Mariagrazia Marinari Psicologa Psicoterapeuta

Mariagrazia Marinari Psicologa Psicoterapeuta ✔️Sostegno psicologico mirato alla risoluzione e alla gestione di ogni tipo di problematica.

Ci sono sere in cui chiudo lo studio e resto fermo sulla sedia ancora qualche minuto, come se il corpo non avesse capito...
20/09/2026

Ci sono sere in cui chiudo lo studio e resto fermo sulla sedia ancora qualche minuto, come se il corpo non avesse capito che la stanza si è svuotata. L’aria è ancora piena. Le parole degli altri restano appese, calde, incompiute. E io, che per un’ora intera sono stato il luogo in cui qualcuno poteva cadere senza farsi troppo male, torno a essere soltanto un uomo che deve rimettere insieme i pezzi di sé.
Nessuno ti prepara a questo.
Ti insegnano le tecniche, i setting, i confini, le teorie sull’alleanza. Non ti dicono che imparerai a riconoscere il momento esatto in cui una persona sta per dirti la cosa che non ha mai detto a nessuno. Non ti dicono che quella cosa ti entrerà sotto la pelle e ci resterà. Non ti dicono che ci saranno pomeriggi in cui ascolterai un dolore così antico da farti ve**re voglia di alzarti, uscire, e camminare fino a dimenticare il mestiere.
Io l’ho fatto, qualche volta. Solo nella testa.
Perché poi resti.
Resti perché sai che se te ne vai in quel momento, qualcosa di prezioso si rompe. Non la terapia. Qualcosa di più fragile: la possibilità che un essere umano, per la prima volta, non venga lasciato solo con la propria verità.
C’è una fatica che non si vede.
Non è lo stare seduti. È lo stare aperti.
È tenere lo sguardo quando l’altro distoglie il suo. È non riempire i silenzi troppo in fretta. È sentire arrivarti addosso rabbia, vergogna, disperazione, e non difenderti. È capire, a un certo punto della vita, che la tua forza non sta nel sapere cosa dire, ma nel sopportare di non sapere e restare comunque lì.
Ho amato persone che non conoscevo.
Nel senso più rigoroso e più bello della parola.
Ho amato la loro lotta. La loro resistenza improvvisata. Il modo in cui tornavano ogni settimana anche quando avrebbero voluto sparire. Ho amato i loro tentativi maldestri di sopravvivere a se stessi. E ogni tanto, in silenzio, ho pensato: anch’io sto sopravvivendo a qualcosa, mentre ti ascolto.
Perché è questo il punto che quasi non si ha il coraggio di confessare.
Che il terapeuta non è immune.
Che mentre l’altro parla della madre, del padre, del vuoto, del corpo che non sente più suo, qualcosa in te si muove. Un ricordo. Una ferita vecchia. Un dubbio sul tipo di uomo o di donna che sei stato. E devi fare i conti con tutto questo senza farne un peso per chi hai di fronte. Devi diventare abbastanza grande da contenere due vite nello stesso istante: la sua e, in un angolo più discreto, la tua.
Ci sono stati periodi in cui questo lavoro mi ha reso migliore.
Altri in cui mi ha svuotato.
Sere in cui tornavo a casa e non riuscivo a stare nella leggerezza del mio respiro. Mi sentivo in accumulo sulla vita normale. Come se avessi visto troppo. Come se una parte di me fosse rimasta nella stanza, ancora piegata verso qualcuno che non c’era più.
E poi, piano, ho capito una cosa che mi ha cambiato.
Che questo mestiere non mi ha chiesto di essere invincibile.
Mi ha chiesto di essere vero.
Di accettare che anche io ho zone d’ombra, contraddizioni, giorni in cui non sono all’altezza del ruolo che gli altri mi attribuiscono. Che la mia umanità non è un incidente di percorso: è lo strumento. L’unico che ho davvero.
Oggi, quando qualcuno si siede di fronte a me, non penso più di doverlo salvare.
Penso: restiamo qui. Vediamo fino a dove riusciamo ad andare insieme senza mentire.
E in quel restare c’è tutto.
C’è la mia fatica. C’è la mia gratitudine. C’è quella strana forma di amore che non chiede niente in cambio, se non il permesso di essere testimoni.
A volte, alla fine di una seduta, una persona mi guarda e dice “grazie”.
Io sorrido e dentro so che il grazie è reciproco.
Perché ogni volta che qualcuno ha il coraggio di mostrarsi, mi ricorda perché vale la pena rimanere umano in un lavoro che potrebbe facilmente indurirti.
E io, nonostante tutto, ho scelto di non indurirmi.
Questa è la mia confessione.
Non sono un guarito che aiuta i feriti.
Sono un ferito che ha imparato a stare accanto ad altri feriti senza voltarsi dall’altra parte.
E in questo stare accanto, ogni tanto, succede qualcosa di silenzioso e enorme:
due persone smettono, per un’ora, di essere sole.

Oscar Travino

«Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome i...
18/09/2026

«Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio.
Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro.
Al contrario.
Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria.
Il carburante per viaggiare nel buio».

La cura - Concita De Gregorio

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03/09/2026

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24/07/2026

Il mio studio privato resterà in ferie dal 13/08 al 23/08 l'attività clinica riprenderà regolarmente il giorno 24/08. Buone vacanze felici 🌻

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15/07/2026

È la relazione la vera cura tra il terapeuta e il paziente... Grata ♥️

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13/06/2026

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02/06/2026
Quando è stata l'ultima volta che sei stato gentile con te stesso?Scrivilo nei commenti!🌻Dottoressa Mariagrazia Marinari...
13/05/2026

Quando è stata l'ultima volta che sei stato gentile con te stesso?

Scrivilo nei commenti!

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