03/09/2026
NON VOGLIO SCHIERARMI. VOGLIO CAPIRE
Quando anche la salute diventa un'arena: pro-vax, no-vax e il diritto a un'informazione che torni a spiegare, è solo utopia.
Questa mattina ho pubblicato un articolo sulla difterite, prendendo spunto anche dalla tragica morte della piccola Anna Rosa a Palermo.
Ho cercato di fare una cosa molto semplice: capire.
Che cos'è la difterite? Come si contrae? Che cosa provoca realmente il danno? Qual è la differenza tra vaccino e antitossina? Quando si usa l'uno e quando l'altra?
Domande.
Le stesse domande che dovrebbe farsi chiunque voglia essere informato prima ancora di avere un'opinione.
E invece, puntualmente, quando si parla di salute — e soprattutto quando compare la parola “vaccino” — sembra diventare obbligatorio scegliere una tribù.
Pro-vax o no-vax.
Come se nel mezzo non potesse esistere il cittadino che semplicemente vuole capire.
Il nuovo “divide et impera”
Mi interrogo da tempo su quanto una parte dell'informazione contemporanea abbia bisogno della contrapposizione.
Destra contro sinistra.
Pro contro anti.
Occidente contro Oriente.
Scienza contro complottismo.
Buoni contro cattivi.
È il vecchio divide et impera che viene applicato alla società dell'informazione.
E più le due parti vengono esasperate, più aumenta la rabbia; più aumenta la rabbia, più aumenta la reazione; più aumenta la reazione, più cresce l'attenzione, e i media crogiolano nello share.
Alla fine sembra quasi di essere tornati nelle antiche arene romane: due parti contrapposte da incitare, mentre il pubblico sceglie per chi gridare.
Ma la salute non dovrebbe essere un'arena.
Se parliamo di difterite, spiegami la difterite
Se domani dovessi trovarmi davanti a un sospetto caso di difterite, non mi servirebbe sapere se il giornalista che sto ascoltando considera giusti i “pro-vax” oppure i “no-vax”.
Avrei bisogno di sapere quali sono i sintomi iniziali.
Avrei bisogno di sapere che la malattia può inizialmente assomigliare ad altre infezioni della gola.
Avrei bisogno di conoscere i segnali che richiedono un intervento immediato.
Avrei bisogno di capire perché la tossina è pericolosa, perché l'antitossina deve essere utilizzata tempestivamente quando indicata e quale funzione svolgono gli antibiotici.
Avrei bisogno, infine, di conoscere che cosa può fare la vaccinazione preventiva, con dati comprensibili su benefici, limiti ed eventuali effetti indesiderati.
Poi sarò io, insieme ai professionisti sanitari di riferimento, a prendere le decisioni che mi competono.
Questo dovrebbe fare l'informazione: fornirmi gli strumenti per comprendere.
Il problema comincia quando l'etichetta sostituisce la domanda
“No-vax”.
“Pro-vax”.
“Negazionista”.
“Complottista”.
“Scientista”.
Sono parole che qualche volta descrivono realmente determinate posizioni. Ma quando diventano scorciatoie per classificare chi pone una domanda, producono un effetto pericoloso: non abbiamo più bisogno di ascoltare ciò che una persona sta chiedendo, perché abbiamo già deciso a quale gruppo appartiene.
Ed è esattamente questo che rifiuto.
Posso nutrire un dubbio su un farmaco senza rifiutare la medicina.
Posso chiedere dati sulla sicurezza di un vaccino senza negare l'esistenza delle malattie infettive.
Posso riconoscere l'efficacia di una terapia senza pensare che qualunque decisione sanitaria sia automaticamente sottratta alla discussione.
Posso soprattutto cambiare idea quando incontro dati migliori.
Questa, per me, non è indecisione.
È libertà di pensiero.
L'informazione dovrebbe diminuire la paura, non utilizzarla
Una popolazione spaventata cerca risposte semplici.
E le risposte semplici sono perfette per costruire schieramenti.
“Fallo e sei responsabile.”
“Non farlo e sei libero.”
Ma la medicina raramente funziona attraverso slogan di quattro parole.
Esistono probabilità, rapporti rischio-beneficio, età differenti, condizioni individuali, controindicazioni, epidemiologia, prevenzione, diagnosi e terapie.
Informare significa rendere comprensibile questa complessità.
Non cancellarla.
E oggi c'è qualcosa di ancora più potente: l'algoritmo
La polarizzazione non nasce soltanto nei programmi televisivi.
Oggi viene amplificata dai social network.
Un contenuto che provoca paura, indignazione o rabbia genera reazioni. Le reazioni producono interazioni. E ciò che genera interazioni tende ad acquistare maggiore visibilità.
Con l'intelligenza artificiale questa capacità di produrre, personalizzare e moltiplicare contenuti sta raggiungendo dimensioni che solo pochi anni fa sarebbero sembrate fantascienza.
Per questo ritengo che oggi il giornalismo abbia una responsabilità persino maggiore rispetto al passato.
Quando tutto può essere prodotto, manipolato, ritagliato e amplificato, il valore non sta nell'urlare più forte.
Sta nel verificare meglio.
Io non voglio sapere da che parte devo stare
È questa, alla fine, la riflessione che mi ha lasciato la discussione di oggi.
Non ditemi innanzitutto chi sono i buoni e chi sono i cattivi.
Datemi i fatti.
Ditemi da dove arrivano.
Fatemi vedere i numeri.
Spiegatemi cosa sappiamo e, con la stessa onestà, cosa ancora non sappiamo.
Distinguete un fatto da un'ipotesi, una correlazione da una causa, un rischio possibile da un rischio dimostrato.
E soprattutto lasciatemi fare domande.
Perché non ho bisogno che qualcuno scelga al posto mio quale parte dell'arena occupare.
Non voglio essere pro o contro per definizione.
Voglio capire.
E forse il giornalismo dovrebbe ricominciare proprio da qui.
Io non voglio sedermi da nessuna parte.
Io voglio capire.
Ed è forse questa la funzione del giornalismo che più mi manca: non dirmi cosa devo pensare, ma darmi fatti, strumenti, fonti e contesto sufficienti perché possa pensare con la mia testa.
La disinformazione non si combatte impedendo le domande. Si combatte rendendo possibile la conoscenza.
“Per approfondire: Difterite, che cos'è, come si trasmette e come si cura”, vi rimando al pezzo che ha pubblicato sulla pagina Blog Anna Giffi Naturopata
🙏❤️🤗