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L'ILLUL’ILLUSIONE DELLA PERFEZIONE E LA PERDITA DELL'IDENTITÀ  ​La visione di una serie giapponese su Netflix (Plastic B...
06/10/2026

L'ILLUL’ILLUSIONE DELLA PERFEZIONE E LA PERDITA DELL'IDENTITÀ

​La visione di una serie giapponese su Netflix (Plastic Beauty) mi ha offerto uno spunto di riflessione sul nostro rapporto con il corpo e con l’immagine, evidenziando quanto le radici culturali plasmino le nostre insicurezze.

​In Giappone, la chirurgia estetica si innesta su valori molto diversi dai nostri: il senso del dovere, l’armonia del gruppo e il terrore di “stonare” o recare disagio all’altro guidano molte scelte.

La spinta al ritocco nasce spesso da un bisogno profondo di conformismo e di adeguatezza verso la collettività, oltre che da una storicizzata attrazione per i canoni occidentali.

Da noi, invece, prevale la cultura dell’esibizione, il mito dell’eterna giovinezza e la vetrinizzazione dei social network.

​ Tuttavia vi sono sfumature in questo fenomeno che vanno distinte con cura.

​C’è una chirurgia che risponde a un disagio identitario preciso. Una persona, più o meno giovane, con un naso molto pronunciato potrebbe non riuscire a non rispecchiarsi in quell’immagine. Scegliere di ritoccare solo quel tratto per ritrovare armonia con sé stessi è un atto di pacificazione, non la ricerca di un ideale astratto.

Così come non c’è nulla di nevrotico nel ricorrere alla medicina estetica non invasiva per restituire al volto un aspetto più disteso e rilassato, sempre che non diventi una continua ossessione.

​Il problema sorge quando si passa dalla cura di sé all’omologazione coatta, al ritocco continuo di occhi, zigomi, labbra, persino sopracciglia, e di ogni parte del corpo, dal seno ai glutei, alle cosce, alle gambe, alle caviglie, in una corsa ininterrotta.

Si inseguono canoni rigidi, spesso mutuati dai filtri digitali. Il rischio tragico di questo inseguimento è che, nel tentativo di cancellare ogni imperfezione, si finisce per cancellare la storia che un volto e tutto il corpo racconta.

Oggi vige Il ricatto della visibilità e della vetrinizzazione.

​Sui social l'immagine non è più un mezzo per raccontare chi si è, ma un bene di scambio per ottenere riconoscimento. La cultura del "like" ha trasformato la quotidianità in una perenne esposizione.

Mostrarsi senza filtri viene percepito quasi come un atto di trascuratezza o un rischio sociale. Si teme che la verità del proprio volto possa deludere le aspettative create dalla sua versione digitale.

​ Si perde nell'Altro uno specchio autentico.

​Se tutti si ripresentano attraverso un'immagine artefatta, viene a mancare il confronto con la realtà degli altri.

I giovani crescono senza vedere i segni del tempo, le asperità, le imperfezioni altrui, convincendosi che la norma sia la levigatezza finta.

Si crea così un circolo vizioso in cui ciascuno si adegua alla maschera dell'altro per non sentirsi escluso.

​La tragedia di questo fenomeno è che non si limita a modificare la percezione dell'estetica, ma cancella la tolleranza per il limite e la verità dell'essere umano.

Quando l'imperfezione viene bandita dallo schermo, il corpo reale finisce per sembrare un errore da correggere a tutti i costi.

Invece, al contrario, un viso segnato dalle sue asimmetrie e dal tempo ha una sua geografia unica, un’espressività irripetibile. Quando lo si spiana e lo si adegua a un modello unico, si ottiene spesso soltanto una maschera statica, inespressiva, che alla fine rende tutti dolorosamente simili.

Così un corpo, come un albero segnato dalle intemperie, racconta tutta la sua storia di immenso valore.

Tuttavia in questo circolo vizioso gioca un ruolo non secondario anche lo sguardo maschile, che spesso apprezza e incoraggia standard estetici innaturali, trasformando l'iper-femminilità artificiale in un codice di seduzione riconosciuto.

