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LA VERITÀ SULL'ATTRAZIONE TOSSICA Inutile negarlo: la stabilità cui tanto ogni essere umano agogna in verità annoia, men...
06/08/2026

LA VERITÀ SULL'ATTRAZIONE TOSSICA

Inutile negarlo: la stabilità cui tanto ogni essere umano agogna in verità annoia, mentre è il caos il potente magnete.

Vi siete mai chiesti perché una persona provi un’attrazione viscerale proprio per un individuo che incarna tutto ciò che essa considera sbagliato, immaturo o distruttivo?e perché non riesce a distaccarsene?

La risposta non sta nel destino, ma nelle profondità della psiche: quella persona, donna o uomo che sia, si è innamorata dell’Ombra dell’Altro.

Si è catturati dalla prepotenza, dall'aggressività, dalla capacità seduttiva e manipolatoria, dalla capacità di mentire, dalla spudoratezza e mancanza di senso si colpa che l'Altro si permette di esprimere mentre chi ne è attratto non si dà in alcun modo il permesso, non dico di esercitare, ma neanche di desiderare.

Invece lo si desidererebbe eccome, ma si è stati educati a reprimere questi desideri potenti e primordiali.

Giustamente si direbbe, altrimenti addio il convivere civile. Ma sono pulsioni che rimangono accese e, mentre si giudica con disprezzo colui che senza freni morali le esprime, in fondo lo si invidia, si vorrebbe essere così, almeno un poco.

Prendiamo un classico della letteratura, noto a molti, come Cime tempeste di Emily Brontë. Vi troviamo un esempio di quanto affermo nella tormentata storia tra Catherine e Heathcliff.

Catherine è una donna della buona società, educata e contenuta; Heathcliff è feroce, vendicativo, selvaggio e privo di regole.

Catherine non ama Heathcliff "nonostante" la sua oscurità, ma "perché" lui incarna tutta la parte selvaggia e repressa che lei ha dovuto soffocare per essere accettata.

Come dice lei stessa nel romanzo: "Io sono Heathcliff". Lui è la sua ombra che prende vita.

Prendiamo un altro esempio dal capolavoro di Chuck Palahniuk, Fight Club (reso celebre dal film di David Fincher): il protagonista incontra Tyler Durden, un uomo violento, libero, nichilista e totalmente fuori controllo. Il protagonista ne subisce l'attrazione e lo segue ciecamente perché Tyler è tutto ciò che lui non si permette di essere. Tyler è la sua ombra rimossa che prende vita.

Nelle relazioni sentimentali di tutti i giorni constatiamo spesso esattamente lo stesso inganno subdolo dell'inconscio.

Secondo Jung, l’Ombra raccoglie tutto ciò che abbiamo rimosso per essere "persone perbene", accettate dalla società e dalla famiglia.

Se sei una persona iper-responsabile, rigida e quadrata, finirai quasi certamente per perdere la testa per qualcuno di caotico, egoista o ribelle o comunque inaffidabile.

Non ami quella persona per quello che è veramente. Ami la libertà che lei si concede e che tu ti neghi. Stai usando il partner come una scorciatoia per toccare il tuo lato oscuro senza assumertene la responsabilità.

Il prezzo di questa dinamica è altissimo, si passa dall'idillio al sabotaggio.

All'inizio quel lato oscuro affascina e fa sentire vivi. Poi, inevitabilmente, l'incantesimo si rompe.

Quel caos che prima era "puro fascino" diventa la causa delle notti insonni, dei litigi e della sofferenza, di uno stato confusionale fra attrazione e repulsione, desiderio di espellere il corpo estraneo, il virus che ammala, e la dipendenza così radicata che è quasi impossibile estirparla.

La verità fa male: quella persona non sta distruggendo te, sta solo mostrando a che punto è la tua frattura interiore.

La vera svolta per smettere di attrarre relazioni dolorose o conflittuali non significa trovare la persona "perfetta", ma smettere di cercare fuori il pezzo mancante del proprio puzzle. Lasciamo perdere il mito platonico dell'androgino, la ricerca dell'anima gemella.

