30/07/2026
SpinLink è entrato in un libro
Quando è nato SpinLink, l’obiettivo era concreto: creare una rete fra associazioni sportive capace di aiutare le persone con disabilità a trovare non soltanto una palestra accessibile, ma una palestra realmente accogliente.
Il progetto non è riuscito a svilupparsi come avevamo sperato e oggi è sostanzialmente fermo. Ma proprio per questo mi è sembrato importante raccontarlo: non come una celebrazione e neppure come un processo, bensì come un’esperienza dalla quale trarre una lezione.
Nel capitolo dedicato alla disabilità del mio libro Ma non dovevamo giocare a Ping Pong? ho riservato a SpinLink uno spazio ampio. Ho scelto volutamente di non citare le singole ASD coinvolte, così come nel libro non nomino la mia stessa associazione: ciò che mi interessava era raccontare l’idea, gli ostacoli incontrati e ciò che ancora oggi potrebbe nascere da quell’esperienza.
Pubblico qui l’estratto completo, perché questa pagina è il luogo più naturale in cui condividerlo e perché chi ha seguito o sostenuto SpinLink ha il diritto di sapere come ne ho parlato.
ESTRATTO DAL
CAPITOLO VI
Sport vero e falso pietismo
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SpinLink: quando l’inclusione diventa un progetto
In questa storia entra anche un sostantivo che è stato citato da Alex: SpinLink.
Lo dico con chiarezza, senza nascondermi dietro frasi vaghe: SpinLink è un progetto che ho fondato io. L’idea era molto pratica, e secondo me ancora oggi è giusta: creare una rete tra associazioni sportive, un collegamento reale, per aiutare le persone con disabilità a trovare non “una palestra qualunque”, ma una palestra giusta.
Non solo un luogo accessibile, ma un luogo umano. SpinLink nasceva da una convinzione profonda: che la disabilità non debba portare all’isolamento. Che lo sport possa essere un ponte.
E che il ponte non dovrebbe dipendere dalla fortuna di incontrare “la persona giusta” una volta sola nella vita.
SpinLink, nelle intenzioni, non doveva essere un simbolo. Doveva essere una cosa concreta: un contatto, un invito, una rete, una porta che qualcuno apre dall’interno.
E nelle linee guida, il cuore era quello: sport e socializzazione, come binomio inscindibile.
Perché io sono convinto che il Tennistavolo funzioni anche così, non è solo un gesto tecnico, ma un modo di stare in mezzo agli altri.
E allora qualcuno potrebbe chiedermi: “E ha funzionato?” La risposta è: in parte. E questa, per quanto sia un'ammissione onesta, è anche una riflessione dolorosa. Perché SpinLink, a oggi, è un progetto arenato. E qui devo dire una cosa che non è comoda, ma è vera:
Ho incontrato soprattutto due ostacoli, che spesso finivano per alimentarsi a vicenda.
1) Il tempo che non c'è
Molte associazioni e molte persone sono disponibili a parole, ma poi nella realtà quotidiana non trovano tempo. Allenamenti da gestire, problemi economici, palestre che mancano, volontari che non bastano. E quando manca il tempo, l’inclusione diventa un extra. E quando diventa un extra, muore.
2) La fatica di uscire
L’altra metà della difficoltà riguarda tutto ciò che una persona deve affrontare prima ancora di arrivare in palestra. Per alcuni uscire significa organizzare un trasporto, trovare assistenza, affrontare dolore o stanchezza e superare il timore di essere nuovamente guardati come un problema. Quella che dall’esterno può sembrare esitazione è spesso il risultato di ostacoli concreti e di esperienze accumulate nel tempo.
E se tu non hai questa esperienza, puoi sottovalutarla.
Puoi pensare: “ma dai, basta volerlo”. No. Non basta volerlo. A volte serve una mano o un amico, una squadra che ti aspetta davvero, un posto dove non ti chiedono di essere forte, ma ti permettono di sentirti un tassello importante.
SpinLink, nel suo tentativo, voleva essere questo: una rete che non ti lascia solo davanti alla porta di casa. E anche se oggi è fermo, per me non è un fallimento ma una lezione, perché mi ha insegnato che l’inclusione non è mai un “evento”. È un processo.
E i processi, se non li alimenti, si spengono.
Cosa resta, allora?
Resta una cosa che per me è indiscutibile: Il Tennistavolo è uno degli sport più adatti a creare inclusione reale. Perché può essere competitivo senza essere distruttivo. Può essere tecnico senza essere esclusivo. Può essere intenso senza essere pericoloso.
E soprattutto può essere comunità.
Non sto dicendo che sia facile. Sto dicendo che vale. Perché ogni volta che una persona con disabilità riesce a vivere lo sport non come “riabilitazione”, ma come piacere, come sfida, come amicizia… succede qualcosa di eccezionale.
Succede che quella persona torna a esistere fuori dalle definizioni. Fuori dai limiti e dagli sguardi. E torna a esistere in un posto molto più semplice e molto più umano: dentro una squadra.
Io non so se SpinLink ripartirà, e in che forma. So però che l’idea non morirà mai, perché non è un’idea “mia”. È l’idea che lo sport, quando è vero, è sempre un aiuto formidabile.
E se stai leggendo questo capitolo da atleta normodotato, ti lascio con una domanda: Tu, davanti al tavolo, sai essere “normale”? Non buono. Non gentile. Non generoso. Normale.
Perché la normalità è la forma più alta di rispetto.
E se stai leggendo questo capitolo vivendo una disabilità, ti lascio con un invito semplice:
Non devi dimostrare niente a nessuno. Non devi essere un esempio. Non devi essere una bandiera.
Devi solo provare, una volta. Perché spesso il primo passo non cambia lo sport. Cambia la vita..........................................................................................................
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