​Nelle pagine di un romanzo che ho terminato ma è ancora inedito, un personaggio riflette sul senso del tempo che passa e dice:

​“Il mio volto segnato custodisce una biblioteca di esperienze. Ogni ruga è un attraversamento. Ogni mio silenzio contiene una domanda che aspetta soltanto qualcuno disposto ad ascoltarla. Il vero problema non è la vecchiaia, ma lo sguardo con cui viene osservata.”

​Quando questo patrimonio viene cancellato per adeguarlo a un modello standardizzato, non si ottiene la bellezza, ma soltanto una maschera statica e inespressiva che rende tutti dolorosamente simili.

Dobbiamo chiederci se questo bisogno inesausto di trasformazione risponda davvero a una ricerca di benessere o se non sia, piuttosto, la spia di un malessere più profondo, un’incapacità collettiva di tollerare l’incompiutezza, la fragilità della vita, il significato del tempo e la verità di chi siamo.

SAN FRANCESCO: L'UNICA FIGURA CHE NON DIVIDE  ​Oggi è il 4 ottobre. Se c’è una figura che nel corso dei secoli ha conqui...
04/10/2026

SAN FRANCESCO: L'UNICA FIGURA CHE NON DIVIDE

​Oggi è il 4 ottobre. Se c’è una figura che nel corso dei secoli ha conquistato un’adesione pressoché unanime è quella di San Francesco d’Assisi.

Piace ai credenti e ai non credenti, agli intellettuali e ai laici; è forse l’unica voce del nostro patrimonio culturale e spirituale a non essere messa in discussione da nessuno.

​Ma la vera forza di Francesco non sta nei cliché di comodo che spesso gli vengono cuciti addosso, come un presunto "ecologismo", del tutto estraneo alla mentalità del Duecento, dove la meraviglia per il creato non era una causa ambientale, ma la riconoscente gratitudine a Dio per le creature poste al servizio e al sostegno dell'uomo.

​ Inoltre S. Francesco ci offre un’altra grande lezione di vita, ed è quella che Dante Alighieri ha colto in modo magistrale nel Canto XI del Paradiso.

​Dante compie una scelta poetica e teologica rivoluzionaria: fa pronunciare il grandioso elogio di Francesco non a un suo seguace, ma a San Tommaso d’Aquino, il massimo teologo del tempo, il maestro della logica e del rigore dogmatico.

​Perché mettere la celebrazione della vita spoglia, intuitiva e radicale di Francesco sulla bocca del vertice dell'intellettualismo medievale?

​È il più alto invito al superamento degli assolutismi, dei dogmatismi e delle controversie.

Dante ci ricorda che la teoria, la dottrina e la speculazione non bastano a sé stesse se si arroccano nella propria fazione. Ci mostra che anche il pensiero più strutturato deve saper fare un passo indietro di fronte alla verità dell'essenziale, riconoscendo il valore dell'altro senza gelosie.

​In un presente segnato da continue polarizzazioni ideologiche, guerre di appartenenza e incapacità di ascolto, la figura di Francesco resta un punto d’incontro unico.

Non impone, non giudica, non fa sillogismi: testimonia. Ci invita a spogliare le nostre certezze dalla pretesa dell'arroganza e a ritrovare, oltre ogni steccato, la misura profonda dell'umano.

​Buona festa di San Francesco.

IL GIOCO: “Facciamo finta che…” 🧸✨ ​Spesso pensiamo al gioco infantile come a un semplice svago. In realtà è il lavoro p...
30/09/2026

IL GIOCO: “Facciamo finta che…” 🧸✨

​Spesso pensiamo al gioco infantile come a un semplice svago. In realtà è il lavoro più serio che un bambino possa fare: il primo laboratorio in cui la psiche impara a trasformare l'impotenza nel padroneggiamento del mondo.

​Il gioco si sviluppa attraverso due direzioni fondamentali:
​🏰 Il gioco solitario (Costruire e Immaginare)
Mattoncini, capanne, mondi inventati. Non è isolamento, ma la capacità di sostare con se stessi e dare forma al caos interno, creando un perimetro sicuro dove i pensieri e le emozioni prendono corpo.

​🧸 Il gioco di ruolo e di cura (I genitori, i bambolotti, i fratelli)
Fare la mamma, il papà o il maestro — con i bambolotti o tra fratelli — permette di sperimentare l'accudimento, ma anche di scaricare regole e rimproveri. Identificandosi con l'adulto, il bambino smette di subire passivamente l'autorità e impara a farla propria.

