03/07/2026
Per il mio compleanno mi sono regalato delle foto professionali.
Non per esibizionismo.
Non per cercare approvazione.
Non per dimostrare qualcosa a qualcuno.
L’ho fatto per me.
Dopo due anni di problemi importanti di salute, ho sentito il bisogno di fare qualcosa che mi facesse bene. Qualcosa che mi ricordasse che, nonostante tutto, sono ancora qui.
A volte ci abituiamo a guardarci solo attraverso quello che non va: un difetto, un cambiamento fisico, qualche chilo in più, una ruga, un segno del tempo, una fragilità che prima non c’era.
E invece il nostro corpo non è solo estetica.
È storia.
È resistenza.
È tutto quello che abbiamo attraversato senza arrenderci.
Non ho più la forma fisica di un tempo. La malattia, inevitabilmente, mi ha tolto qualcosa: energia, continuità, forza, possibilità di allenarmi come avrei voluto. E all’inizio non è stato semplice accettarlo. Quando sei abituato a pretendere molto da te stesso, fare i conti con un corpo che non risponde sempre come prima può essere duro.
Poi però ho capito una cosa: non si può essere sempre al massimo. Non sempre si può spingere, controllare tutto, performare, migliorare. A volte bisogna solo imparare ad ascoltarsi, rispettarsi e smettere di giudicarsi con la versione di sé che si era prima.
E forse non sarò mai abbastanza muscoloso, abbastanza definito, abbastanza giovane, abbastanza perfetto per qualcuno. Ma il punto è proprio questo: abbastanza per chi?
Oggi non ho più voglia di nascondere le rughe, i segni, le imperfezioni. Non perché non li veda, ma perché ho imparato a guardarli in modo diverso. Ogni ruga racconta qualcosa: una preoccupazione superata, una risata vissuta, una battaglia affrontata, un pezzo di vita che mi appartiene.
A 47 anni ho capito una cosa: le chiacchiere della gente hanno il peso che decidiamo noi di dargli. E io, sinceramente, ho deciso di dargliene sempre meno.
Lo dico spesso anche ai miei pazienti: quante cose belle vi state negando per paura del giudizio degli altri?
Una foto.
Un costume.
Una serata.
Un vestito.
Un viaggio.
Un momento con chi amate.
Un ricordo che un giorno potrebbe diventare prezioso.
Troppo spesso ci priviamo della vita aspettando il momento giusto: quando sarò più magro, quando sarò più tonico, quando starò meglio, quando mi sentirò pronto, quando gli altri non avranno nulla da dire.
Ma la verità è che gli altri avranno sempre qualcosa da dire.
E la vita, intanto, passa.
Prendersi cura di sé non significa inseguire la perfezione.
Significa anche concedersi di esistere, di vedersi, di piacersi, di volersi bene pure mentre si è in cammino.
Non bisogna abbattersi quando il corpo cambia.
Non bisogna vergognarsi di ricominciare.
Non bisogna aspettare di essere perfetti per sentirsi degni di vivere pienamente.
Regalarmi queste foto è stato un modo per prendermi cura di me, per guardarmi con più gentilezza e ricordarmi che merito di sentirmi bene con me stesso.
Un modo per dire: sono ancora qui.
Con le mie battaglie, le mie cicatrici, le mie rughe, la mia forza, le mie fragilità.
E se qualcuno, leggendomi, troverà anche solo un piccolo motivo per smettere di essere così duro con sé stesso e guardarsi con un po’ più di gentilezza, allora ne sarà valsa la pena.
La vita è una.
Viviamola senza chiedere continuamente il permesso allo sguardo degli altri.