Laura Nanè Psicologa Psicoterapeuta

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Laura Nanè Psicologa Psicoterapeuta Psicoterapia individuale, psicoterapia familiare, psicoterapia di coppia

04/09/2026

Un interessante articolo condiviso nella newsletter dell'APF- ACCADEMIA DI PSICOTERAPIA DELLA FAMIGLIA.

Phubbing e funzionamento familiare: la connessione che divide
di Marco Cacioppo, Ph.D.
Professore Ordinario di Psicologia Clinica e Dinamica
Università di Roma, LUMSA

Negli ultimi venticinque anni il rapporto tra esseri umani e tecnologie digitali è profondamente cambiato. Dai primi studi sulla dipendenza da Internet (Young, 1998) alle più recenti riflessioni sulla dipendenza da smartphone (James et al., 2023), l'attenzione della comunità scientifica si è progressivamente spostata dalle tecnologie in sé al loro impatto sulle relazioni. In questo scenario si colloca il phubbing (Karadağ et al., 2015), termine nato dalla fusione delle parole phone e snubbing, che descrive la tendenza a ignorare una persona fisicamente presente per rivolgere l'attenzione allo smartphone (Karadağ et al., 2016). Per comprendere il fenomeno è utile distinguere due ruoli. Il phubber è colui che interrompe l'interazione per dedicarsi al telefono; il phubbee è invece chi sperimenta tale comportamento.

Il phubbing non rappresenta quindi un semplice atto individuale, ma un evento relazionale che modifica la qualità dello scambio comunicativo. Può sembrare una banale forma di maleducazione, ma la letteratura suggerisce una lettura più complessa. Ogni volta che, durante una conversazione, lo sguardo si sposta sullo schermo per controllare notifiche o messaggi, il contenuto digitale acquisisce implicitamente una priorità rispetto alla persona presente. Chi subisce il comportamento può sentirsi ignorato, svalutato o escluso, sperimentando frustrazione e conflitto (Yang et al., 2024). È il paradosso della contemporaneità: siamo costantemente connessi e, proprio per questo, sempre più esposti al rischio di essere emotivamente assenti nelle relazioni quotidiane. Le conseguenze del phubbing emergono in numerosi contesti. In ambito lavorativo il boss phubbing riduce il senso di riconoscimento e il coinvolgimento dei collaboratori (Roberts & David, 2017), mentre nei contesti educativi l'uso dello smartphone durante le attività didattiche compromette attenzione e partecipazione (Chasombat, 2015; Abramova et al., 2017; da Silva & Castro, 2017). Il problema, tuttavia, non risiede nel dispositivo, bensì nel significato relazionale che assume quando interrompe la reciprocità dell'incontro.

Una delle dimostrazioni più efficaci proviene dal Mobile Still Face Paradigm, adattamento del celebre paradigma di Tronick all'interazione mediata dallo smartphone (Myruski et al., 2018). Quando il genitore interrompe improvvisamente lo scambio con il bambino per rivolgere l'attenzione al telefono, il piccolo manifesta rapidamente disagio, protesta e tentativi di ristabilire il contatto. Pur rimanendo fisicamente presente, il caregiver diventa emotivamente indisponibile. Anche brevi episodi di distrazione digitale risultano così capaci di alterare la reciprocità affettiva e la qualità dell'interazione. È soprattutto all'interno della famiglia che il phubbing assume il suo significato più rilevante. Essere ignorati da un genitore o da un partner non equivale a esserlo da uno sconosciuto, perché coinvolge il contesto nel quale si costruiscono sicurezza, appartenenza e fiducia. Le ricerche mostrano che gli adolescenti esposti al phubbing genitoriale presentano livelli inferiori di autostima (D**g et al., 2023). Allo stesso tempo, un clima familiare caratterizzato da conflittualità favorisce la comparsa di comportamenti di phubbing nei figli (Tacca Huamán et al., 2021), mentre gli adolescenti che si sentono trascurati tendono a riprodurre lo stesso comportamento (Sana et al., 2023). Al contrario, uno stile educativo fondato su ascolto, dialogo e supervisione rappresenta un importante fattore protettivo (Elboj et al., 2023).

Queste evidenze suggeriscono che il phubbing non possa essere spiegato esclusivamente come conseguenza dell'uso eccessivo dello smartphone. In una prospettiva sistemico-relazionale esso appare piuttosto come un comportamento che prende forma all'interno delle dinamiche familiari e, al tempo stesso, contribuisce a mantenerle. Ogni episodio ridefinisce implicitamente le regole della presenza e della disponibilità emotiva, modificando la punteggiatura delle interazioni quotidiane. Lo smartphone diventa così uno strumento attraverso cui regolare vicinanza e distanza, evitare il confronto o sottrarsi a situazioni emotivamente impegnative. Anche la relazione di coppia risente di questi processi. Il phubbing è stato associato a una minore soddisfazione coniugale (Knoll et al., 2017; Wang et al., 2019), a vissuti di esclusione (Hanika, 2015), a un aumento della gelosia (Krasnova et al., 2016) e perfino all'interpretazione del comportamento come possibile segnale di infedeltà (Abbasi, 2019). Lo smartphone può così trasformarsi in un "terzo" che interferisce nella costruzione dell'intimità, modificando il modo in cui i partner si percepiscono reciprocamente come disponibili sul piano emotivo.