​⚔️ I giochi condivisi e di regole (Nascondino e il gruppo)
I giochi di gruppo sono la palestra dell'empatia. Nascondino, in particolare, è la messa in scena dell'angoscia di separazione: mi nascondo per verificare se mi cerchi, ti cerco per sapere che ci sei ancora.

​Che sia solitario o condiviso, il gioco ci permette di rovesciare la passività: non subiamo più la realtà, ma la modelliamo.

​E voi, da bambini, a cosa giocavate più spesso? Vi prendevate cura dei bambolotti, costruivate rifugi o inventavate ruoli e regole?

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LA FIABA: la costruzione dell’Io e l’incontro con il Sé ​I bambini amano le fiabe non per sfuggire alla realtà, ma per p...
30/09/2026

LA FIABA: la costruzione dell’Io e l’incontro con il Sé

​I bambini amano le fiabe non per sfuggire alla realtà, ma per poterla sopportare ed elaborare.

La fiaba è il primo teatro dell’inconscio, dà un nome ai mostri interni, offre un contenitore alle angosce più arcaiche e promette che il bosco si può attraversare.

​Crescendo tendiamo a dimenticarle, ma quelle architetture simboliche rimangono la matrice del nostro mondo interno e vale la pena ricordare quali fiabe abbiamo segnato la nostra fanciullezza.

La tradizione dell’Europa occidentale e quella russa rivelano due mappe della struttura della mente profondamente diverse e offrono eventuali direttive della cura non solo per i bambini, anche per gli adulti.

​ La fiaba europea è funzionale alla costruzione dell’Io.

Nel bosco dei Grimm o di Perrault il sentiero è ben delimitato. L’eroe vince perché è astuto, operoso, calcola i rischi e rispetta le regole.

Regna il Principio di Realtà: il male è un’aberrazione da contenere e sconfiggere per ristabilire l’ordine.

In clinica, è la fase in cui diamo struttura e confini a un Io fragile o spaventato dal caos.

​ La fiaba russa rappresenta l’incontro con il Sé.

Nelle seicento fiabe raccolte da Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev, scrittore russo, slavista, folklorista, etnografo, giornalista, storico, l’eroe è spesso Ivan “il Folle” che vince per spogliazione dell’Ego, purezza di cuore e rinuncia all’onnipotenza.

Il male qui è arcaico e imponente: Baba Jaga è l'Inconscio matriarcale ambivalente, Koščej l’Immortale è la difesa che pietrifica il cuore per non farlo soffrire.

Il male non si liquida con la lezione morale: va attraversato e integrato.

​Cosa ci insegna la clinica?
Non si tratta di scegliere quale fiaba sia "migliore" o più adatta in base all'età anagrafica, ma di ascoltare il bisogno dello stato psichico dell'individuo in un dato momento della sua evoluzione e le tracce che sono rimaste depositate nella psiche dell'adulto.

​Rafforzare l’Io (la lezione europea) è indispensabile quando la struttura ha bisogno di confini, argini e sentieri sicuri.

​Lasciare il controllo (la lezione russa) diventa necessario quando l’Io è troppo rigido, ansioso o pietrificato, e la guarigione richiede la resa (surrender), la capacità di sostare nell’incertezza.

​Se la fiaba europea ci insegna a costruire la strada per non perderci nella foresta, la fiaba russa ci ricorda che, quando la notte si fa f***a, non ci salva l’illusione di dominare l’oscurità, ma la capacità del cuore di rimanere aperto di fronte all’enigma.

IL GELO EMOTIVO E LA CURA DEL TEMPO C'è un brano musicale, l’ultimo movimento dell'ultima sonata per pianoforte di Beeth...
29/09/2026

IL GELO EMOTIVO E LA CURA DEL TEMPO

C'è un brano musicale, l’ultimo movimento dell'ultima sonata per pianoforte di Beethoven, l’Arietta, che inizia in un modo che mi è rimasto dentro per tutta la vita.

Ha un tono lento, grave, pacato. Sembra quasi una marcia funebre. Eppure, da quella pesantezza terrena, a un certo punto la musica si stacca e si trasforma in un canto leggerissimo, che si eleva verso l'alto in una luce trascendente.

C’è una dignità immensa in questo: il dolore non viene evitato, viene attraversato e trasformato.

