Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

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Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa - Psicoterapeuta - Analista Transazionale Nella mia pratica clinica, nel mio studio a Roma, mi occupo di consulenza e supporto psicologico.

Questa pagina ha lo scopo di fornire spunti di riflessione su tematiche legate alla psicologia, al confronto e allo scambio di opinioni. Non fornisco consulenze tramite Facebook, invito chiunque ne abbia bisogno a rivolgersi ai professionisti più adeguati. Psicoterapia. Colloqui individuali. Supporto durante i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita, sterilità e infertilità, ansia, attacchi di panico, fobie, compulsioni, ossessioni, depressione, lutto, perdita, separazione, divorzio, abbandono, difficoltà relazionali e affettive, fasi critiche della vita, disagio e conflitto col partner, con i figli o nel rapporto familiare, problemi di autostima, senso di vuoto, inefficacia, paura di vivere, solitudine, dipendenze, mobbing, disturbi dell’alimentazione, difficoltà di gestione di esperienze traumatiche, problematiche legate alla sfera sessuale individuale e di coppia, problematiche dell’identità, disturbi di personalità. Qualsiasi pubblicazione relativa alla pubblicità di altri siti o pagine Facebook effettuata sulla mia pagina senza autorizzazione, verrà rimossa. La maggior parte delle immagini inserite in questa pagina sono prese da internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, non esitate a comunicarmelo e provvederò a rimuoverle.

14/10/2026

A voi, genitori stanchi, genitori che non dormono più la notte, non per le coliche o i pannolini, ma per quelle porte sbattute, quegli sguardi sfuggenti e quelle parole che fanno male.
A voi che amate figli che sembrano non volere più il vostro amore. A voi che vi sentite confusi, esausti e a un passo dal mollare. A voi che siete in crisi più dei vostri figli.

Questo è per dirvi una cosa semplice, ma che a volte vi dimenticate: non siete soli e non state sbagliando tutto.

Lo so: non li riconoscete più i vostri figli adolescenti. Erano dolci, affettuosi, vi cercavano per ogni cosa. Ora vi evitano. Rispondono male. Vi sfidano o vi ignorano. Ogni giornata è una lotta: per fargli spegnere il telefono, per farli uscire dalla camera, per farli parlare, per capire cosa provano, per ogni piccola cosa…

E vi chiedete:
“Ma dov’è finito mio figlio?”
“Dove ho sbagliato?”
“Come si sopravvive a tutto questo senza andare in mille pezzi?”

La verità è che l’adolescenza è una tempesta. Per loro ma anche per voi.
E quando loro cambiano, cambiate anche voi. Vi sentite spaesati, messi da parte e anche profondamente inutili. Eppure è proprio ora che il vostro ruolo diventa ancora più fondamentale.

Perché dietro alla rabbia, ai silenzi, ai rifiuti… c’è sempre, sempre, sempre una richiesta d’amore (lo so è molto ben mascherata, che sembra quasi odio ma c’è e il figlio ancora non lo sa).
Un figlio adolescente vi dice: “Spingimi via per capire chi sono. Ma non andartene davvero”.
È un paradosso durissimo da sostenere. Ma è quello che succede realmente. E voi siete chiamati a restare anche quando siete respinti, anche se fa male e vi fa soffrire. Perché? Perché siete i genitori.

E c’è una cosa importante da ricordare: davanti ai vostri figli adolescenti, spesso (quasi sempre) si risveglia anche l’adolescente che siete stati voi. Quello ribelle, confuso, arrabbiato, fragile. Oppure quello che non avete potuto essere, perché siete dovuti diventare grandi troppo presto, responsabili troppo presto, maturi troppo presto. E allora reggere la loro tempesta può diventare ancora più difficile, perché tocca qualcosa di antico anche dentro di voi.

A volte può nascere una rabbia silenziosa: “Io alla tua età non potevo permettermelo”. Oppure un’invidia che non osa dire il suo nome: vedere nei figli la libertà che a voi è mancata. Altre volte succede il contrario: vi riconoscete così tanto nel loro dolore, nel loro bisogno di spazio, nel loro desiderio di essere capiti, che finite per concedere più di quanto serva davvero.