L'altro non è la metà che salva e non è neppure un carnefice, è solo uno specchio veritiero di quell'altro profilo che non si è visto perché non si è mai girato il viso.

Finché non si farà pace con la propria ombra, portandola alla coscienza per poterla governare, si continuerà a cercarla negli occhi di chi farà soffrire.

Chi è stato l'Heathcliff o il Tyler della vostra vita? Vi siete mai accorti di aver proiettato i vostri lati oscuri e repressi su chi avevate accanto? Scrivetelo nei commenti.

         . Cosa succede quando la mente si barrica dietro ai dogmi per non affrontare il dolore? E perché un film del 19...
15/07/2026

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Cosa succede quando la mente si barrica dietro ai dogmi per non affrontare il dolore? E perché un film del 1955 è lo specchio perfetto della nostra polarizzazione contemporanea?

Ho guardato in lingua originale Ordet (1955) di Dreyer. La scelta di guardarlo in lingua originale non è stata casuale: la recitazione solenne, le pause drammatiche e i suoni tipici della lingua danese accentuano notevolmente quel senso di distacco, freddezza e austerità tipici dell'ambiente luterano rurale che Dreyer voleva descrivere.

Da psicoanalista, l'ho trovato un'esperienza d'introspezione devastante e magnifica.

Oggi un film così rigoroso e teatrale verrebbe liquidato come esagerato, se non antiquato o insopportabile, ma se si scava sotto la superficie si scopre un trattato di psicologia clinica e spirituale che smaschera proprio l'asfissia del dogmatismo luterano.

Non vi dico nulla della trama del film. Chi vorrà lo vedrà.

Il film mette in scena un potente contrasto tra strutture psichiche. Il nonno, Morten Borgen, incarna un Super-io ipertrofico, dominante e orgoglioso; la sua religiosità è una proiezione del bisogno di controllo patriarcale.

Di fronte a questo rigorismo freddo e giudicante, che da spettatrice trovo respingente e fastidioso, si staglia la figura di Inger.

Lei rappresenta l'unica psiche sana, integrata, l'Es e l'Io in armonia attraverso l'amore quotidiano e il servizio.

Inger non teorizza la fede, la incarna attraverso la cura dell'altro.

Ma il personaggio più affascinante è quello di Johannes. La sua non è una semplice esaltazione mistica: il suo credersi Gesù è un meccanismo di difesa, un delirio psicotico nato dal senso di colpa intollerabile per la morte della fidanzata.

Quando Inger muore, Johannes sperimenta una coazione a ripetere che riattiva lo stesso identico trauma. Ma questa volta lo shock non produce una nuova frammentazione: rompe il delirio.

Johannes, che è fuggito dal passato, torna lucido, con un Io finalmente integrato.

Non assistiamo più all'identificazione onipotente con la divinità, ma a un soggetto che, attraverso una fede pura e spogliata dalle sovrastrutture razionali dei teologi, compie il miracolo in Suo nome.

Il miracolo avviene quando la sua mente guarita si allea con l'inconscio incontaminato della bambina.

Ma il vero rimosso da analizzare è in Dreyer, il regista dell'opera.

Non era un luterano praticante; i suoi genitori adottivi erano laici e lui criticava aspramente l'ipocrisia clericale. Eppure, era ossessionato dalla spiritualità, come è evidenziato da tutta la sua produzione artistica

Ordet è l'atto riparativo di Dreyer. Il regista proietta nel film il proprio conflitto interiore: l'incapacità razionale di cedere ai dogmi opprimenti unita al desiderio disperato di credere all'impossibile.

Girando questo film, Dreyer si scinde nelle sue due istanze contrastanti.

È il pastore razionale che dubita, ma proietta il proprio Sé profondo in Johannes, il soggetto che guarisce e cura il mondo attraverso la parola (Ordet).

La macchina da presa si muove con una lentezza ipnotica, quasi fluttuando. Non è solo estetica, è il tentativo di Dreyer di creare uno spazio analitico e sospeso, dove il tempo si ferma per permettere alla guarigione psichica, e alla vita, di accadere.

Perché questo film ci parla ancora oggi?Ordet resta di una contemporaneità disarmante.

