10/07/2026
Posto fisso, lo stesso lavoro per quarant'anni, matrimonio, mutuo a tasso fisso e la stessa routine per tutta la vita.
Sono costruzioni sociali che ci promettono di sedare l'ansia.
Ma, come accade con un farmaco, quando la stabilità diventa un eccesso può finire per soffocare la vitalità, fino a impoverirci, fisicamente e mentalmente.
In realtà, una certa dose di preoccupazione e di pressione – quello che in psicologia è chiamato eustress – è uno dei motori della crescita. È ciò che ci spinge ad adattarci, imparare, creare e metterci in gioco.
Quando il lavoro è precario, spesso sviluppi più competenze e impari a svolgere attività diverse. Quando non sei legato a un'unica occupazione, tendi a riempire la tua agenda di nuove opportunità. Quando non hai un mutuo, puoi cambiare casa con maggiore facilità. E quando non hai punti di riferimento troppo rigidi, diventi più mobile, più flessibile, in tutti i sensi.
Eppure la società continua a trasmetterci l'idea che la stabilità sia un bene assoluto, un traguardo da raggiungere a ogni costo, quasi fosse sinonimo di felicità.
Ma è davvero così?
Alcuni studi sul comportamento dei bonobo,
primati molto vicini all'uomo dal punto di vista evolutivo, mostrano che il possesso esclusivo di una risorsa può avere anche un costo: chi conquista una pianta di banane ottiene un vantaggio immediato, ma deve poi dedicare gran parte delle proprie energie a difenderla, rinunciando a molte altre opportunità sociali e ambientali.
Forse accade qualcosa di simile anche agli esseri umani.
A volte ciò che chiamiamo "sicurezza" finisce per diventare una prigione. E ciò che definiamo "instabilità", se vissuto con consapevolezza e senza eccessi, può trasformarsi nello spazio in cui crescono libertà, adattabilità e nuove possibilità.