiamo dato, aspettato e sopportato non la trasformerà nella persona che avevamo sperato diventasse con noi.

Dentro quella relazione stiamo cercando amore, la prova di essere abbastanza e la possibilità di sentirci finalmente meno in balia di qualcuno che può andarsene.

Questa ricerca continua del modo giusto per arrivare all’altro può essere cominciata molto presto. Da bambini poteva bastare il rumore della chiave nella porta: guardavamo il volto di chi entrava e capivamo se potevamo raccontare qualcosa, chiedere un abbraccio o se fosse meglio aspettare. Se quello sguardo non c’era, il disegno tornava nello zaino insieme al desiderio di mostrarlo.

Così abbiamo imparato a osservare l’altro prima di ascoltare noi stessi, a dire «non fa niente» quando faceva eccome e a diventare facili da amare. Se l’affetto arrivava e spariva, abbiamo continuato a cercare che cosa fare per farlo tornare. E senza saperlo abbiamo imparato che amare significava anche questo: trovare ogni volta la strada giusta per raggiungere qualcuno e impegnarsi abbastanza perché restasse.

Anni dopo possiamo sentire la stessa tensione davanti a una persona che non riusciamo mai ad avere fino in fondo. Vogliamo essere spontanei e ci ritroviamo di nuovo a studiare lo sguardo dell’altro, il tono di un messaggio o la durata di un silenzio. Cerchiamo di capire se possiamo avvicinarci o se sia meglio aspettare, che cosa dire e che cosa tenere ancora una volta per noi.

Ci sembra di desiderare soltanto quella persona. Dentro c’è anche il bisogno di riuscire finalmente in qualcosa che conosciamo da molto tempo: far restare chi si allontana, farci vedere da chi ci vede a intermittenza e ricevere spontaneamente ciò che abbiamo sempre dovuto faticosamente conquistare.

Ogni nuova distanza ci rimette al lavoro. Scriviamo un messaggio, lo cancelliamo perché potrebbe sembrare troppo e ne prepariamo un altro più leggero. Decidiamo di non cercare l’altro per vedere se sarà l’altra persona a farlo, controlliamo l’ultimo accesso e rileggiamo una conversazione cercando il momento preciso in cui abbiamo cominciato a perderla. Come se trovarlo potesse permetterci di tornare indietro e fare tutto diversamente.

Ci svegliamo durante la notte e allunghiamo la mano verso il telefono. Controlliamo se quella persona sia online, se abbia visto quello che abbiamo pubblicato, se abbia trovato il tempo per esserci ovunque tranne che con noi. Basta un dettaglio per costruire nella testa una spiegazione intera. Intanto lavoriamo, parliamo, usciamo e facciamo quello che dobbiamo fare, ma una parte di noi rimane sempre lì.

A volte smettiamo quasi di esserci anche nelle cose che stiamo vivendo. Qualcuno ci parla e noi perdiamo metà del discorso perché stiamo ripensando a un messaggio. Siamo in un posto bello e ci domandiamo se pubblicare una foto farà reagire quella persona. Andiamo a dormire stremati e ci svegliamo con lo stesso pensiero con cui ci eravamo addormentati. Tutta la nostra vita continua, ma noi siamo emotivamente fermi davanti a una porta che potrebbe aprirsi oppure no.

L’incertezza ci aggancia proprio così. Quando una risposta arriva in modo imprevedibile, finiamo per aspettarla con ancora più attenzione. Il nostro sistema nervoso rimane attivato e ogni segnale assume un peso enorme: un messaggio può cambiare l’intera giornata, una risposta fredda può farci precipitare nella tristezza e un gesto affettuoso può cancellare, almeno per qualche ora, settimane di assenza e di dolore.

All’inizio cerchiamo soprattutto di capire. Con il tempo cominciamo anche a tenere il conto: quante volte abbiamo cercato noi, quanto abbiamo dato, quanto abbiamo aspettato e quanto poco abbiamo ricevuto. Pensiamo: «Dopo tutto quello che ho fatto, come può trattarmi così?». Il dolore si mescola alla rabbia. Ci sentiamo vittime di una persona che ha tutto il potere e cresce il bisogno che provi almeno una parte di ciò che ha fatto provare a noi.