Se sostituiamo il dogma religioso con le odierne ideologie politiche o sociali, lo scontro tra i patriarchi del film fotografa l'attuale polarizzazione radicale dei social network: due fazioni sorde, barricate dietro alle proprie certezze, che preferiscono distruggersi a vicenda piuttosto che salvarsi.

Inoltre, in un'epoca iper-razionale e iper-tecnologica che anestetizza il mistero e produce un profondo vuoto esistenziale, il film risponde a un bisogno terapeutico universale.

Ci ricorda che la rimozione totale della spiritualità rende la mente sterile. Di fronte ai traumi collettivi, la fuga nel delirio (ieri mistico, oggi complottista o virtuale) resta la difesa principale di un Io frammentato.

La guarigione profonda, suggerisce Dreyer, non passa attraverso la condanna fredda della logica o della scienza (il medico del film fallisce), ma attraverso la riconnessione affettiva e la capacità del singolo di ritornare alla purezza della relazione.

Un capolavoro che parla di noi, delle nostre difese e del bisogno innato di una spiritualità che sappia generare calore, non colpa.

In foto il monumentale attore, allora ottantenne, Henrik Malberg nella parte del patriarca Marten Borgen.

UNA DOMANDA  Giorni fa, nel mio studio, di fronte a un paziente che mi ripeteva la formula consueta "Io voglio bene ai m...
09/07/2026

UNA DOMANDA

Giorni fa, nel mio studio, di fronte a un paziente che mi ripeteva la formula consueta "Io voglio bene ai miei genitori perché sono i miei genitori", ho posto una domanda alla fine del colloquio, una domanda che lasciava spazio a riflessione prima di rispondere:
​“Lei vuole bene a sua madre perché è sua madre, o le vuole bene come persona?”

​Questa domanda non è per tutti. Non serve a chi odia apertamente, non serve dove il conflitto è già scoperto e dichiarato.

Vale, invece, ed è chirurgica, proprio e solo per chi dice di voler bene. Perché è in quel "voglio bene" sbandierato come un dovere morale o un riflesso biologico che spesso si nasconde l'equivoco relazionale più grande.

​Cosa c’è davvero dentro quel sentimento?
​Molto spesso, dietro un educato e pacifico "voglio bene", non si nasconde un affetto autentico verso l'altro, ma spesso un rancore. Il rancore sordo di un figlio che è rimasto incatenato all'archetipo, e che non riesce a perdonare il genitore reale per non essere stato il genitore ideale di cui aveva bisogno.

In quel caso, si vede l'altro solo attraverso la lente dei suoi difetti, delle sue mancanze, dei suoi debiti non saldati. È un legame di specchio, sterile.

​Il passaggio all'età adulta richiede una grande, immensa fatica. Significa compiere il lutto del genitore perfetto e iniziare a comprendere.

Comprendere non significa giustificare con buonismo, ma guardare la madre o il padre fuori dal loro ruolo, vederli finalmente come esseri umani fallibili, limitati, con la loro storia e i loro confini.

​Solo quando si fa questa fatica e si riesce a vedere il genitore come persona, quel "voglio bene" si libera dal ricatto del sangue e del dovere, diventando un sentimento reale.

​Ma questo specchio si capovolge, e la domanda interroga con la stessa durezza anche noi genitori:
“Tu vuoi bene a tuo figlio perché è tuo figlio, o gli vuoi bene come persona?”

​Anche per un genitore la fatica è immensa. Significa spogliare il figlio del ruolo di proprio prolungamento o di custode delle proprie aspettative. Significa guardarlo nell'età adulta, accettare la sua alterità radicale, vedere magari la sua freddezza o il fatto che si avvicina solo per bisogno, eppure poter dire: “Ti vedo per quello che sei, nella tua verità, e ti voglio bene come persona”.

​Incontrarsi oltre il legame di sangue richiede coraggio. Ma è l'unico modo per trasformare un affetto subìto per dovere in un legame autentico tra adulti.

