31/08/2026
UN SUTRA ALLA VOLTA
📖 Yoga Sutra I.10
Abhāva-pratyayālambanā vṛttir nidrā
«Il sonno (profondo) è quella vṛtti basata sulla cognizione dell'assenza.»
Dopo aver incontrato la conoscenza corretta, la conoscenza errata e l' immaginazione ( o costruzione mentale), Patanjali introduce la quarta delle cinque vṛtti:
nidrā, il sonno.
Ma perché il sonno dovrebbe essere considerato una modificazione della mente?
Patanjali lo descrive attraverso l'espressione abhāva-pratyaya: un'esperienza fondata sull'assenza.
Nel sonno profondo, gli oggetti della nostra esperienza abituale non sono presenti come durante la veglia. Non percepiamo il mondo nello stesso modo, non siamo impegnati nei nostri pensieri quotidiani e non abbiamo normalmente consapevolezza di ciò che accade intorno a noi.
Questo, però, non significa che durante tutto il sonno la mente sia vuota.
Sappiamo che sogniamo e che l'esperienza mentale continua ad avere forme diverse nelle differenti fasi del sonno.
Patanjali, tuttavia, non sta descrivendo il sonno dal punto di vista della moderna neuroscienza.
Sta osservando la condizione della mente dal punto di vista dell'esperienza. Questo ci permette di comprendere una distinzione fondamentale:
l'assenza dei pensieri non è necessariamente lo stato dello yoga.
Quando dormiamo profondamente, le abituali attività della mente sono sospese o profondamente modificate, ma non siamo consapevolmente presenti a quella quiete.
Nel sonno perdiamo, per così dire, il contatto con gli oggetti della veglia.
Nello yoga, invece, la mente si quieta attraverso la pratica e la consapevolezza.
Non è la stessa cosa.
Il sonno è una condizione in cui la mente non manifesta normalmente le attività della veglia.
Lo yoga è una condizione in cui le vṛtti vengono progressivamente quietate senza che la consapevolezza venga semplicemente meno.
Questa differenza è sottile, ma fondamentale.
Dormire non è meditare.
Non avere pensieri non significa necessariamente essere nello yoga. Non si tratta semplicemente di spegnere la mente.Si tratta di coltivare una quiete nella quale la consapevolezza non viene perduta.