C’è chi, per paura di essere duro come lo sono stati con lui, rinuncia ai confini. C’è chi vuole essere l’amico, il complice, il compagno di bravate. Sembra moderno, sembra bello, sembra persino amorevole. Ma i figli gli amici li hanno già. Nel genitore cercano altro: cercano una presenza adulta, stabile, capace di capire senza perdersi, di accogliere senza cedere a tutto, di dire anche dei no senza smettere di amare.

E c’è anche chi li capisce benissimo, perché certe emozioni le ricorda sulla pelle, ma poi si trova in un conflitto doloroso: sentire il loro bisogno e nello stesso tempo sapere che non tutto può essere concesso. Validare ciò che provano, senza validare tutto ciò che chiedono. Comprendere, senza abdicare al proprio ruolo. Ed è una fatica vera, profonda, costante e spesso invisibile.

Vi state chiedendo: “Ok, ma ora che faccio? Mi iscrivo a un corso per domatori di leoni? Mi arrendo e gli lascio le chiavi di casa?” No, niente di tutto questo. Anche se a volte la tentazione è forte, lo capisco.

Ecco invece cosa potete fare, davvero:

Non prendetevela sul personale. Non è un attacco contro di voi. È una battaglia dentro di loro.

Mettete confini chiari, ma senza guerre. Le regole servono, ma devono essere strumenti di crescita e non di punizione.

Restate presenti anche quando vi chiudono fuori. Anche quando sembra che non vi vogliano, hanno bisogno di sapere che voi ci siete e soprattutto che restate.

Cercate alleati, parlate, sfogatevi, chiedete supporto. Non dovete essere supereroi. Dovete solo essere umani genitori.

Accettate che non sono più dei bambini. Ma hanno ancora un bisogno disperato di sentirsi amati, visti e contenuti.

Sì, a volte vi spezzeranno il cuore. Sì, vi sentirete inadeguati. Sì, è una lavoraccio spesso duro e ingrato.
Ma se resistete, se rimanete, state dando loro qualcosa di prezioso: una base sicura, per la vita. Un luogo emotivo in cui poter tornare anche quando tutto sembra andare in frantumi e gli darete il modello dell’amore e della presenza che, crescendo, potranno dare a se stessi.

Essere genitori di adolescenti è uno degli atti d’amore più faticosi e profondi. Perché è proprio in quel “tenere botta”, anche quando siete stanchi morti, che date ai vostri figli la cosa più preziosa, un amore che non molla, che resiste anche sotto assedio. Non servono gesti eroici, basta esserci, davvero. VS

“Se cresci senza nessuno che ti dica mai che sei bello o che sei bravo, senza una parola di conforto che ti rassicuri da...
13/10/2026

“Se cresci senza nessuno che ti dica mai che sei bello o che sei bravo, senza una parola di conforto che ti rassicuri dandoti il tuo posto al sole nel mondo, niente sarà mai abbastanza per ripagarti di quel silenzio. Dentro resterai sempre un bambino affamato di gentilezza, che si sente brutto, incapace e manchevole, qualsiasi cosa accada. E non importa se, nel frattempo, sei diventato la più bella delle creature”.

Ferzan Özpetek ✍🏻

🖼️ Illustrazione di Benjamin Lacombe

11/10/2026

Ci penso spesso, osservando le storie delle persone, quelle raccontate a bassa voce, quelle che emergono solo quando c’è abbastanza fiducia da poter smettere di fingere.

E ogni volta mi torna addosso la stessa sensazione: che a volte ciò che fa più male non è nemmeno l’ingiustizia in sé, ma il modo in cui viene normalizzata, minimizzata o negata. Quelle ingiustizie sottili e profonde che avvengono nelle relazioni più vicine, nei legami affettivi, nei contesti familiari, lavorativi o sociali. Ingiustizie che non sempre si notano in modo eclatante, ma lasciano segni. E attorno ad esse si crea una cortina fatta di silenzi, omissioni, “non è il momento”, “non esagerare”, “cerchiamo di andare d’accordo”…

C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa idea di armonia a tutti i costi. In questo voler sistemare tutto in nome della pace, come se la pace fosse un valore astratto, scollegato dalle persone in carne e ossa che la dovrebbero vivere. Come se bastasse dire “perdona”, “lascia stare”, “vai oltre” per rendere giusto ciò che giusto non è. Come se il problema fosse il dolore che disturba, e non l’ingiustizia che lo ha creato.