Il tempo dell'anima, le sue evoluzioni, non si misurano con l'orologio, richiedono un movimento lento, di attesa e sospensione, per giungere allo scioglimento dei nodi che ingabbiano, paralizzano nel dolore e arrivare a quella fluidità che dà risoluzione e pace.

Ma oggi si corre, non si aspetta, non c'è la gravità solenne dell'attesa.
Se guardiamo alla musica che ascoltano i ragazzi di oggi, la trap o il rap, troviamo tutto questo, impastato in una rabbia circolare, violenta e, soprattutto in una profonda anestesia sentimentale.

Questa musica non ha inventato il vuoto, fa da specchio onesto e crudo al mondo in cui viviamo.

Quel distacco emotivo e quella corazza d’indifferenza sono le difese che i giovani usano per proteggersi dall’isolamento e dalla solitudine generata dai social media, come Instagram e TikTok, che magnetizzano l'attenzione frammentando il pensiero.

Faccio la terapeuta da tantissimi anni e nella mia stanza d'analisi vedo gli effetti di questa mutazione antropologica ogni giorno.

Manca il tempo dell'attesa, della sospensione che è il preludio necessario alla risoluzione.

Siamo immersi in una corsa dominata oltretutto da un analfabetismo totale. Arrivano da me giovani, ma anche giovani adulti laureati, che non hanno più alcun punto di riferimento culturale.

Senza parole, senza miti, senza arte e senza memoria, queste persone non hanno più un linguaggio per nominare il proprio dolore. E, se il vuoto interiore che non può essere espresso e simbolizzato, si trasforma inevitabilmente in apatia o in aggressività.

La cosa che più mi spaventa è che anche il mio mondo, quello della salute mentale, si sta piegando a questo mercato commerciale.

Vedo colleghi più o meno giovani che si pubblicizzano sui social come brand, che vendono "percorsi brevi" o che si improvvisano per ottimizzare le prestazioni.

Pensano di trattare la mente umana come se stessero riparando il guasto tecnico di una macchina.

Ma la psiche non funziona così: il dolore umano ha una struttura immutabile e non ha scorciatoie.

Se lo tratti di fretta, se applichi una tecnica fredda solo per far funzionare la persona il prima possibile, il dolore rimane o peggiora.

Dopo quarant'anni di ascolto, la lezione più grande che ho imparato è che non si finisce mai di imparare.

Ogni giorno, attraverso i miei pazienti, scopro aspetti nuovi e imponderabili della vita, e grazie a loro conosco sempre un pochino di più me stessa.

Il dolore richiede tempo, pause, come nella grande musica.

Per curare dobbiamo fare l’esatto contrario di quello che impone la società presente: dobbiamo saper stare nella gravità del silenzio, nella lentezza e nell'ascolto profondo.

Solo così, esattamente come succede in quella sonata di Beethoven, si possono riaprire davvero la mente e il cuore.

L'UOMO TRA MOGLIE E AMANTE, UN GIOCO DI EQUILIBRI NEVROTICI Perché molti non lasciano la moglie o, se la lasciano, poi t...
22/09/2026

L'UOMO TRA MOGLIE E AMANTE, UN GIOCO DI EQUILIBRI NEVROTICI

Perché molti non lasciano la moglie o, se la lasciano, poi tornano indietro?

In questa dinamica comunissima non c'è il mito dell'amore romantico, ma una verità psicologica spietata: la profonda dipendenza dell'uomo dall'utero protettivo della moglie-madre e l'uso strumentale dell'amante.

Questo fenomeno ha un antenato letterario illustre in Newland Archer, protagonista de L'età dell'innocenza, il magnifico romanzo di Edith Wharton portato al cinema da Martin Scorsese.

Sebbene Archer sia diverso dai traditori di oggi perché il suo è un tradimento puramente mentale e platonico, la sua struttura psichica spiega perfettamente l'infedeltà contemporanea in tre punti rapidi che di seguito illustro.

1. Finché non viene scoperto, l’uomo non lascerà la moglie. L’amante (reale o idealizzata che sia) viene usata come "regolatore nevrotico".

È la fuga mentale o pulsionale che rende tollerabile il grigiore del matrimonio. Diventa, a sua insaputa, la terza gamba che mantiene in piedi un tavolo instabile.