30/06/2026

Vi parlo di una pellicola molto particolare e visivamente ipnotica, diretta dal regista Julian Schnabel e disponibile in streaming su Netflix: La mano di Dante. È un thriller esoterico e psicologico con un cast pazzesco che vede Oscar Isaac, Al Pacino, Gal Gadot e persino Martin Scorsese. La particolarità del film è che intreccia due epoche: seguiamo Dante Alighieri nel 1300 mentre scrive la Commedia e Nick Tosches, uno scrittore contemporaneo assoldato dalla mafia per autenticare un presunto manoscritto originale di Dante. Entrambi i personaggi sono interpretati dallo stesso attore, Oscar Isaac. Da psicoanalista, è impossibile non leggervi la trascrizione cinematografica di due concetti clinici affascinanti: il transfert del narratore inaffidabile e l'identificazione proiettiva.
Il protagonista, Nick, è un uomo cinico, distruttivo e consumato da un trauma rimosso della sua giovinezza. Nel corso del film capiamo presto che Nick deforma la realtà a causa della sua paranoia. Le scene ambientate nel Medioevo con Dante non sono ricostruzioni storiche oggettive, ma vere e proprie proiezioni allucinatorie di Nick. Non potendo elaborare il proprio inferno personale e il senso di colpa, lo scrittore attua un transfert massivo sulla figura di Dante. L'allucinazione è la proiezione del proprio vissuto interno, confondendo la sua vita con quella del poeta.
Per comprendere l'ossessione di Nick per il manoscritto, la psicoanalisi ci offre una mappa precisa attraverso i meccanismi di identificazione proiettiva e introiettiva teorizzati da Melanie Klein. Quando l'Io di un soggetto è troppo fragile o minacciato dall'angoscia, la mente attiva una difesa arcaica: assorbe l'identita di un oggetto ideale. Nick compie un vero e proprio furto d'identità psichico.
Introietta lo status di Dante (l'esiliato incorruttibile) e usa la personalità del Poeta come un esoscheletro protettivo per sfuggire al vuoto del presente. Questo meccanismo non è un delirio cinematografico. Nella pratica clinica, osserviamo dinamiche identiche nelle relazioni interpersonali e nelle gravi dipendenze affettive. Quando il vuoto interiore o l'invidia per le qualita dell'altro diventano intollerabili, un soggetto può tentare di rubare l'essenza di una persona reale che conosce (un amico, un collega, il partner). Si assiste cosi a una clonazione psicologica camaleontica. Il paziente mutua i gesti, le opinioni, i gusti e persino i traumi dell altro nel disperato tentativo di dire: "se azzero i miei confini e divento te, sarò finalmente al sicuro dalla mia stessa fragilità".
In conclusione, La mano di Dante è un film labirintico, perfetto per chi ama il cinema che scava nell'inconscio. Ci ricorda che la mente umana è disposta a rifugiarsi nella scissione pur di non incontrare la crudezza del proprio rimosso. Ma ci mostra anche la funzione salvifica della sublimazione.

https://youtu.be/uDaN3dJgnGk?is=T0bfvl4-a8yBi6q3

ARTE E/O FILOSOFIA?​Oggi si tende a fare una gran confusione: basta che un romanziere, un poeta o un pittore tocchi i te...
26/06/2026

ARTE E/O FILOSOFIA?

​Oggi si tende a fare una gran confusione: basta che un romanziere, un poeta o un pittore tocchi i temi del dolore, della morte o del destino umano perché venga subito arruolato d'ufficio nelle fila dei "filosofi".
Ma confondere queste due sfere significa non comprendere la natura profonda né dell'una né dell'altra.

​Leggere Spinoza o Hegel è faticoso, a tratti una tortura. E il motivo è semplice: la filosofia appartiene alla ricerca della Verità attraverso il rigore del concetto e del sistema razionale. Al vero filosofico non interessa essere piacevole, anche se a volte per suo talento naturale lo è, e la sua scrittura è affascinante, ma non ha alcun obbligo di esprimersi in forma artistica. La sua grandezza sta proprio in quella nuda, a volte arida, coerenza logica.

​Il miracolo dell’Arte è l'esatto opposto: attingere alla realtà con la bussola del Bello, ma il bello dell'arte contiene sempre una verità. Non è mai superficiale decorazione.

