Andrea Cappannari - Ritrovarsi nel Corpo

Andrea Cappannari - Ritrovarsi nel Corpo Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Andrea Cappannari - Ritrovarsi nel Corpo, Terapeuta, Via della repubblica 24, Rosignano Solvay.

Bodyworker e counselor psicocorporeo

Dal 2006 aiuto le persone a ritrovarsi nel corpo

🤲 Massaggi e riflessologia per il benessere fisico ed emozionale

🪷Relazione di aiuto e counseling psicocorporeo per la fioritura personale

📍Rosignano Solvay

Ventuno giorni per una verità. Io ci metto di più.Il 29 luglio milioni di persone hanno guardato un uomo davanti a un fa...
14/08/2026

Ventuno giorni per una verità. Io ci metto di più.

Il 29 luglio milioni di persone hanno guardato un uomo davanti a un falò mentre guardava un video della sua fidanzata. E la telecamera, in quel momento, non era sul video. Era su di lui. Sulla mascella. Sulle mani.

Il corpo, in effetti, non mente. Quel tremito era vero.
Il problema è che il corpo non parla nemmeno in italiano. Quel tremito poteva essere gelosia. O vergogna di essere ripreso. O rabbia. O sollievo, che sarebbe la cosa più interessante di tutte. Il pubblico ha scelto la spiegazione più economica e l'ha chiamata verità.

Succede anche dalle mie parti, con font più eleganti: le tabelle che accoppiano un organo a un'emozione. A volte tornano, e in modo impressionante. A volte no. E le variabili — mestiere, incidenti, lutti, come si è dormito stanotte — sono troppe per saperlo prima.

Il rischio non è la teoria. È innamorarsene. Perché nell'istante in cui smetti di vedere la persona, vedi la mappa.

Sono vent'anni che faccio questo lavoro, e proprio per questo so che l'esperienza serve a formulare ipotesi, non verdetti.
Al falò servono ventuno giorni e un verdetto. Qui non c'è verdetto, e non c'è fretta.

E tu, quando il corpo fa qualcosa di strano, cerchi prima una spiegazione o un ascolto?

***

Spunto nato leggendo "La luna e i falò di confronto. Temptation Island e il desiderio degli italiani", di Andrea Colamedici per Tlon.
Un coppia che vi invito a seguire.

ATTIVITÀ DI GRUPPO 🌳🧘🏻🌬️­Con Ottobre ripartiranno le mie iniziative dedicate ai lavori di gruppo.1) In studio a Rosignan...
10/08/2026

ATTIVITÀ DI GRUPPO 🌳🧘🏻🌬️
­
Con Ottobre ripartiranno le mie iniziative dedicate ai lavori di gruppo.

1) In studio a Rosignano Solvay proporrò una serie incontri dedicati al prendersi cura di se 💚 attraverso degli strumenti pratici come tecniche di respirazione e radicamento, esercizi bioenergetici, training immaginativi e di rilascio emozionale.

Ti interessa? Scrivimi e ti terrò aggiornata/o 🙂

Orari e giorni verranno decisi assieme agli interessati.

2) A Cecina invece vorrei proporre un corso di gruppo strutturato in delle serie di 4 incontri.

La scelta sarà fra la ginnastica Daoyin ☯️, un'ottima pratica di lavoro con il corpo e con la mente, oppure delle classi di Bioenergetica 👣, dove lavoreremo con il nostro corpo nel rilascio delle tensioni psicofisiche e nel ricontatto con noi stessi.

Cosa preferiresti? 🥸

Sceglierò cosa proporre a seconda dell'interesse delle persone, in modo da ve**re incontro alle esigenze del maggior numero di persone.

Il corso si terrà il martedi dalle 18:40 alle 19:40.

Ti interessano queste proposte?
Scrivimi e ti terrò aggiornata/o 🙂

Buona vita per adesso ☀️

Sembra scontato dire "a 40 anni stavo bene, ma vedrai come cambia tutto appena tocchi i 50". Oppure "questa spalla non p...
05/08/2026

Sembra scontato dire "a 40 anni stavo bene, ma vedrai come cambia tutto appena tocchi i 50".
Oppure "questa spalla non passa mai" — mentre non si salta un allenamento.
O ancora "mi sveglio ogni notte, non ce la faccio più", e intanto quella scelta che sappiamo benissimo di dover fare resta lì, rimandata da mesi.

Sono frasi diverse che fanno la stessa cosa: spostano il problema fuori dalla biografia. Sull'età, sull'articolazione, sullo stress generico. Ovunque, purché non sulla vita che si sta facendo.

Attenzione però: il corpo non è una bibbia da leggere alla lettera. L'errore più diffuso — e il wellness ci campa — è associare un sintomo a un significato in modo univoco. La cervicale è rigidità caratteriale, lo stomaco è ciò che non digerisci. Sono tabelle di conversione.