L'amante pensa di essere l'inizio di una nuova storia, ma in realtà è la stampella invisibile che tiene in piedi il matrimonio altrui.

2. L'uomo è psicologicamente più fragile della donna perché nasce dalla donna.
Separarsi dalla matrice materna richiede una maturità emotiva che spesso manca.

La moglie viene così sovrapposta alla Madre: l'utero protettivo che salva la facciata sociale (status, patrimonio, abitudini). Lasciarla significherebbe recidere il cordone ombelicale.

Non a caso i dati parlano chiaro. Sono molte di più le donne che decidono di separarsi. La donna sa differenziarsi; l'uomo, senza il clan e la protezione materna, si sente perduto.

3. Il crollo del mito e la regressione: se l'uomo viene messo alle strette e va a convivere con l'amante, il gioco si rompe.
L'altra donna entra nella quotidianità e l'idealizzazione svanisce.

Di fronte alla fatica di essere adulto, senza la vecchia rete di protezione, l'uomo regredisce. Il ritorno a casa è la mossa del bambino che fa una bravata ma, alla prima folata di vento freddo, corre a rifugiarsi sotto le gonne della madre.

E la moglie perché lo riprende? Spesso, nel momento del ritorno, si attiva un incastro nevrotico complementare.

Nella moglie scatta il mandato materno dell'accoglienza incondizionata o il complesso della crocerossina che nasconde il desiderio di rivalsa sulla rivale e un inconscio senso di superiorità.

Accettare il marito traditore significa perdonare il "figliol prodigo".

In questo modo la moglie mantiene il controllo della struttura familiare e della facciata sociale, ma lo fa a spese della propria dignità erotica, accettando di fare da madre a un uomo che non sa essere partner.

Come il protagonista del romanzo, che alla fine sceglie di vivere nel rimpianto piuttosto che rischiare la realtà, questi uomini preferiscono una sofferenza passiva.

Fa molta meno paura del conflitto vivo, necessario per diventare finalmente adulti.

IL FASCINO DEL PUZZLE  E L'ILLUSIONE DEL  PENSIERO  La serie Netflix "Dark" è un’opera presuntuosa. ​C’è un limite sotti...
20/09/2026

IL FASCINO DEL PUZZLE E L'ILLUSIONE DEL PENSIERO

La serie Netflix "Dark" è un’opera presuntuosa.

​C’è un limite sottile che separa la complessità narrativa dalla semplice presunzione.

Dark, acclamata serie tedesca targata Netflix, si posiziona esattamente su questa linea di boundary, superandola a più riprese con un’eleganza formale innegabile, ma con un’evidente povertà di contenuto teorico.

​Mi sono messa a guardare questa serie spinta dalla curiosità sentendo professori di filosofia ed esponenti del web esaltarla come un capolavoro concettuale imperdibile.

Mi chiedevo cosa ci fosse di così folgorante da conquistare non solo il grosso pubblico ma anche notevoli analisti della rete.

Alla fine, se l'ho portata a termine, è stato solo per un cambio di prospettiva drastico: ho smesso di cercare di capire.

L'ho guardata esattamente come si guarda un puzzle attraverso la forma e i colori delle sue tessere, senza la pretesa di trarne chissà quale significato profondo, ma mossa dalla semplice curiosità di vedere fin dove si sarebbe spinto questo astruso marchingegno.

Solo disattivando il desiderio di senso e godendo lo spettacolo la serie riesce persino a di-vertire, nel senso di distrarre.

​ ​Il principale limite di Dark sta infatti nella sua pretesa di fare filosofia a buon mercato.

La narrazione viene costantemente infarcita di rimandi ad alto impatto evocativo come l’eterno ritorno di Nietzsche, i paradossi della fisica quantistica, il ciclo di 33 anni di matrice teologica, la Tabula Smaragdina o i simboli dell’ermetismo.

​A un’analisi rigorosa, tuttavia, tutti questi elementi non sono che decorazione concettuale.

Si tratta di un feticismo del simbolo: un accumulo di significanti svuotati del loro significato originario, utilizzati come "esca intellettuale" per dare un’aura solenne a quello che rimane, sotto la superficie, un gioco d'incastri.

È una filosofia da Bacio Perugina vestita da saggio di metafisica, pensata per gratificare il narcisismo di uno spettatore a cui basta cogliere un’infarinatura di concetti per sentirsi di fronte a un’opera "colta" (e purtroppo persino certi divulgatori sembrano essere caduti in questo abbaglio, scambiando citazioni d'effetto per vero pensiero).