Quando l'artista tocca l'essenza dell'esistere, non ci offre un teorema, ma dà carne, sangue e forma sensibile a quella verità.

​So bene cosa obietta la tesi contraria, quella che da tempo popola i manuali accademici. Un chiaro esempio di questa visione è dato da coloro che ricordano che lo Zibaldone di Leopardi è un immenso laboratorio teorico di gnoseologia e metafisica, o che Dostoevskij sarebbe il vero padre dell'Esistenzialismo novecentesco, il pensatore che ha addirittura anticipato Nietzsche, Sartre e Camus nell'esplorazione del nichilismo, cosa tutta da verificare dal momento che Dostoevskij tutto è tranne che un nichilista. Ha speso la vita a combattere il nichilismo, a metterne in luce i pericoli distruttivi attraverso personaggi come Stavrogin o Kirillov.

Spacciarlo per il "padre del nichilismo" solo perché ne ha diagnosticato i sintomi significa aver letto i suoi romanzi al contrario.

È una visione che commette un errore di fondo: riduce l'opera d'arte a un semplice saggio mascherato di filosofia o di psicologia.

Certamente Dostoevskij ha una tale finezza nel comprendere la complessità della psiche umana che può insegnare molto a noi psicologi, ma non ha scritto un trattato di psicologia.

​Guardiamo i fatti per quelli che sono:
​Giacomo Leopardi è un immenso poeta ma, come filosofo, se ridotto al nucleo delle sue tesi, non dice nulla di originale rispetto all'Illuminismo francese. Infatti, quando ha provato a fare il filosofo puro (penso alle Operette morali) ha tolto la musica della parola e ha lasciato lo scheletro n**o della ragione, producendo un'opera intellettualistica, gelida e, diciamolo, a tratti insopportabile.

​Fëdor Dostoevskij è un immenso scrittore e chi lo leggesse solo per quello che dice (le dottrine sulla morale, la teodicea ecc. ecc.), cercandovi un manifesto ideologico, sarebbe costretto a compiere una mutilazione.

Dostoevskij si legge per "come" narra, per lo straordinario stile, per l'architettura drammatica, per la tensione febbrile e polifonica delle sue voci.

​Questa mia asserzione vale per tutti gli artisti, sia che abbiano usato la penna o il marmo o il pennello. Vale per tutte le forme d'arte.

Pensiamo a Piero della Francesca, un matematico straordinario, autore di trattati scientifici sulla prospettiva che per il non specialista sono aridi e faticosi. Ma quando quel rigore geometrico si traduce in colore e luce sulla tela, accade il miracolo: il Bello accoglie il Vero, la precisione astratta si incarna nel visibile e la geometria diventa un mistero sacro e silenzioso.

​Si potrebbe obiettare che per il mondo greco antico il bello, il vero e il buono coincidevano nella Kalogathìa. Era il loro ideale supremo, certo. Ma fu proprio Platone, il filosofo per eccellenza, a spezzare questo legame. Esiliava i poeti dalla sua Repubblica asserendo dolorosamente che il Bello dell'arte può incantare e persino ingannare, mentre il Vero filosofico richiede la fredda ascesi del concetto.

I Greci hanno celebrato quell'unione, ma hanno anche scoperto che la Verità, nella vita, è spesso informe e spietata (anche se i poeti tragici hanno saputo cantarla nei loro immortali versi).

​Se bastasse avere una visione profonda del mondo per ottenere la patente di filosofo, allora dovremmo infilare tra i pensatori e i teologi anche Dante, Shakespeare e infiniti altri. Dovremmo ridurre l'opera di Proust a un saggio sulla memoria e quella di Kafka a un trattato sull'alienazione.

​Ma l'arte non ha bisogno di essere nobilitata con una categoria non sua per essere considerata "alta".

Un filosofo definisce l'angoscia, dà una sua personale spiegazione del male o del bene, del senso o nonsenso della vita, indaga sulle categorie del tempo e dello spazio, cerca risposte alle domande esistenziali attraverso un saggio.

L'artista fa qualcosa di diverso, incarna problematiche e contraddizioni umane in un personaggio, le sublima in un verso, le stende su una tavola, le rende esteticamente eterne.