Succede così che chi ha subito il torto diventa quello che deve fare un passo in più. Deve capire, deve essere maturo, deve essere buono, deve perdonare, essere “superiore”. Deve sacrificarsi ancora una volta perché gli altri possano stare tranquilli. Perché il contesto non si rompa, perché la famiglia resti “unita” o perché il gruppo funzioni. In poche parole perché l’immagine sociale regga.

Ma a che prezzo? Io non credo ad una pace che chiede a qualcuno di continuare a farsi male. Non credo ad un perdono imposto, sollecitato e addirittura moralizzato. Non credo ad una riconciliazione che avviene senza che cambino davvero le condizioni che hanno generato il dolore. Quella non è affatto pace, è più una rimozione, un’anestesia, un’ipocrisia. È mettere una coperta sopra qualcosa che continua a marcire sotto.

Dentro questo meccanismo, che già di per sé è meschino e violento, si inserisce un’altra figura, forse la più ambigua di tutte quelle che gravitano attorno al conflitto e al dolore altrui: quella di chi non prende mai posizione, di chi si rifugia nelle frasi fatte “ma voletevi bene”, “ma parlatevi”, “ma risolvete”, “ma affrontate la cosa con amore”. Frasi dette così, dall’alto di una presunta neutralità che in realtà non è neutralità, ma paura.

Del resto, non prendere posizione è già una posizione, è scegliere di non vedere, scegliere di non ascoltare davvero. È scegliere la semplificazione quando la realtà è complessa, dolorosa e scomoda. E chi parla in questo modo spesso non si rende conto che, invece di lenire, amplifica in modo esponenziale il dolore di chi ha subito un’ingiustizia. Perché a quel dolore si aggiunge un altro livello di sofferenza, quello di non essere riconosciuto, di essere messo a tacere in nome di un presunto bene superiore.

È come se il messaggio implicito diventasse: “Il problema non è quello che ti è successo, il problema è che dai fastidio a farlo vedere e a volerne parlare”. Una forma di violenza ancora più sottile.

Le emozioni vere sono complesse. Non sono ordinate, non sono educate, non sono concilianti, le emozioni complesse richiedono tempo, ascolto e fatica. Richiedono la disponibilità a stare nel disagio, a guardare le zone d’ombra, a smontare racconti rassicuranti che ci siamo tramandati per sopravvivere. E non tutti sono disposti a farlo.

Guardare la propria storia personale, familiare, sociale con occhi maturi significa anche avere il coraggio di vedere quanto marcio c’è sotto. E sanarlo davvero, non coprirlo. Perché finché quel marcio lo infiliamo sotto al tappeto, nascosto dietro un sorriso, dietro un “va tutto bene”, dietro un “in fondo c’è amore”, dietro il “ma in fondo ti vuole bene” quello non scompare, anzi si trasforma, si incista e soprattutto si tramanda.

Si tramanda generazione dopo generazione come una forma di omertà emotiva condivisa, mascherata da buoni sentimenti. Come una cultura del silenzio che si autodefinisce matura, equilibrata, compassionevole e amorevole. Ma non lo è. È solo più elegante nel non assumersi la responsabilità.

L’amore, purtroppo, non trionfa sempre. L’amore trionfa solo quando c’è una correttezza di fondo. Quando il torto viene riconosciuto, quando qualcuno si assume la responsabilità di ciò che ha fatto o permesso. Quando cambiano davvero le condizioni che hanno generato il dolore. Se questa base non c’è, invocare l’amore diventa un alibi. E l’alibi, in questi casi, è un ulteriore abuso.

Lo vedo nelle dinamiche familiari, dove per “il bene di tutti” si chiede sempre a uno di stringere i denti. Lo vedo nelle relazioni, dove si spinge a ricucire anche quando ciò che si è rotto non è un malinteso, ma il rispetto. Lo vedo nei contesti quotidiani, dove chi dice la verità viene accusato di creare tensioni, mentre chi fa finta di niente viene premiato come persona equilibrata.