Così rispondiamo in modo freddo per vedere se insisterà, aspettiamo apposta prima di scrivere, diciamo che non ci importa e speriamo che capisca quanto invece ci importa. Ci allontaniamo per primi per vedere se l’altro verrà a riprenderci. Magari pubblichiamo qualcosa pensando esattamente a chi dovrà vederlo e controlliamo se lo ha fatto, convincendoci che non ci interessi più mentre ogni gesto continua a essere rivolto proprio lì.

A forza di vivere nell’ambivalenza, cominciamo ad attivarla anche noi. Desideriamo che l’altro si avvicini e quando lo fa sentiamo il bisogno di punirlo, proteggerci o fargli pagare tutta l’attesa. Vogliamo sentirci scelti e nello stesso tempo rendiamo difficile raggiungerci. Avremmo voluto una relazione semplice e ci ritroviamo a misurare chi cerca per primo, chi risponde dopo, chi sembra avere meno bisogno.

E possiamo non riconoscerci più. Ci vediamo controllare, mettere alla prova, fare dispetti, dire il contrario di quello che sentiamo. Diventiamo sospettosi, rancorosi, a tratti incattiviti. Continuiamo a raccontarci quanto l’altro ci faccia soffrire e intanto restiamo lì, perché andarcene ci farebbe perdere l’unica persona dalla quale continuiamo ad aspettare il risarcimento per tutta quella sofferenza.

A volte accettiamo anche cose che mai avremmo pensato di poter accettare. Ci accontentiamo di essere cercati negli spazi lasciati liberi dal resto, di incontri decisi all’ultimo momento, di parole grandi alle quali non segue niente. Ogni volta ci diciamo che è l’ultima. Ogni volta abbassiamo un po’ di più il punto oltre il quale avevamo giurato che non saremmo andati. E mentre aspettiamo di essere scelti, finiamo lentamente per smettere di scegliere noi stessi.

Tutta questa attivazione può sembrarci passione, intensità e profondità. Se una persona occupa ogni nostro pensiero, ci sembra evidente che debba essere importantissima. A tenerla così tanto nella nostra testa può essere anche il tentativo continuo di recuperare la sicurezza che perdiamo ogni volta che si allontana.

Tutto questo aiuta a capire anche un’altra cosa che può lasciarci molto confusi: perché una persona più stabile, presente e capace di costruire una relazione sana possa sembrarci, almeno all’inizio, meno coinvolgente.

Incontriamo qualcuno che ci cerca con continuità, mantiene ciò che dice e rende chiaro il posto che abbiamo nella sua vita. Dopo una serata insieme ci scrive, propone di rivederci e non ci lascia per giorni a domandarci che cosa provi. Se raccontiamo qualcosa di importante, il giorno dopo si ricorda di chiederci com’è andata.

Una persona così può semplicemente non piacerci. Possiamo non desiderarla, non sentire curiosità, non avere voglia di conoscerla ancora. La sua disponibilità non c’entra: anche se si allontanasse, continuerebbe a non interessarci. Non dobbiamo convincerci a provare qualcosa che non proviamo.

Ci sono altre volte, però, in cui quella persona ci piace. Stiamo bene insieme, ci viene voglia di raccontarle qualcosa, sentiamo tenerezza, interesse, persino desiderio. Eppure diciamo: «Sì, però non mi prende». Quello che manca è la scossa alla quale siamo abituati: non aspettiamo con l’ansia che ci scriva, non temiamo continuamente di perderla e non proviamo quel sollievo enorme ogni volta che torna.

Quella persona ci sta portando fuori dal circuito che abbiamo imparato a chiamare amore: attesa, paura, distanza, ritorno e sollievo. E siccome dentro quel circuito abbiamo sentito le emozioni più forti, quando qualcuno non lo riattiva possiamo credere che tra noi non stia accadendo niente.