Da queste premesse è nata la nostra ricerca, finalizzata a esplorare il rapporto tra phubbing, funzionamento familiare e qualità della relazione di coppia in un campione di giovani adulti italiani. Lo studio ha coinvolto 351 giovani adulti italiani, distinguendo due dimensioni del fenomeno: il phubbing agito, analizzato in un campione di 186 partecipanti, e il phubbing ricevuto, esaminato in un secondo campione di 165 partecipanti. Questa scelta metodologica ha consentito di osservare separatamente il punto di vista del phubber e quello del phubbee, evidenziando come le due esperienze, pur strettamente collegate, presentino caratteristiche differenti. I risultati confermano che il phubbing non può essere interpretato semplicemente come una conseguenza dell'uso dello smartphone. Esso appare piuttosto come un fenomeno strettamente intrecciato con il funzionamento delle relazioni significative.

Per quanto riguarda la famiglia, le persone che riferiscono una maggiore tendenza a mettere in atto comportamenti di phubbing descrivono più frequentemente contesti caratterizzati da caos relazionale, confini poco chiari e livelli più elevati di invischiamento. Al contrario, chi sperimenta più spesso il ruolo di phubbee percepisce la famiglia con maggiore disimpegno emotivo e una comunicazione avvertita come meno efficace. Tra tutti i risultati, proprio la comunicazione familiare emerge come il principale fattore protettivo: all'aumentare della qualità del dialogo diminuiscono sia il senso di essere ignorati sia il conflitto associato al phubbing. Anche la relazione di coppia mostra un legame significativo con il fenomeno. Una minore soddisfazione relazionale risulta associata sia a una maggiore probabilità di mettere in atto comportamenti di phubbing, sia a una più intensa esperienza di phubbing ricevuto. In particolare, il fenomeno interessa il consenso diadico, la soddisfazione coniugale e l'espressione affettiva. Le persone che descrivono relazioni caratterizzate da maggiore distanza emotiva e minore sintonia tendono infatti a utilizzare più frequentemente lo smartphone come elemento di disconnessione oppure a sentirsi trascurate dal partner a causa del suo utilizzo.

Nel loro insieme, questi risultati sostengono una lettura coerente con la prospettiva sistemico-relazionale. Lo smartphone non costituisce semplicemente la causa della distanza tra le persone, ma entra a far parte dei processi comunicativi attraverso cui tale distanza viene costruita e mantenuta. Il phubbing può quindi essere letto non solo come un comportamento, ma come una modalità di organizzazione della relazione. In questa prospettiva assume particolare rilevanza il concetto di punteggiatura. Nelle interazioni familiari il phubbing raramente rappresenta un episodio isolato; più spesso si inserisce in sequenze comunicative ricorsive nelle quali ciascun membro attribuisce all'altro l'origine del problema. Il telefono può così diventare contemporaneamente causa, conseguenza e mantenitore della distanza relazionale, alimentando circoli viziosi nei quali la ricerca di connessione digitale si accompagna a una progressiva perdita di connessione emotiva con chi è presente.

Questa lettura apre importanti implicazioni anche sul piano clinico. Più che concentrarsi esclusivamente sul tempo trascorso davanti allo schermo, appare utile interrogarsi sulla funzione che il dispositivo assume nella relazione: in quali momenti compare, che cosa interrompe, quale emozione contribuisce a evitare e quale equilibrio relazionale aiuta inconsapevolmente a mantenere. Spostare l'attenzione dal comportamento osservabile al significato che esso assume nel sistema relazionale consente di comprendere il phubbing non come il problema, ma come una possibile espressione del problema.

Il phubbing rappresenta uno dei modi attraverso cui le trasformazioni digitali stanno ridefinendo la comunicazione contemporanea. La sfida non consiste nel contrapporre tecnologia e relazioni, ma nel comprendere come integrare gli strumenti digitali senza compromettere la qualità della presenza reciproca. Per chi si occupa di famiglia e psicoterapia sistemico-relazionale, esso costituisce quindi un osservatorio privilegiato sui nuovi modi di costruire vicinanza e distanza, riconoscimento e disconferma. In un'epoca in cui possiamo essere raggiungibili ovunque, la questione centrale non riguarda più la possibilità di comunicare, ma la capacità di essere realmente presenti nella relazione con l'altro. È probabilmente questa la sfida più importante che il phubbing pone oggi alle famiglie e ai professionisti della cura delle relazioni.


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08/03/2026

Traslocare, cambiare casa, quartiere o città. Uno degli eventi tra i più duri da affrontare nella vita. Devi modificare tutto, dentro e fuori. Riadattarti, rinnovarti, trovare nuovi punti di riferimento, guardare un panorama diverso.
E così, dopo alcuni mesi di riorganizzazione, dopo aver cambiato occhiali, lato del letto e supermercato per la spesa, cambio, anzi aggiungo un nuovo posto per me, dove stare nella mia professione che non é per me solo una professione.
Da pochi giorni sono in un nuovo studio e mi potete trovare in Viale delle milizie 38 (metro A Lepanto) per dare inizio a nuovi percorsi di cambiamento, insieme.
I miei contatti sono gli stessi.

A presto

Laura Nanè Psicologa Psicoterapeuta
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