Un equilibrio costruito sull’ingiustizia è una bugia che prima o poi presenta il conto. E spesso lo presenta alla persona più sensibile, più consapevole, più disposta a mettersi in discussione. Quella che paga per tutti. Quella che porta il peso affinché gli altri possano continuare a raccontarsi che “in fondo va tutto bene”.

Ci sono momenti in cui dobbiamo riconoscere che le cose non vanno affatto bene. A volte non ci deve essere un lieto fine come ce lo immaginiamo. A volte il vero atto di maturità è accettare che alcune storie non si chiudono con un abbraccio, ma con una distanza sana. Che non vissero tutti felici e contenti insieme, ma vissero finalmente più veri, più liberi e meno costretti.

Credo sia proprio questa una delle cose che facciamo più fatica ad accettare: che la pace autentica non nasce dal compiacere, ma dal cambiare davvero. E se il cambiamento non è possibile, allora anche il sapersi fermare, separare, smettere di forzare, è una forma di rispetto profondo.

Non abbiamo bisogno di un buonismo che ci chiede di tacere. Abbiamo bisogno di una verità che non ci mistifichi, che sia pulita e cristallina anche se è scomoda, anche se rompe l’illusione di un’armonia che esiste solo finché qualcuno soffre in silenzio. Riflettiamoci. VS

10/10/2026

Ci sono momenti in cui anche solo guardare ciò che dobbiamo fare ci stanca.
Non abbiamo ancora cominciato, e siamo già esausti. Ci diciamo che basterebbe un po’ di forza di volontà, ma dentro sappiamo che non è quello. È qualcosa di più sottile e più profondo.

Succede quando il compito davanti a noi è troppo grande, troppo disordinato o troppo incerto.
Una casa che sembra non finire mai, documenti accumulati, scelte rimandate… Guardiamo tutto e non riusciamo più a trovare un punto da cui iniziare. Così la mente si blocca.
Il cervello, davanti a qualcosa che percepisce come eccessivo, confuso o ingestibile, fatica a organizzare un primo passo e finisce per fermarsi.

È lo stesso istinto antico che un tempo ci faceva restare immobili davanti a un pericolo. Solo che oggi la “tigre” ha la forma di un armadio pieno, di una scrivania caotica, di mille cose lasciate in sospeso.
Per qualcuno è la casa che si è riempita troppo, per altri una casella di posta intasata, un progetto da chiudere, un trasloco da affrontare, un curriculum da aggiornare o la gestione dei conti che non torna mai.

C’è chi apre il computer e sente salire l’ansia solo nel vedere le mail, chi guarda i giocattoli sparsi dei figli e non sa da dove ricominciare, chi rimanda da mesi di svuotare una stanza, chi non trova più un documento importante e si sente piccolo davanti a quella confusione. E ogni volta che ci prova, ha la sensazione di non fare mai abbastanza, come se il caos si rigenerasse da solo.
Così convivono l’urgenza di fare e quel senso di sopraffazione che finisce per paralizzarci.

In quei momenti ci vorrebbe qualcuno accanto, una specie di spirito guida che non giudichi, che non dica “su, muoviti”, ma che ci aiuti a restringere il campo, a darci una direzione, a trasmetterci fiducia.
Qualcuno che ci faccia respirare e dica semplicemente, “Ok, comincia da qui”.
Qualcuno che ci faccia vedere che sì, si può fare. Un po’ come faceva Mary Poppins, quando con un poco di zucchero anche la pillola andava giù e lei riusciva a rimettere ordine giocando e cantando.

Perché quando il compito diventa concreto, delimitato e alla nostra portata, il cervello si rilassa e torna operativo.
L’ordine, in fondo, comincia quasi sempre dentro di noi, prima ancora che intorno a noi.

E se quel qualcuno non c’è, possiamo provare a diventarlo per noi stessi.
Magari mettendo un timer di dieci minuti, scegliendo un solo punto da cui partire e dedicandoci solo a quello.
Non per finire tutto, perché non sarebbe realistico, ma per rompere quell’immobilità.
Poi fermarci, guardarci intorno e riconoscere quel piccolo pezzo fatto come una conquista.