​Ammiriamo gli artisti per la "forma" in cui hanno espresso la loro visione del mondo, per la loro arte. Le idee, poi, possiamo anche condividerle, ma ciò che ci fulmina e ci resta dentro è la bellezza con cui sono espresse.

Concludendo, non facciamo di tutte le erbe un fascio, non snaturiamo la natura delle cose, fenomeno molto in voga oggi dove tutto è confuso: l'arte figurativa è diventata concetto, freddo e spesso brutto, da interpretare lambiccandosi il cervello, la poesia ha perso il ritmo, la melodia, ed è diventata elucubrazione arzigogolata e un rompicapo.

In pratica oggi gli artisti hanno tutta l'aria di "filosofi falliti" e, così facendo, producono opere che richiedono uno sforzo cerebrale arido e perdono la capacità di fulminarci con la bellezza.

Lo stesso discorso vale oggi per molte correnti psicologiche. Spesso quelle che promettono miracoli in poche sedute o che riducono l'essere umano a un protocollo di comportamenti da correggere fanno lo stesso identico errore dei critici letterari: tolgono la carne, tolgono la storia, tolgono la "musica" profonda della vita di una persona per lasciarne lo scheletro freddo, una sequenza di incastri cerebrali e formule astratte da interpretare. Diventano elucubrazioni che costringono a sforzare il cervello, ma lasciano il cuore esattamente dove lo hanno trovato.

Almeno la filosofia rimane per pochi eletti che vogliono addentrarvisi sforzando il cervello.

LE MIE IDIOSINCRASIE Non c'è niente da fare, sono incompatibile con alcuni "giganti" del pensiero filosofico, psicologic...
17/06/2026

LE MIE IDIOSINCRASIE

Non c'è niente da fare, sono incompatibile con alcuni "giganti" del pensiero filosofico, psicologico e scientifico in genere che hanno voluto in passato, o vogliono oggi, spingersi oltre il seminato facendo un gran pasticcio, cosa peraltro molto gradita dalla massa.
La mia mente limitata non ce la fa a tenere dietro. Sono per l'ordine e la coerenza.

Perché grandi menti rifiutano il limite?
Nel mio lavoro di psicoanalista mi capita spesso di pensare, pur con immenso rispetto, a figure come Carl Gustav Jung o, oggi, Federico Faggin.

Menti geniali, straordinarie nei loro campi d'origine, che a un certo punto scivolano nello stesso identico errore: lo sconfinamento nel parascientifico.

Perché un grande ingegnere sente il bisogno di formulare teorie metafisiche o dare spiegazioni con la fisica quantistica a verità di fede che, o si accettano così come sono o non si accettano? La Resurrezione? La Trinità?

Perché un grande psichiatra come Jung si è dedicato a esperimenti astrologici e intuitivi attraverso l'uso in terapia dei Tarocchi o i Ching per mappare le risposte della psiche umana? Perché correggere il dogma della Trinità ritenendolo incompleto?

La risposta non è che non nella loro psiche.
Però questo fenomeno genera cortocircuiti bizzarri anche nella divulgazione odierna.

Penso ad esempio, fra molti, ad Andrea Brugnoli e al suo podcast "La mia vita spaziale". È un divulgatore dichiaratamente cattolico (don Andrea) che, pur di trovare una "stampella scientifica" all'irriducibilità dell'anima umana contro l'Intelligenza Artificiale, finisce per promuovere le tesi quantistiche di Faggin.

Pur di difendere un dogma, si sposa una visione in cui gli atomi sarebbero coscienti, che non è esattamente coerente con la Creazione cristiana, dottrina per cui lo Spirito dà vita, movimento, ed è la forza presente in ogni creatura che la fa essere quella che è, senza tuttavia identificarsi con essa

Dal mio osservatorio professionale, le risposte a questi mix sono squisitamente psicologiche.

L'uomo viene inghiottito dall'illusione del tutto. La mente umana fatica a tollerare il frammento. Chi scopre una grande verità (gli archetipi dell'inconscio o il microprocessore) spesso cede alla tentazione onnipotente di voler spiegare l'intero universo cercando alleanze concettuali spericolate pur di far quadrare i propri desideri.

