Dott.ssa Antonella Mazzeo Psicologa

Dott.ssa Antonella Mazzeo Psicologa Sono uno Psicologo di Base e svolgo anche attività privata come Psicoterapeuta

La mia attività clinica si basa sul supporto e sul sostegno psicologico per promuovere e migliorare il benessere psicologico dell'individuo, della coppia, della famiglia.

14/08/2026

L'estate è anche un tempo per rallentare, ritrovare equilibrio, dedicare spazio a sé stessi🧘‍♀️ e alle persone che amiamo🫂

Buon Ferragosto✨️🏖

Quanto la mente tace, il corpo parla💥
16/07/2026

Quanto la mente tace, il corpo parla💥

𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐃𝐑𝐄 𝐄' "𝐋𝐀 𝐂𝐎𝐒𝐀"La madre è quella in grado di permettere al suo bambino di compiere un passaggio cruciale per la su...
08/05/2026

𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐃𝐑𝐄 𝐄' "𝐋𝐀 𝐂𝐎𝐒𝐀"

La madre è quella in grado di permettere al suo bambino di compiere un passaggio cruciale per la sua crescita, o meglio, per il suo ingresso nel mondo: iquello dal bisogno alla domanda.

Questo passaggio è il cuore della costruzione di una soggettività che si possa riconoscere nel nome che è stato dato a quel bambino.

Un neonato non "chiede" cibo, esprime un bisogno biologico attraverso un urlo. È la madre che, interpretando quell'urlo, lo trasforma in una domanda ("Oh, hai fame, tesoro?").

In questo atto di interpretazione, la madre non si limita a soddisfare un bisogno, ma offre un 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, un significante. Il bambino impara così che i suoi segnali hanno un effetto sull'Altro: è in questo che consiste il suo ingresso nell'ordine simbolico, nel linguaggio, e nel mondo.

Il punto cardine e centrale di questo passaggio si racchiude nel concetto che la madre, nel fare dono del significante, 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑎 𝑠𝑒́ 𝑖𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑎𝑟𝑛𝑎 "𝐷𝑎𝑠 𝐷𝑖𝑛𝑔.

Cosa significa quest’affermazione? Cerchiamo di esprimere il concetto in modo più chiaro.

Immaginiamo un neonato che piange. Il suo è un bisogno puro, una tensione biologica: fame, freddo, dolore. È uno stato di sofferenza che non si rivolge a nessuno in particolare; è semplicemente un grido nel vuoto. Il “grido nella notte” di cui parla Recalcati. Il grido che la madre avverte anche nel “frastuono di un bombardamento”, non tanto attraverso il “senso” dell’udito, ma grazie a quella speciale sintonia con i bisogni del proprio bambino e che Winnicott chiama la 𝑝𝑟𝑒𝑜𝑐𝑐𝑢𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑎.

In questo modo la madre interviene con quella “naturale”, "ineffabile" apprensione che le permette di fare qualcosa di straordinario: interpretare quel grido. Dice "hai fame" o "hai freddo" e risponde con il cibo, una coperta, una carezza. In questo momento, il grido smette di essere solo un bisogno e diventa una domanda. Il bambino impara che il suo pianto non è inutile, ma è un messaggio che produce una risposta dall'Altro. La madre trasforma quel grido in un significante.

Questo è il primo passo per entrare nel linguaggio: il bambino non cerca più solo la cosa (il latte), ma cerca il segno d'amore che accompagna la cosa. Anche quando è sazio, potrebbe continuare a piangere per richiamare la presenza della madre. La sua domanda va oltre il bisogno: è una 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎 𝑑'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒.

In questo modo - e qui sta il punto cruciale - il bambino riceve il Significante: Il pianto del bambino viene "nominato" dalla madre e inserito in una catena di significanti. Diventa una parola, una richiesta, qualcosa che può essere detto e scambiato. Il bambino entra nel mondo del linguaggio assumendo su di sé il Significante, mentre la madre trattiene il Significato.

