06/10/2026
L'ILLUL’ILLUSIONE DELLA PERFEZIONE E LA PERDITA DELL'IDENTITÀ
La visione di una serie giapponese su Netflix (Plastic Beauty) mi ha offerto uno spunto di riflessione sul nostro rapporto con il corpo e con l’immagine, evidenziando quanto le radici culturali plasmino le nostre insicurezze.
In Giappone, la chirurgia estetica si innesta su valori molto diversi dai nostri: il senso del dovere, l’armonia del gruppo e il terrore di “stonare” o recare disagio all’altro guidano molte scelte.
La spinta al ritocco nasce spesso da un bisogno profondo di conformismo e di adeguatezza verso la collettività, oltre che da una storicizzata attrazione per i canoni occidentali.
Da noi, invece, prevale la cultura dell’esibizione, il mito dell’eterna giovinezza e la vetrinizzazione dei social network.
Tuttavia vi sono sfumature in questo fenomeno che vanno distinte con cura.
C’è una chirurgia che risponde a un disagio identitario preciso. Una persona, più o meno giovane, con un naso molto pronunciato potrebbe non riuscire a non rispecchiarsi in quell’immagine. Scegliere di ritoccare solo quel tratto per ritrovare armonia con sé stessi è un atto di pacificazione, non la ricerca di un ideale astratto.
Così come non c’è nulla di nevrotico nel ricorrere alla medicina estetica non invasiva per restituire al volto un aspetto più disteso e rilassato, sempre che non diventi una continua ossessione.
Il problema sorge quando si passa dalla cura di sé all’omologazione coatta, al ritocco continuo di occhi, zigomi, labbra, persino sopracciglia, e di ogni parte del corpo, dal seno ai glutei, alle cosce, alle gambe, alle caviglie, in una corsa ininterrotta.
Si inseguono canoni rigidi, spesso mutuati dai filtri digitali. Il rischio tragico di questo inseguimento è che, nel tentativo di cancellare ogni imperfezione, si finisce per cancellare la storia che un volto e tutto il corpo racconta.
Oggi vige Il ricatto della visibilità e della vetrinizzazione.
Sui social l'immagine non è più un mezzo per raccontare chi si è, ma un bene di scambio per ottenere riconoscimento. La cultura del "like" ha trasformato la quotidianità in una perenne esposizione.
Mostrarsi senza filtri viene percepito quasi come un atto di trascuratezza o un rischio sociale. Si teme che la verità del proprio volto possa deludere le aspettative create dalla sua versione digitale.
Si perde nell'Altro uno specchio autentico.
Se tutti si ripresentano attraverso un'immagine artefatta, viene a mancare il confronto con la realtà degli altri.
I giovani crescono senza vedere i segni del tempo, le asperità, le imperfezioni altrui, convincendosi che la norma sia la levigatezza finta.
Si crea così un circolo vizioso in cui ciascuno si adegua alla maschera dell'altro per non sentirsi escluso.
La tragedia di questo fenomeno è che non si limita a modificare la percezione dell'estetica, ma cancella la tolleranza per il limite e la verità dell'essere umano.
Quando l'imperfezione viene bandita dallo schermo, il corpo reale finisce per sembrare un errore da correggere a tutti i costi.
Invece, al contrario, un viso segnato dalle sue asimmetrie e dal tempo ha una sua geografia unica, un’espressività irripetibile. Quando lo si spiana e lo si adegua a un modello unico, si ottiene spesso soltanto una maschera statica, inespressiva, che alla fine rende tutti dolorosamente simili.
Così un corpo, come un albero segnato dalle intemperie, racconta tutta la sua storia di immenso valore.
Tuttavia in questo circolo vizioso gioca un ruolo non secondario anche lo sguardo maschile, che spesso apprezza e incoraggia standard estetici innaturali, trasformando l'iper-femminilità artificiale in un codice di seduzione riconosciuto.
Nelle pagine di un romanzo che ho terminato ma è ancora inedito, un personaggio riflette sul senso del tempo che passa e dice:
“Il mio volto segnato custodisce una biblioteca di esperienze. Ogni ruga è un attraversamento. Ogni mio silenzio contiene una domanda che aspetta soltanto qualcuno disposto ad ascoltarla. Il vero problema non è la vecchiaia, ma lo sguardo con cui viene osservata.”
Quando questo patrimonio viene cancellato per adeguarlo a un modello standardizzato, non si ottiene la bellezza, ma soltanto una maschera statica e inespressiva che rende tutti dolorosamente simili.
Dobbiamo chiederci se questo bisogno inesausto di trasformazione risponda davvero a una ricerca di benessere o se non sia, piuttosto, la spia di un malessere più profondo, un’incapacità collettiva di tollerare l’incompiutezza, la fragilità della vita, il significato del tempo e la verità di chi siamo.