Perché l’ordine si costruisce così, un gesto dopo l’altro, senza fretta, con un po’ di rispetto per la nostra fatica e per quello che stiamo vivendo.
E a volte è proprio da quel rispetto, insieme a un incoraggiamento gentile, che ricomincia il movimento. VS

09/10/2026

Da ricordare spesso

“Hai mai notato che le persone belle fanno complimenti.
Le persone felici gioiscono dei successi altrui.
I poliglotti non deridono l'accento degli altri.
Le persone istruite condividono le proprie conoscenze.
Le persone sicure di sé non competono ma ispirano.
I buoni amano senza chiedere nulla in cambio e sorridono anche se per loro è stata una br**ta giornata.

Solo chi ha il vuoto dentro cerca di ferire, deridere, umiliare e ferire gli altri”.

Autore Anonimo ✍🏻

08/10/2026

Essere molto sensibili è come vivere con l'audio e la luminosità del mondo sempre al massimo. Non percepiamo solo ciò che succede, ma anche quello che resta tra le righe, il silenzio dopo una frase, l'intonazione che cambia o un respiro più veloce. Ci resta dentro una parola detta quasi distrattamente, ci emoziona un gesto che altri nemmeno notano e, a volte, uno sguardo continua ad accompagnarci per ore e ore.

Notiamo dettagli che altri ignorano, elaboriamo le emozioni in profondità e ci immedesimiamo con facilità. È anche per questo che ci emozioniamo davanti ad un tramonto, ricordiamo particolari che gli altri dimenticano, ci accorgiamo quando qualcuno sta male anche se continua a dire che va tutto bene e riusciamo a cogliere la bellezza anche nelle cose più piccole, quelle che spesso passano inosservate.

Questa apertura ci regala intensità e profondità (che meraviglia!), ma ci espone anche a una fatica enorme e invisibile. Portiamo addosso pesi che non sono nostri, l'amica che si sfoga e ci lascia il cuore pesante, lo sconosciuto in fila al supermercato che con la sua rabbia ci cambia l'umore, un commento pungente che continua a bruciare anche ore dopo. Gli altri, magari, hanno già cambiato argomento. Noi siamo ancora lì a ripensare quella frase, a chiederci cosa volesse dire davvero, se avremmo potuto rispondere diversamente.

Dopo un po', per sopravvivere a tutta questa intensità, ognuno prova a trovare un modo per proteggersi. C'è chi indossa un'armatura e diventa più duro, ma anche più spento. E c'è chi continua ad assorbire tutto, fino ad arrivare a sera esausto, senza riuscire più a distinguere quello che appartiene agli altri da quello che appartiene davvero a sé.

Per molte persone questa sensibilità diventa una condanna. Si sentono troppo emotive, troppo vulnerabili e troppo coinvolte. Vivere sentendo tutto può diventare davvero faticoso. Finiscono per pensare che il problema sia il loro modo di essere, quando nessuno ha mai insegnato loro a convivere con questa caratteristica e a proteggerla.

Convivere con una sensibilità così intensa si può imparare. A volte bastano piccoli accorgimenti quotidiani. Altre volte questo modo di sentire affonda le sue radici nella propria storia e allora il percorso richiede un lavoro più profondo, che spesso trova nella terapia uno spazio prezioso.

La via di mezzo è imparare a mettere confini invisibili, gestendo questa sensibilità come si gestirebbe una pianta delicata.

• Dire mentalmente "questo non è mio", quando sentiamo addosso emozioni che appartengono a qualcun altro.

• Concederci momenti di silenzio o di solitudine per ricaricarci.

• Scegliere con cura le persone, i luoghi e i contenuti che ci nutrono invece di prosciugarci.

• Permetterci di dire "oggi no", senza provare sensi di colpa.

Proteggerci non vuol dire chiuderci. Vuol dire avere una pelle sana, che lascia passare il calore e la luce ma respinge ciò che può ferire.