​Sul piano psicologico e clinico ci troviamo di fronte a ingranaggi senza psiche, al vuoto dei personaggi, dove il meccanismo mostra chiaramente le sue crepe.

I personaggi di Dark non possiedono un vero inconscio, né uno spazio interiore di elaborazione del trauma o del desiderio, sono puri elementi di una coazione a ripetere orchestrata a tavolino.

​In questo impianto rigido, si salva l’interpretazione di Louis Hofmann (Jonas), capace di incarnare con rara intensità l’angoscia del soggetto schiacciato da una struttura che non comprende.

Al contrario, personaggi come Martha e molti altri risultano spesso piatti, freddi e persino irritanti.

Martha non esiste come soggetto, ma solo come pura funzione simbolica dell'altro polo, un elemento meccanico necessario a far tornare i conti dell’equazione temporale.

​La serie funziona sovraccaricando lo spettatore di informazioni, alberi genealogici e ramificazioni temporali.

Questo iper-determinismo costringe chi guarda a un continuo esercizio di decodifica logico-razionale ("chi è il padre di chi?", "in che anno siamo?"), impedendo una reale risonanza emotiva o una profonda riflessione esistenziale.

Confondere il mal di testa provocato dalla complessità di un diagramma con la profondità del pensiero è il grande equivoco su cui si regge il mito di questa serie.

In ​conclusione ​Dark è indubbiamente un prodotto commerciale di altissimo livello, confezionato in modo impeccabile, per regia, fotografia, montaggio e colonna musicale, per suscitare grande interesse e discussione.

Ma è anche un’opera profondamente presuntuosa, che maschera il caos e la mancanza di una vera visione dietro una patina di ermetismo di maniera.

​Trattandosi di un ingranaggio artificiale, l'unico modo per guardare la serie senza frustrazione è proprio smettere di scervellarsi per capire, ignorare le elucubrate spiegazioni del web, accettare il gioco d'astuzia formale e guardare le tessere che si incastrano, consapevoli che dietro l'illusione della grande filosofia c'è solo un impeccabile esercizio di intrattenimento.

Oggi mi sono imbattuta in una storia di cui non avevo mai sentito parlare e che mi ha davvero colpita. Volevo condivider...
16/09/2026

Oggi mi sono imbattuta in una storia di cui non avevo mai sentito parlare e che mi ha davvero colpita. Volevo condividerla perché credo che in pochi la conoscano.

​Riguarda il Premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, sopravvissuto all'orrore di Auschwitz, e un episodio incredibile avvenuto in una baracca del campo durante le notti più buie della Shoah.

​A raccontarlo è stato lo stesso Wiesel:
​"Alla fine del processo, pronunciarono il verdetto: "Colpevole. Poi ci fu un silenzio infinito. E dopo quel silenzio, il rabbino guardò il cielo e disse: 'Ora è il momento della preghiera della sera'."
Elie Wiesel

​Tre eminenti maestri della legge ebraica, di fronte al massacro sistematico e al silenzio del cielo, decisero di non poter più tacere e convocarono un vero e proprio tribunale rabbinico per giudicare l'operato dell'Onnipotente.

​Per ore esaminarono la Sua condotta e l'abbandono degli innocenti. Nessuna spiegazione teologica tradizionale reggeva più. E così arrivarono all'unica conclusione possibile: Dio fu dichiarato colpevole.

​Ma il senso più profondo di questa storia sta in ciò che accadde un istante dopo: i giudici si alzarono, si voltarono verso oriente e intonarono le preghiere della sera.

​​Da cattolica e da psicoanalista, questa storia mi ha fatto riflettere tantissimo.

​Nella clinica vediamo ogni giorno come la rabbia, la protesta o le accuse più severe tra genitori e figli non siano affatto il segno della fine di un legame, ma la prova della sua forza. Si grida, ci si scontra e si mette l'altro "a processo" solo quando si crede ancora in lui, quando ci si aspetta qualcosa di grande dall'altro e il dolore per la delusione è cocente. L'opposto dell'amore non è la rabbia, è l'indifferenza.