Perché la madre ha risposto in quel modo, con quella particolare carezza, con quella ninna nanna? La risposta risiede nel suo desiderio, nella sua storia, nel suo rapporto inconscio con quel bambino, e anche, a sua volta, con la propria madre. Questo "significato" profondo, il perché del suo amore, è qualcosa che appartiene solo a lei. Non può essere completamente tradotto in parole e donato al bambino. È il suo segreto, la sua parte indicibile. È 𝑙𝑎 𝐶𝑜𝑠𝑎, 𝑖𝑙 𝐷𝑎𝑠 𝐷𝑖𝑛𝑔, quel che resta del Significante di cui ella fa dono al suo bambino, trattenendo per sé il Significato.

Da questa separazione tra la domanda (che può essere detta) e quel "qualcosa in più" che resta non detto, nasce il desiderio.

𝐈𝐥 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥'𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐮𝐭𝐨, 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐡𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐞́.

Freud parlava di 𝐷𝑎𝑠 𝐷𝑖𝑛𝑔 come del primo oggetto d'amore assoluto e primordiale, un'esperienza di soddisfazione totale che precede il linguaggio e che è per sempre perduta.

Lacan riprende questo concetto: 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨, 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐚.

Prima dell’ingresso nel linguaggio, la madre è un'estensione del bambino, un mondo di calore, odore e suono che soddisfa ogni bisogno. È un'unità perfetta, indicibile.

Con l’ingresso nel linguaggio, la madre inizia a interpretare i bisogni del bambino, e quindi a "staccarsi" da lui per rispondergli: l'unità madre-bambino si spezza. La madre diventa un "Altro" separato, e la "Cosa": l'unione perfetta è perduta.

La madre, quindi, porterà da ora in sé stessa, e per sempre, la traccia di essere stata quella "Cosa" per il figlio. Lei sarà la custode di quell'esperienza originaria, di quel legame pre-verbale che non potrà mai essere completamente espresso a parole.

E' Questo quell'indicibile del proprio figlio che ogni mamma porterà sempre con sé (...)

Il tema della depressione post partum, una condizione che in Italia riguarda ogni anno tra le 40.000 e le 50.000 donne e...
07/05/2026

Il tema della depressione post partum, una condizione che in Italia riguarda ogni anno tra le 40.000 e le 50.000 donne e che, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 50% dei casi non viene riconosciuta in tempo.

«Il concetto di maternità felice è una delle trappole psicologiche più insidiose», sottolinea Massimo Aiello, Presidente dell'Ordine degli Psicologi della Calabria. «Si ha l'idea che la mamma debba per forza sorridere e questo rappresenta uno standard errato. Si crea un divario tra la realtà vissuta e l'aspettativa sociale, quasi un'esigenza estetica di essere felici, mentre invece si prova tutt'altro: paura di non essere all'altezza, paura di sbagliare».

Una pressione costante che può trasformarsi in isolamento, senso di inadeguatezza e sofferenza emotiva. «È possibile amare il proprio figlio ma anche, contemporaneamente, detestare la condizione di fatica che si sta vivendo», continua Aiello.

«Parlarne con uno psicologo aiuta a comprendere che questo meccanismo non è una colpa, ma un processo che incide pesantemente sullo stress percepito e sull'umore».

«È utile rivolgersi al medico di famiglia per escludere cause organiche, ma l'opzione più diretta è il consultorio. Lì opera un'équipe multidisciplinare, psicologi, ginecologi, ostetriche, che si prende cura non solo della donna, ma della coppia. Chiedere aiuto non è difficile, basta una telefonata».

Centrale anche il tema della prevenzione e del sostegno intorno alla madre già prima della nascita del bambino: «Il corso pre-parto è l'arma più efficace. Serve a sfatare il mito della mamma perfetta e permette ai partner di acquisire la capacità di diventare custodi del benessere della compagna». Un supporto che, secondo Aiello, deve rispettare i bisogni e i confini della donna.