Piano piano diventa più facile fermarsi e chiederci: "Quello che sto provando è davvero mio?". E, a volte, la risposta è no. È la rabbia di qualcuno che ci è rimasta addosso. È un'ansia che abbiamo respirato stando accanto ad una persona. Accorgercene non ci rende meno sensibili, anzi, ci aiuta a non confondere tutto quello che sentiamo con quello che ci appartiene davvero.

La sensibilità è un dono prezioso che va maneggiato con cura, anche e soprattutto da noi stessi. L'audio e la luminosità con cui percepiamo il mondo probabilmente resteranno sempre alti. Possiamo però immaginare di avere una manopola tutta nostra, da imparare a conoscere e a regolare nel tempo. Così la sensibilità resta una finestra aperta sul mondo, senza trasformarsi ogni volta in una porta spalancata. Perché quello che ci tocca non possiamo sempre sceglierlo. Quello che possiamo imparare, piano piano, è a non lasciare che tutto continui ad abitare dentro di noi. VS

E buongiorno 😅😜 VS
08/10/2026

E buongiorno 😅😜 VS

07/10/2026

Approfitto di questo commento sotto un mio post "Come fa una psicologa a gestire il coinvolgimento emotivo che può capitare nell'ascolto della vita dei suoi pazienti?" per parlare di un tema importante.

Il coinvolgimento emotivo, nel nostro lavoro, non è qualcosa da evitare, è qualcosa da saper attraversare restando presenti.

Parlo per me, perché questo l’ho imparato sulla mia pelle, passo dopo passo. E immagino che per molti colleghi sia stato un percorso simile, anche se ognuno lo attraversa a modo suo.

Ci sono arrivata con anni di studio universitario, con la specializzazione che mi ha insegnato a leggere la relazione terapeutica, ma soprattutto con l’esperienza diretta, ore e ore di ascolto, di pratica, di supervisioni in cui ho imparato a fermarmi, a guardarmi dentro e a distinguere cosa apparteneva al paziente e cosa invece si muoveva dentro di me.

E poi c’è tutto il lavoro silenzioso, quello che nessuno vede ma che fa la differenza, il tanto, tantissimo percorso di terapia personale.
È lì che ho costruito la capacità di stare accanto all’altro senza confondermi con lui. È lì che ho imparato a non farmi travolgere, a riconoscere le mie ferite e a non farle interferire con le storie che ascolto.

E quando qualcosa mi tocca profondamente, non lo spengo, me lo lascio sentire. Lo lascio risuonare dentro, recuperando in me qualcosa che gli somiglia. È come accordarmi ad un altro essere umano: due strumenti diversi che, in quel momento, suonano la stessa melodia… senza mai diventare però lo stesso strumento.

Non si tratta di rimanere “distante”, ma di rimanere centrata. Una centratura che mi permette di essere presente e sintonizzata, senza perdere il mio asse. Anche quando la storia dell’altro sfiora qualcosa che riguarda anche me. Da fuori non sempre si coglie, ma dentro è un lavoro finissimo e costante.

E quando il carico emotivo è molto forte e il paziente porta vissuti potentissimi… sì, mi arriva tutto. Mi attraversa, lo sento, ma non mi confonde. E questo, lo dico sinceramente, con l’esperienza diventa più naturale, si diventa più abili nel gestire questo filtro invisibile.

All’inizio di questo lavoro non era affatto così. Ricordo bene i pianti dopo alcune sedute, il portarmi a casa certe storie, il ripensarci la sera e soffrirci. È normale nei primi anni. Poi, con la terapia personale, la supervisione e il tempo, ho imparato a contenere senza farmi invadere.
E sì, ancora oggi a volte mi commuovo in seduta. Ma ormai so riconoscere quando quella commozione è un movimento autentico, utile al paziente, una forma di vicinanza profonda che sostiene… e non una perdita di confine.

Per me questo è uno degli aspetti più complessi del mestiere, empatizzare profondamente senza fondermi, restare vicina senza confondermi. E non è un talento naturale ma un allenamento continuo. Saper mantenere quel confine invisibile è la base di una buona terapia. Perché se mi perdessi nella storia del paziente (o nella mia, quando qualcosa risuona troppo) perderei la bussola. E senza bussola non potrei aiutare davvero.