​Vedere questi uomini giudicare Dio e un secondo dopo mettersi a pregare è la manifestazione di un attaccamento profondo, l'urlo di chi non rinuncia all'altro, di chi protesta proprio perché non ha smesso di credere.

​Una storia di memoria e di rispetto che travalica ogni confine, per ricordarci che anche nel buio più fitto l'umanità e la ricerca di senso non si arrendono.

# Psicoanalisi Psicologiaeinconscio

LA MEMORIA SEGRETA DEL CORPO La mente ha i suoi meccanismi di difesa: sa razionalizzare, rimuovere, mettere in un angolo...
13/09/2026

LA MEMORIA SEGRETA DEL CORPO

La mente ha i suoi meccanismi di difesa: sa razionalizzare, rimuovere, mettere in un angolo ciò che fa troppo male per essere detto o pensato. È un modo che il pensiero ha per proteggerci.

Ma il corpo non conosce la finzione né la dialettica. Esso registra, trattiene e parla un linguaggio infallibile: una tensione costante nelle spalle, un respiro che non scende mai fino in fondo, un nodo alla gola o quella stanchezza antica che sembra non sparire mai.

​Nel corpo le esperienze non diventano "concetti", restano materia vissuta. Un trauma, una perdita o persino un dolore taciuto per anni non sfuggono alla carne; si posano nelle fibre muscolari, nei ritmi del cuore, nell'postura con cui attraversiamo una stanza.

Quando la parola manca o si nasconde, il corpo continua a narrare la verità della nostra storia, custodendo fedelmente ogni momento in cui abbiamo dovuto trattenere il fiato.

​Ci si rende conto, allora, che guarire non è soltanto un atto dell'intelletto o un esercizio di comprensione. Significa fare la pace con la propria memoria corporea, imparare di nuovo a fidarsi di sé e permettere al corpo di sciogliere quei nodi che la mente ha preferito dimenticare.

L'analisi e l'elaborazione razionale ci offrono strumenti straordinari, ci danno l'equilibrio, la capacità di comprendere ciò che accade, di dare un nome ai processi e di agire nel mondo con la dignità e la maturità dell'adulto, ci permettono di non crollare sul piano dei comportamenti e delle decisioni.

Ma la struttura somatica ha tempi e logiche differenti rispetto alla struttura del pensiero.

​Quando si presenta un evento doloroso, anche se l'adulto "sa come gestire" la situazione sul piano relazionale e cognitivo, l'impatto emotivo viaggia lungo vie sottocorticali e neurosettoriali che bypassano la parola.

Se quell'evento risuona con una ferita antica, il corpo non riconosce la distanza temporale. Per la carne e per le fibre nervose, quell'antico dolore torna a essere presente.

​Si crea così una scissione temporanea:
​In superficie, c'è l'adulto equilibrato che affronta la realtà, la gestisce, reagisce "bene", parla il linguaggio della ragione e della maturità.

​In profondità c'è la traccia originaria che viene riattivata. Il corpo prende su di sé tutto il carico di quell'urto. Si fa carico di proteggere la mente dalla disgregazione, e nel farlo spende una quantità enorme di energia.

​Quel sentirsi "a terra", quella stanchezza viscerale o quella sensazione di svuotamento corporale, non è un fallimento del proprio equilibrio né la dimostrazione che l'analisi non sia servita.

Al contrario: è la risposta fisiologica di un organismo che sta contenendo un impatto. Il corpo sta facendo il "lavoro pesante" per consentire all'adulto di rimanere in piedi. È la stanchezza di chi ha retto un peso senza farlo cadere.

​In questi momenti, la vera sfida non è chiedere al corpo di essere efficiente o forte quanto la mente, ma concedergli il diritto di essere spossato.

Riconoscere che, sebbene la maturità ci permetta di gestire la tempesta, la pelle e la carne ricordano ancora quanto sia stato freddo il primo inverno. Accogliere questa stanchezza senza giudicarla è forse l'ultimo, più profondo atto di rispetto verso la propria storia.

L'ORGOGLIO CHE SFIGURA L'AMORE: psicoanalisi de La Mite e dei demoni del sottosuolo ​Non c’è tragedia più grande di quel...
11/09/2026

L'ORGOGLIO CHE SFIGURA L'AMORE: psicoanalisi de La Mite e dei demoni del sottosuolo

​Non c’è tragedia più grande di quella che si consuma nel silenzio di una stanza, a pochi centimetri da chi amiamo.