Vige il rifiuto del limite. Accettare che la materia sia inerte e che l'uomo non possa piegarla alla propria volontà richiede un'immensa umiltà. Dire che "l'osservatore modifica la realtà", se non è proprio un ritorno al pensiero magico, è comunque un modo per fuggire dall'impotenza di fronte al Mistero.

I confini sono invece necessari.
Scienziati del calibro di Max Planck o Antonino Zichichi ci hanno mostrato la via dell'onestà intellettuale. Hanno indagato la materia ai massimi livelli, lasciando la Fede e l'invisibile nel loro statuto autonomo, senza infilarli a forza in un'equazione.

Mescolare tutto nel tentativo di spiegare l'inesplicabile non arricchisce la conoscenza, crea solo un grande pasticcio.

La scienza studia i fenomeni, la fede accoglie il Mistero, anche se possono essere in armonia e l'una può essere di supporto all'altra.

La sfida più grande per l'essere umano rimane accettare il proprio limite, senza l'illusione di farsi Dio.

:🪒 BEN VENGA IL RASOIO DI OCCAM NELLE STANZE DI PSICOTERAPIA Davanti a due o più ipotesi, la spiegazione più semplice è ...
17/06/2026

:🪒 BEN VENGA IL RASOIO DI OCCAM NELLE STANZE DI PSICOTERAPIA

Davanti a due o più ipotesi, la spiegazione più semplice è spesso quella corretta.

Questo principio, formulato nel Medioevo dal frate francescano Guglielmo di Occam, non è applicabile e applicato solo nei laboratori da illustri scienziati ed epistemologi, è uno strumento clinico potentissimo per smantellare le nevrosi e i blocchi emotivi.

L'essere umano tende il più delle volte a complicarsi la vita con ragionamenti che sono labirinti senza uscita per difendersi da paure e angosce profonde e rimosse.

Il Rasoio di Occam invita a tagliare le sovrastrutture inutili attraverso quattro "tagli" fondamentali:

1. Smascherare l'iper-riflessione.
Pensare troppo non è amore per la verità. Produrre infiniti pensieri serve solo a evitare di sentire un'emozione dolorosa presente.

2. Smontare il delirio di profezia.
Chi soffre d'ansia costruisce scenari iper-complessi sul mondo esterno e profetizza catastroficamente sul domani.

La realtà è più semplice: il futuro non si può controllare e non possiamo leggere la mente degli altri.

3. Interrompere l'alibi dell'impotenza.
Pensare "non ce la faccio" o i continui rinvii danno luogo alla soluzione più economica del problema, ovvero l'evitamento. Ma se evitare azzera l'ansia nell'immediato, la cronicizza, così come la paura.

4. Archiviare la colpa.
Continuare a rimuginare su vecchi torti o dare la colpa ai genitori o chicchessia diventa una resistenza.

Una volta mappate le cause nel passato, bisogna accettare gli errori propri e altrui, fare una sorta di condono e perdonarsi, cosa ancor più difficile, per andare oltre.

La soluzione è Galileiana: meno teorie, più esperimenti.

L'autostima non è il prerequisito per agire, ma il suo risultato. L'unico modo per superare la paura è verificare le proprie ipotesi mentali sul campo, attraverso l'iniziativa e l'esposizione concreta.

La salute psichica non risiede nell'aggiungere complicazioni, ma nell'arte di spogliare la mente, accettare i propri limiti, riconoscere che poche cose sono in nostro potere e rischiare l'azione. Questo è il vero successo terapeutico, a prescindere dall'esito.

Smontiamo l'importanza del giudizio esterno, qualunque esso sarà. Il guadagno non consiste nel risultato che si otterrà, ma nel fatto stesso di essere passati all'azione secondo il nostro libero arbitrio e il nostro volere.

Abbiamo un valore e una dignità in noi stessi, a prescindere dal giudizio esterno.

La salute psichica non risiede dunque nell'aggiungere complicazioni, ma nell'arte di spogliare la mente per ritrovare l'essenziale.

10/06/2026

TERAPIA CON IA?

10/06/2026

Terapia con IA?

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