Quando mi è successo (perché può accadere), torno in supervisione o in terapia personale per capire cosa mi ha toccata così nel profondo e per riallineare quei confini che rendono il mio lavoro solido e sicuro.

È così che nasce uno spazio terapeutico autentico, uno spazio in cui il paziente può portare tutto, sapendo che il terapeuta è vicino, presente, radicato, sintonizzato… e capace di restare stabile mentre lo accompagna. VS

07/10/2026

C’è un tipo di dolore di cui si parla poco, troppo poco. Forse perché fa paura anche solo nominarlo. Forse perché rompe un ordine che dentro di noi diamo per scontato.

Il lutto perinatale, quello che riguarda la perdita di un bambino durante la gravidanza o nei primissimi giorni di vita, è uno di questi dolori.

Elaborarlo è come imparare a camminare in un paesaggio che prima non esisteva. Un luogo senza mappe, senza indicazioni, senza qualcuno che possa davvero dire “si passa da qui”.
Non era previsto, non era immaginabile. Non c’era nessuna preparazione possibile al silenzio improvviso, alla pancia vuota, alla casa che all’improvviso appare troppo grande, troppo piena di assenza.

Eppure succede che ci si ritrovi lì. Con un amore che non ha un luogo dove andare e un dolore che non trova un posto dove stare.

All’inizio anche respirare può sembrare difficile. I giorni si confondono, il corpo fatica a riprendersi, e qualcosa dentro resta in attesa… di un segnale, di una spiegazione, di un senso. E quel senso spesso non arriva.

Si attraversano senso di colpa, vuoto, rabbia, stanchezza… La mente prova a ricostruire, a trovare un perché, a tornare indietro nei dettagli. Ma non è un dolore che si lascia risolvere.

A un certo punto diventa più chiaro, anche se non è ciò che si vorrebbe, che non si tratta di capire tutto, ma di reggere quello che c’è. E soprattutto di attraversarlo.

E dentro quel “c’è” prendono forma tante sfumature.
Ci sono perdite che arrivano molto presto, quando quel bambino è stato sentito come un inizio, una possibilità, qualcosa che stava appena prendendo forma.
E ci sono perdite che arrivano più avanti, quando quel bambino aveva già un nome, uno spazio nella casa, forse una stanza, forse anche un corpo da salutare.

Sono esperienze diverse ma non sono gerarchie di dolore. Sono modi diversi in cui un legame esiste, e poi viene spezzato. E quel legame, anche quando è stato brevissimo, resta. Resta dentro, per sempre.

E resta anche nella vita di tutti i giorni, che da fuori continua uguale e da dentro non è più la stessa.
Resta nei silenzi improvvisi tra due persone che si amano ma non sanno come toccarsi quel dolore senza farsene ancora di più.

Resta nei gesti piccoli, spiazzanti, quasi crudeli nella loro normalità: un cassetto aperto e richiuso in fretta, un body comprato troppo presto, un nome pronunciato a metà e poi lasciato cadere, una cameretta solo immaginata o già preparata che all’improvviso diventa impossibile da guardare.

Resta nei ritorni a casa dopo l’ospedale, nel vuoto di certe stanze, nel suono delle domande degli altri, nelle frasi sbagliate dette magari per consolare e che invece feriscono ancora di più.

Resta nei pranzi di famiglia, negli auguri fatti con leggerezza, nelle gravidanze altrui che si vorrebbero guardare con gioia e che invece, almeno per un tempo, fanno troppo male.

Resta nel modo in cui una coppia prova a ritrovarsi mentre ognuno, a suo modo, sta cercando di non crollare.

Con il tempo, lentamente, si può iniziare a dare un nome a quel dolore. A riconoscerlo quando si affaccia, a non viverlo ogni volta come qualcosa di totalmente ingestibile e struggente.

C’è chi trova sollievo nel parlare, chi nello scrivere. Chi ha bisogno di un gesto simbolico: una lettera, una candela, un albero piantato. Chi ha bisogno di uno spazio terapeutico dove poter portare tutto questo, così com’è, senza doverlo ogni volta spiegare o sistemare. E c’è anche chi resta in silenzio.