Rassicurano perché promettono che, trovata la traduzione, il sintomo se ne vada.

Ne parlo per esperienza diretta. Mesi fa, in un periodo di problemi oculari ricorrenti, un operatore mi liquidò con "c'è qualcosa che non vuoi vedere".
Detta così, qualcosa può starci sempre: è una frase che non sbaglia mai perché non dice niente. E infatti mancava il punto — quello che stavo attraversando era di tutt'altra natura, e ci ho messo tempo a metterlo a fuoco. Nel frattempo restava vero anche il resto: l'alimentazione di quel periodo, una familiarità che non ho scelto io. Ogni sintomo è multifattoriale. Chi te lo racconta a una dimensione sola ti sta vendendo una scorciatoia.

Più interessante, a mio avviso, è una lettura simbolica e biografica. Non "cosa significa", ma: quali resistenze, credenze, vissuti, attitudini e scelte il mio corpo sta mostrando della mia vita finora?

E soprattutto: cosa non riesco ad associare facilmente? Non si può comprendere tutto — e forse per fortuna. Le esplorazioni più interessanti nascono quasi sempre da lì, da ciò che non torna.

Poi la domanda onesta, quella che decide tutto il resto: cosa sono disposto a fare, in termini di scelte, per arrivare a una salute migliore? Ho desiderio solo di guarire, o anche di comprendere? Sono disposto a rivedere certe mie idee sulla vita?

Un archivio richiede pazienza e dedizione.
Non si legge in due minuti come questo post

15/07/2026

"A cosa serve?" è la domanda sbagliata.

Ce la facciamo su tutto, ormai. Su un corso, su un libro, su un'ora libera. Se una cosa non produce, non si vende o non si misura, ci sembra tempo perso. È il riflesso condizionato del nostro tempo.

Poi incontri una persona come Eleneh Flowering Light, e quella domanda si scioglie.

Eleneh è una cantante di formazione classica, suona il tamburo a cornice e ha creato un approccio che si chiama Voice from Source: un lavoro sulla voce come via di consapevolezza, di espressione, perfino di accompagnamento alla nascita.

È cresciuta nel deserto, e si sente: nel suo canto c'è quel silenzio largo che oggi è quasi introvabile.

Quando canta non sta "intrattenendo". Sta ricordando — a sé e a chi ascolta — che la voce non è uno strumento per chiedere, vendere o convincere. È il corpo che vibra. È forse il gesto espressivo più antico che abbiamo, quello con cui da bambini ci tenevamo compagnia prima ancora di avere le parole giuste.

Ecco perché sento il suo lavoro vicino al mio. Io parto dal corpo, dal contatto, dal respiro; lei parte dalla voce. Ma la voce è corpo: aria, diaframma, gola, petto. Due porte diverse sulla stessa stanza — quella in cui smettiamo di funzionare e ricominciamo a sentire.

In un momento storico come questo, persone così non fanno decorazione. Fanno da baluardo. Ci ricordano che l'essere umano non vive di sole cose utili e vendibili: ha bisogno di bellezza, di amore, di spazi in cui non deve dimostrare niente.

Non servono a niente, nel senso più alto del termine.
E per questo servono moltissimo.

🎶 La trovate come — ascoltatela.

Un amore senza fine (e senza corpo).Ho guardato il video dell'ANSA sui robot cinesi progettati per "curare" la solitudin...
04/07/2026

Un amore senza fine (e senza corpo).

Ho guardato il video dell'ANSA sui robot cinesi progettati per "curare" la solitudine dei single.
Un paio di volte. Non c'è una voce: solo suoni ambientali.
Showroom lucidi, umanoidi dal volto levigato, visitatori che stringono mani di silicone. Un servizio sulla cura per la solitudine in cui non parla nessuno.

La prima cosa che ho registrato non è stata un pensiero: è stata una tristezza precisa, negli occhi.

Di solito, davanti a notizie così, ci si divide in due squadre: chi grida all'apocalisse e chi celebra il progresso. Io parto invece da quella tristezza, e provo a capire cosa dà per scontato la promessa di questi robot — "un amore senza fine"

Dà per scontato che la solitudine sia un problema di conversazione. Che manchi qualcuno che risponde, e che quindi basti costruire qualcosa che risponde sempre, senza stancarsi mai

Ma la solitudine non è un deficit di risposte.
È uno stato del corpo. È un sistema nervoso che non trova un altro sistema nervoso con cui accordarsi: un respiro che rallenta accanto al tuo, una mano che ha una temperatura, un silenzio che non ha bisogno di essere riempito.