Magari rimandiamo un incontro perché sappiamo che ci sarà un’altra occasione e rispondiamo senza la fretta che avevamo con chi poteva sparire. Intanto, proprio mentre questa persona ci sta parlando con attenzione, speriamo ancora di vedere comparire sul telefono il nome di chi ci ha lasciato senza risposte. Quello ci sembra desiderio. La tranquillità che sentiamo con chi è presente ci sembra mancanza di attrazione.

A volte una presenza stabile può metterci persino a disagio. Se non dobbiamo rincorrere, convincere, aggiustare o renderci indispensabili, possiamo non sapere più quale parte assumere dentro la relazione. Qualcuno ci vuole senza sottoporci a una prova e noi facciamo fatica a sentire il nostro valore, perché abbiamo imparato a misurarlo attraverso tutta la fatica necessaria per essere scelti.

E anche quando cominciamo a stare bene, possiamo non fidarci. Aspettiamo che l’altro si stanchi, scopra chi siamo davvero e decida di andarsene. Una risposta arriva qualche ora più tardi e sentiamo riaprirsi una paura antica. Un gesto meno affettuoso del solito diventa la conferma che stavamo aspettando: «Ecco, lo sapevo, anche questa volta non poteva durare».

Le cose belle ci sembrano fragili, quasi concesse per errore. Abbiamo visto altre persone ricevere amore con naturalezza e abbiamo pensato che per loro fosse possibile, mentre per noi ci sarebbe sempre stato qualcosa da aspettare, sopportare o conquistare.

La differenza può diventare più chiara osservando che cosa succede quando cambia la disponibilità dell’altro. Se una persona non ci piace davvero, il nostro desiderio resta spento anche quando si allontana. Quando siamo abituati all’amore vissuto nell’incertezza, invece, possiamo accorgerci che qualcuno ci interessa finché è difficile da raggiungere e smette di prenderci proprio quando ci fa sentire al sicuro. Oppure che una persona presente ci piace, ma la scartiamo perché con lei non proviamo la tensione che abbiamo imparato a confondere con l’amore.

Una relazione serena può avere bisogno di essere conosciuta prima di riuscire a sembrarci viva. Non per obbligarci a desiderare qualcuno. Per capire se manca davvero l’attrazione oppure se manca quel dolore che, per tanto tempo, ci ha fatto credere di essere innamorati.

Da fuori sembrano tutte storie uguali: persone che continuano a scegliere relazioni complicate. Dentro ogni persona può esserci qualcosa di diverso. Qualcuno cerca la conferma del proprio valore. Qualcuno vuole sentire di avere finalmente il potere di far restare chi se ne va. Qualcuno riconosce l’amore soltanto quando deve lottare per ottenerlo. Qualcun altro riesce a desiderare intensamente finché l’altro resta lontano, perché una presenza vera lo esporrebbe a un’intimità che fa ancora paura.

Quando riusciamo a vedere che cosa stiamo cercando davvero in quella relazione, molte cose che ci facevano sentire stupidi, deboli o incoerenti cominciano ad avere un senso.

Non siamo rimasti lì perché non avevamo capito niente. Spesso avevamo capito quasi tutto. Siamo rimasti perché ogni ritorno dell’altro ci restituiva per un momento il valore che avevamo sentito di perdere e il potere di far accadere ciò che avevamo aspettato per tanto tempo.

Volevamo che proprio quella persona, quella che poteva andarsene in qualsiasi momento, decidesse finalmente di restare. Perché se fosse rimasta, avremmo potuto smettere di sentirci quelli che vengono lasciati, quelli che devono sempre fare qualcosa in più per essere amati, quelli per cui le cose belle non durano.

In fondo aspettavamo che restasse perché, con quella scelta, avrebbe finalmente rassicurato la parte di noi che da sempre temeva di non essere abbastanza e di dover fare sempre una fatica enorme per meritare l’amore. VS

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