In "La Mite", Dostoevskij costruisce un Monologo Interiore a un passo dal corpo ancora caldo di una giovane sposa morta suicida.

Il protagonista, un zalogatel’ (un usuraio), ex ufficiale cacciato dal reggimento per vigliaccheria, non dialoga con la moglie, ma con la propria coscienza ferita, cercando disperatamente di giustificarsi.

​Dal punto di vista psicoanalitico, La Mite non parla d'amore, ma della tragica sostituzione dell'amore con la nevrosi del dominio.
​
La trappola del soggetto è il "Supposto Sapere" e il silenzio punitivo.

​Il protagonista ha sposato la giovane non per affetto, ma per una dinamica di riscatto narcisistico. Essendo stato umiliato dalla società, cerca una creatura pura da piegare e salvare al tempo stesso.

L'usuraio impone alla moglie una legge di silenzio rigido e severo. Nella psicoanalisi lacaniana, il silenzio del nevrotico non è assenza di comunicazione, ma un esercizio di potere: costringe l'altro a supplicare la parola, a pendere dalle sue labbra.

​ Egli non vuole essere amato, vuole essere compreso senza parlare, sottomettere ed essere divinizzato.

Quando la ragazza tenta di ribellarsi (impugnando la pi***la alla sua tempia mentre dorme), lui risponde con una freddezza glaciale che ne spezza definitivamente lo spirito.

​ Assistiamo a un vero e proprio ricatto narcisistico che determina la frattura psichica della moglie.

​La Mite si ritira nel mutismo perché schiacciata dalla spersonalizzazione.

Quando l'uomo finalmente decide di spogliarsi della sua armatura, cadendo ai suoi piedi e promettendole una nuova vita, è troppo tardi, la struttura psichica della donna è distrutta.

Non le rimane alcuna via di fuga tra la sottomissione totale e l'annientamento di sé. Il salto dalla finestra con l'icona della Madonna in mano è il ricongiungimento con un'autorità sacra e pura, l'unica via per sottrarsi al dio terreno e tirannico che la possedeva.

È interessante notare che nell'opera di Dostoevskij vi è una galleria di "Tiranni Feriti".

​L'usuraio de La Mite appartiene alla grande famiglia degli uomini del sottosuolo dostoevskiani: menti iper-riflessive, ferite nell'orgoglio, che trasformano la sofferenza in una pulsione sadica o masochistica.

L'Uomo dal Sottosuolo (Memorie dal Sottosuolo) è il padre spirituale dell'usuraio.
Quando la giovane pr******ta Liza gli offre amore e compassione incondizionati, egli la insulta e le dà del denaro per umiliarla.

Entrambi i personaggi soffrono di un'angoscia insostenibile di fronte al bene. Non sapendo gestire l'amore spontaneo, sentono il bisogno di distruggerlo.

​Raskol'nikov (Delitto e Castigo) condivide con l'usuraio la logica del riscatto personale e l'incapacità di accedere al sentimento dell'altro.

Entrambi usano l'intelletto per difendersi dalla fragilità emotiva, finché l'inevitabile scontro con la realtà non fa crollare il loro castello di carte.

​Rogozin (L'idiota), sebbene più viscerale e meno cerebrale dell'usuraio, incarna lo stesso principio di azzeramento dell'altro.
L'impossibilità di possedere l'anima di Nastas'ja Filippovna lo porta a possederne il corpo immobile tramite l'omicidio.

In tutti i casi, l'amore non evoluto sfocia nella necrofilia simbolica o reale e nella tragedia del "Troppo Tardi ".

​La chiusura de La Mite è una delle manifestazioni più strazianti del concetto di Inconscio e Rimorso in Dostoevskij:
​"Cinque minuti soltanto, sono arrivato in ritardo di soli cinque minuti!... Oh, contingenza! Oh, natura! Gli uomini sulla terra sono soli, ecco la sciagura!"

​Il protagonista comprende il valore dell'altro solo di fronte alla realtà della morte. Fintanto che l'oggetto d'amore era in vita, era un trofeo da plasmare, morta, diventa l'unica ragione d'esistenza. È la condanna solipsistica dell'umano: scoprire la capacità di amare soltanto quando l'altro si è trasformato in un'assenza irrimediabile.

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