«Bisogna stabilire confini chiari»...«Non dispensate consigli se non richiesti, non prendete il bambino dalle braccia della mamma se non lo chiede lei. Lo spazio mentale della madre è sacro».

01/05/2026
La radice della violenza secondo Alice MillerLa riflessione di Alice Miller sulla violenza umana parte da un presupposto...
19/04/2026

La radice della violenza secondo Alice Miller
La riflessione di Alice Miller sulla violenza umana parte da un presupposto fondamentale: ogni bambino nasce con bisogni autentici e vitali, crescere, essere amato, esprimere emozioni e sviluppare la propria identità. Questi bisogni non sono opzionali, ma costituiscono la base stessa di uno sviluppo psicologico sano.
Perché questo sviluppo avvenga in modo armonioso, il bambino necessita di adulti affidabili: figure capaci di offrire protezione, attenzione sincera e orientamento nella vita. Quando queste condizioni sono presenti, il bambino costruisce un senso di sé stabile e sviluppa empatia e rispetto verso gli altri.
Il problema nasce quando tali bisogni vengono sistematicamente frustrati. In contesti familiari disfunzionali, il bambino può essere manipolato, punito, trascurato o maltrattato, spesso senza che nessuno intervenga a riconoscere o fermare queste violenze. In queste condizioni, la sua integrità psicologica viene profondamente compromessa.
La reazione naturale a queste esperienze sarebbe fatta di rabbia, dolore e protesta. Tuttavia, poiché tali emozioni risultano inaccettabili o pericolose nell’ambiente in cui vive, il bambino è costretto a reprimerle. Per sopravvivere emotivamente, rimuove il trauma e arriva persino a idealizzare gli adulti che lo hanno ferito. Questo meccanismo difensivo comporta una perdita di consapevolezza rispetto alla propria sofferenza originaria.
Le emozioni represse, però, non scompaiono. Continuano a esistere a livello inconscio e tendono a riemergere nel tempo sotto forma di comportamenti distruttivi: aggressività verso gli altri o autolesionismo, dipendenze, disturbi psichici. In molti casi, queste dinamiche si riproducono nella relazione con i propri figli, che diventano inconsapevolmente bersagli di una violenza trasmessa tra generazioni e spesso giustificata come “educazione”.
Un elemento cruciale per interrompere questo ciclo è l’incontro con una figura significativa (un adulto, un professionista o un testimone consapevole) capace di riconoscere l’ingiustizia subita dal bambino. Questo riconoscimento può restituire dignità alla vittima e impedire che il trauma si trasformi in distruttività futura.
Alice Miller critica anche la tendenza storica della società a proteggere gli adulti e a colpevolizzare i bambini, sostenuta da modelli educativi obsoleti che vedono il bambino come manipolatore o malvagio. In realtà, il bambino tende piuttosto ad assumersi colpe che non gli appartengono, pur di preservare il legame affettivo con i genitori.
Le ricerche più recenti confermano che le esperienze traumatiche infantili non scompaiono, ma si depositano nella memoria corporea e continuano a influenzare la vita adulta. Fin dai primi momenti di vita, il bambino è sensibile tanto alla tenerezza quanto alla crudeltà.
Alla luce di queste conoscenze, anche i comportamenti più irrazionali acquisiscono una logica: sono spesso l’espressione di traumi non elaborati. Per questo motivo, sviluppare una maggiore consapevolezza collettiva delle violenze subite nell’infanzia rappresenta una condizione essenziale per interrompere la trasmissione intergenerazionale della sofferenza.
Infine, A.Miller sottolinea che gli individui cresciuti in ambienti rispettosi e protettivi sviluppano empatia, equilibrio e capacità relazionali sane. Non hanno bisogno di esercitare violenza, perché non devono difendersi da ferite profonde non riconosciute. Al contrario, tendono a usare il proprio potere per proteggere, non per distruggere.
Il benessere dell’infanzia è anche una responsabilità sociale fondamentale perché da esso dipende la qualità umana delle generazioni future.

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