Sono tutte forme possibili. Finché quel dolore, che all’inizio travolge, cambia intensità. Non sparisce, quello mai, ma smette di essere un continuo urlo straziante e diventa qualcosa che, a tratti, si lascia avvicinare.

Elaborare non vuol dire dimenticare. Significa fare spazio. Trovare dentro di sé un posto in cui quel bambino possa esistere comunque. Non solo come pensiero, ma come presenza interna che ha lasciato un segno reale. Anche quando non c’è stato un tempo lungo, anche quando non c’è stato un corpo da tenere o da salutare.

E in questo spazio, piano piano, si apre anche un altro livello, più intimo, più difficile da dire. Perché questo lutto non attraversa solo la mente, attraversa il corpo.

Un corpo che aveva iniziato a cambiare, ad accogliere, a prepararsi. E che poi si ritrova a dover tornare indietro, mentre dentro qualcosa è cambiato per sempre. E lì, spesso in silenzio, possono affacciarsi pensieri critici e duri. Il dubbio di non aver fatto abbastanza. La sensazione che il proprio corpo non sia stato capace di proteggere. Una colpa che non ha una vera e propria direzione, ma che si appoggia dove può perché accettare quello che è successo è troppo difficile.

Come se si fosse, nello stesso tempo, vittime di qualcosa di profondamente ingiusto e responsabili di qualcosa che non si è potuto evitare. E questo rende il dolore ancora più complesso.

Anche dentro la coppia, a volte, questo aspetto si sente. Non perché uno soffra più dell’altro. Ma perché il dolore non viene vissuto né arriva a tutti nello stesso modo, non attraversa gli stessi punti, non lascia addosso le stesse tracce, le stesse ferite o le stesse cicatrici.

C’è chi lo vive anche nel corpo che cambia e poi deve fare i conti con un ritorno che non ha nulla di semplice. E c’è chi sta accanto, che soffre profondamente e vorrebbe alleggerire anche solo una parte di quel peso e sperimenta invece l’impotenza di non poterlo fare davvero.

Così può succedere che ci si ami e, nello stesso tempo, ci si senta lontanissimi. Che uno abbia bisogno di parlare e l’altro di chiudersi. Che uno nomini spesso quel bambino e l’altro faccia più fatica. Che ci si ferisca senza volerlo, proprio mentre si sta cercando di sopravvivere allo stesso dolore. Due dolori che si toccano, ma non coincidono sempre. E anche questo fa parte del percorso.

Piano piano, anche tutto questo può trovare un posto. Senza negarlo, ma senza lasciare che prenda tutto lo spazio e allora, piano piano, si torna a respirare. A stare nelle giornate. A fare spazio di nuovo alla vita, senza forzarla. A fare cose che all’inizio sembravano impossibili. Non è come prima, non sarà più come prima e non deve esserlo.

È un modo diverso di stare al mondo, con qualcosa dentro che resta. La consapevolezza che quello che c’è stato (che sia stato appena accennato o già pienamente vissuto) non è stato poco. E lascia un segno profondo che rimane per sempre. VS ❤

06/10/2026

🌿✨Piccolo promemoria quotidiano✨🌿

Non posso fare tutto. Eppure continuo a provarci, come se il mio valore dipendesse da quante cose riesco a tenere in equilibrio.
Mi affanno a organizzare, a controllare, a sistemare ogni dettaglio…
ma dentro sento che non è mai abbastanza.

Il mio perfezionismo mi promette sicurezza, se sarà tutto impeccabile, forse nessuno vedrà le mie fragilità. Eppure so che è un’illusione. È una corazza che mi pesa, che mi allontana dal respiro leggero della vita che tanto desidero.

Non si tratta di diventare perfetti, ma veri, di accogliere i limiti, di lasciare spazio agli errori, di ricordarmi che non devo meritarmi l’amore attraverso le prestazioni.
Il coraggio più grande è imparare a dire:
Va bene così, anche se non è tutto sotto controllo.
Va bene così, anche se non è perfetto.
Va bene così, perché io vado bene così. VS

Indirizzo

Largo Millesimo 19
Rome
00168

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