14/08/2026
Ventuno giorni per una verità. Io ci metto di più.
Il 29 luglio milioni di persone hanno guardato un uomo davanti a un falò mentre guardava un video della sua fidanzata. E la telecamera, in quel momento, non era sul video. Era su di lui. Sulla mascella. Sulle mani.
Il corpo, in effetti, non mente. Quel tremito era vero.
Il problema è che il corpo non parla nemmeno in italiano. Quel tremito poteva essere gelosia. O vergogna di essere ripreso. O rabbia. O sollievo, che sarebbe la cosa più interessante di tutte. Il pubblico ha scelto la spiegazione più economica e l'ha chiamata verità.
Succede anche dalle mie parti, con font più eleganti: le tabelle che accoppiano un organo a un'emozione. A volte tornano, e in modo impressionante. A volte no. E le variabili — mestiere, incidenti, lutti, come si è dormito stanotte — sono troppe per saperlo prima.
Il rischio non è la teoria. È innamorarsene. Perché nell'istante in cui smetti di vedere la persona, vedi la mappa.
Sono vent'anni che faccio questo lavoro, e proprio per questo so che l'esperienza serve a formulare ipotesi, non verdetti.
Al falò servono ventuno giorni e un verdetto. Qui non c'è verdetto, e non c'è fretta.
E tu, quando il corpo fa qualcosa di strano, cerchi prima una spiegazione o un ascolto?
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Spunto nato leggendo "La luna e i falò di confronto. Temptation Island e il desiderio degli italiani", di Andrea Colamedici per Tlon.
Un coppia che vi invito a seguire.