Si chiama co-regolazione, e richiede due corpi vivi.
Non a caso il video insiste sulle strette di mano tra visitatori e robot: è la messa in scena esatta di ciò che manca.

C'è poi un'altra cosa che la macchina non ha: una storia.

Chi accompagna le persone nel profondo può farlo perché prima ha fatto i conti con la propria ombra — le proprie ferite, le proprie fughe.
È da lì che nasce la capacità di reggere il dolore altrui senza scappare. Non dai dati di addestramento.

Sia chiaro: un'IA può essere utile.
Mettere ordine nei pensieri, fare compagnia alle tre di notte, dare informazioni.
Non è poco. Ma è lavoro cognitivo. Il lavoro emotivo profondo passa da un'altra porta: quella del corpo.

E un amore senza fine è un amore senza limite. Ma è proprio il limite — l'altro che può dirti di no, stancarsi, mancare — a rendere l'amore una relazione e non un servizio.

P.S. Questo post l'ho scritto ragionandoci insieme a un'intelligenza artificiale.Interpellata sul punto, ha confermato: un corpo non ce l'ha 🙂

Il tendine non guarisce riposando. Guarisce ricaricando — un grado alla volta.Sembra controintuitivo. Quando qualcosa si...
26/06/2026

Il tendine non guarisce riposando. Guarisce ricaricando — un grado alla volta.

Sembra controintuitivo. Quando qualcosa si infiamma, l'istinto dice: fermati, stacca, riduci. È la stessa voce che il benessere da slogan usa anche per la vita interiore — sei sopraffatto? Sottraiti.

Ma il tendine parla una lingua sola: il carico. Le sue cellule sentono lo stress meccanico e, in risposta, ricostruiscono il tessuto. Tolto il carico, non riposano: si spengono. La regione che smette di percepire la forza smette anche di poter guarire.

C'è un confine, certo. Troppo carico distrugge, troppo in fretta logora. La quasi totalità delle tendiniti nasce da lì: non da un trauma, ma da uno scarto tra ciò che il tessuto riceve e ciò che in quel momento riesce a reggere.

E qui il corpo dice qualcosa su come stai vivendo.

C'è chi tiene, sostiene, regge sempre — e non ha mai un vero scarico. E c'è chi sta a lungo al riparo, sotto-carico, e poi crolla davanti alla prima richiesta improvvisa.
Due modi opposti di non aver costruito tolleranza.

La tolleranza non si costruisce evitando il peso. Si costruisce esponendovisi con gradualità, partendo da dove il sistema sa ancora dire di sì.

Il tocco, il lavoro sul corpo, riportano presenza: sono il primo passo, riaccendono il sentire. Ma il resto — reimparare a reggere ciò che la vita chiede — è un lavoro più lungo. Il grosso lo fai tu.

Non sottrarti a ciò che ti pesa.
Reimpara a reggerlo, un grado alla volta.

p.s. Conosci qualcuno che 'tiene' sempre?
Mandagli questo.😉

Quando il dosaggio è importante.C'è un'idea diffusa sul lavoro emotivo: che sia una diga da far esplodere. Apri tutto, p...
17/06/2026

Quando il dosaggio è importante.

C'è un'idea diffusa sul lavoro emotivo: che sia una diga da far esplodere. Apri tutto, piangi forte, "ti liberi", e domani sei nuovo.

Spoiler: no.

È come correre una maratona senza aver mai fatto il giro dell'isolato. Tecnicamente è correre. Praticamente è un ginocchio al pronto soccorso.

Le emozioni spesso le viviamo come lo sfondo del desktop: quella malinconia leggera che non guardi più, ma c'è. Oppure a picchi, le vampate di rabbia, senza mai approfondirle.

E quando qualcuno chiede "come senti il corpo adesso?", la risposta più onesta è: "Mmm… non sento nulla."
Non è resistenza. È una lingua che nessuno ci ha insegnato (Galimberti la chiama analfabetismo emotivo).

Reich diceva una cosa che cambia tutto: la corazza che ci tiene a distanza dalle emozioni non è un difetto da smontare a martellate. Era una soluzione. Se a un certo punto l'ascolto si è bloccato, c'era un buon motivo.

Per questo si va piano. Se forzi, il sistema si spaventa e scappa — esattamente come quando ti dicono "rilassati" e tu, magia, ti rilassi subito. Mai.

E forse il punto non è nemmeno risolvere.
Risolvere presuppone qualcosa di rotto.

Ma se invece non ci fosse niente da riparare, e solo qualcosa da ascoltare?

E tu di che squadra sei: «non sento nulla», «mi affogo dentro» o «è colpa sua»? (Io ci ho vissuto per anni, prima squadra.)

Buongiorno a tutte e tutti☀️. Mi auguro stiate in gran forma 🙂.Volevo segnalarvi che ho aggiornato la lista dei miei ser...
12/06/2026

Buongiorno a tutte e tutti☀️.
Mi auguro stiate in gran forma 🙂.

Volevo segnalarvi che ho aggiornato la lista dei miei servizi, e condividervi il link dello studio per visionarli (link in bio).

Come novità ci sono la possibilità di lavorare a distanza con i servizi di counseling e tecniche di auto aiuto, e poter ricevere trattamenti Reiki a offerta libera per chi fosse in un momento di difficoltà.

Vi saluto e vi auguro buona vita con una frase che mi sta risuonando molto:

"Dovresti volere la pace, l'imperturbabilità e la libertà, più di quanto vuoi
approvazione, controllo e sicurezza e tutte le cose del mondo."

Il corpo ha solo bisogno che tu resti Quando arriva un'emozione che brucia, di solito facciamo una di due cose.La spingi...
08/06/2026

Il corpo ha solo bisogno che tu resti

Quando arriva un'emozione che brucia, di solito facciamo una di due cose.

La spingiamo giù. La copriamo — con una sostanza, uno schermo, una serata che chiamiamo "staccare".
La addomestichiamo finché non si sente più.

Oppure il contrario: ci lasciamo travolgere. Ci identifichiamo con lei. "Sono fatto così", "è più forte di me". Diventiamo l'emozione.

Sembrano opposti. Sono la stessa mossa: due modi per non stare con quello che sentiamo. Nel primo caso la nascondiamo, nel secondo ci nascondiamo dentro di lei. In nessuno dei due l'abbiamo davvero sentita.

E un'emozione che non viene sentita non si integra. Resta lì, come una carica che aspetta. Si traveste. Bussa di nuovo, da un'altra porta.

C'è una terza posizione, ed è la più scomoda, perché non somiglia a niente che sappiamo già fare:

Posso smettere di resistere a questa emozione?
Posso darle il benvenuto, sentirla fino in fondo, e permetterle di essere ciò che è — senza volerla cambiare?

Accogliere non è ancora rilasciare. È il passo prima.
Non si lascia andare qualcosa che non si è mai lasciato entrare: prima la si fa sedere, le si dà spazio, la si sente fino in fondo — e solo allora, semmai, se ne va da sé.

"Non resistere al male", c'è scritto da qualche parte.
Per anni l'ho letto come una resa.
Oggi lo leggo come fisiologia: un'emozione è un movimento che chiede di compiersi.

La resistenza è la mano che lo blocca a metà. Smetti di resistere e il movimento finisce la sua corsa — il tremore si scioglie, il respiro si riapre, il calore nel petto si posa.

Non è guarigione. Non è "lasciarsi andare".
È solo darle lo spazio per accadere, invece di metterci tutta la nostra intelligenza a impedirlo.

Il corpo non ha bisogno che gli risolviamo l'emozione. Ha bisogno che restiamo, mentre la sente.

Abbiamo disimparato a sentireUna porta che non apri si arrugginisce.«Ascolta il tuo corpo.» Ormai è uno slogan: lo trovi...
01/06/2026

Abbiamo disimparato a sentire
Una porta che non apri si arrugginisce.

«Ascolta il tuo corpo.» Ormai è uno slogan: lo trovi sotto a un reel di stretching, accanto a una tisana, in un carosello motivazionale.

Peccato che a dircelo sia la stessa cultura che per anni ci ha addestrato al contrario: tieni duro, non sentire, sii produttivo, lamentati il meno possibile.

E una porta che smetti di aprire, prima o poi si arrugginisce.
Prima ci abituano a tenerla chiusa, poi ci vendono il corso per riaprirla.

Lo vedo nelle sessioni. Chiedo: «Cosa senti, adesso, nel corpo?» — e la prima risposta, quasi sempre, non è una sensazione. È «niente». Oppure un elenco di pensieri. Oppure un giudizio: «dovrei rilassarmi di più».

Quel «niente» è la ruggine.

Riaprire quella porta non è un tasto da premere, non c'è la maniglia giusta da comprare.
È un lavoro lento, a tratti goffo: rallentare in una cultura che premia chi corre, restare con una sensazione invece di scappare a interpretarla o a sistemarla.

E si fa da terra, coi piedi — non dalla testa.

Niente di spettacolare, niente di instagrammabile. Somiglia poco al wellness che lo promette.
È una parte di ciò su cui lavoriamo nelle sessioni individuali: imparare di nuovo, piano, insieme.

***

Se questa cosa ti riguarda da vicino, ne possiamo parlare: scrivimi in DM o trovi le sessioni individuali nel link in bio.

Indirizzo

Via Della Repubblica 24
Rosignano Solvay
57016

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